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La Pratica a Daijo-ji

Estate 2004

Due mesi di Pratica a Daijo-ji, io: donna, italiana, di formazione cattolica, di estrazione borghese, con un cesto di capelli ricci e biondi, senza parlare giapponese, in un monastero maschile, dove nessuno parla inglese, abituata a lavorare in un ruolo da dirigente, non a eseguire ordini, donna libera e padrona del proprio tempo, con una figlia meravigliosa che mi aspetta a casa, perché sono venuta qui? Ecco, questa è la domanda che non mi sono mai posta! Ho sempre saputo, sin dalla prima volta che ho incontrato Azuma Roshi a Daijo-ji, che Roshi sarebbe diventato una persona fondamentale nella mia vita, che qui sarei ritornata, che Daijo-ji non era una tappa, ma un punto di arrivo dopo lunghi anni di ricerca spirituale e di pellegrinaggio intorno al mondo e che dal quel punto sarei ripartita al servizio del Buddha, dei Daiosho, del mio Maestro. La prima volta a Daijo-ji due anni fa mi sono sentita come a casa: tutto era nuovo, ma in fondo naturale e già conosciuto, ed ero molto felice. La seconda volta quest'anno, il mio Maestro Azuma Roshi mi ha dato Tokudoshiki, mi ha ordinato monaco Zen, e tutto in questi due mesi è stato un lento ritornare ad un antico passato e un lento progredire.

Il primo mese ho messo la sveglia alle 3.40 del mattino per essere pronta per lo Zazen delle 4.30. Poi ho spostato la sveglia alle 4.00 e ho avuto comunque il tempo necessario per prepararmi e non arrivare in ritardo a sedermi sullo zafu entro le 4.25 prima del suono della campana. Che cosa era cambiato dopo un mese? Quale è stata la trasformazione che mi ha permesso di posticipare la sveglia di 20 minuti? Lo screening, l'esame di questo accadimento, è il fotogramma della mia Pratica a Daijo-ji. Sono partita da Firenze determinata: mi sentivo pronta per questa esperienza, che sentivo essere per me giusta, nel momento giusto, nel luogo giusto, ma non sapevo esattamente come avrei potuto vivere due mesi da monaco in Daijo-ji. La Pratica nel Tempio è decisamente impegnativa e totalitaria, perché non ti lascia spazio, tempo libero, e ti coinvolge completamente senza sosta. E in questo vivere senza sosta il tempo si dilata naturalmente e diventa inesistente eppur infinito. Nel silenzio del monastero, dei giardini, del cimitero intorno al Tempio, il tempo è definito solamente dai suoni della grande campana, o-shou, dei taiku, del moppan, dell'unpa, cioè dagli strumenti che scandiscono le varie fasi della giornata nel Tempio. E in questo tempo che è sempre regimato, regolato, e sembra non dare spazio ad alcunché, ti rendi conto di quante innumerevoli azioni puoi compiere in pochi momenti. Ciò che i primi giorni mi richiedeva un impegno di quindici minuti, col passare dei giorni, con l'esercizio della Pratica, potevo realizzarlo in quattro. Questo perché giorno dopo giorno la mia mente si era pulita da sovrastrutture cerebrali e da tensioni e come il mio pensare diventava più calmo e chiaro, così acquisivo nuovi spazi e nuovi tempi che si manifestavano nella precisione, nell'essenzialità dei movimenti del mio corpo: così non facevo più gesti inutili o superflui. Con la mente calma, che si rifletteva in movimenti pacati, tutto era concentrato e come per magia, nella lentezza apparente, acquistavo velocità e scioltezza.

Nelle precedenti esperienze di Pratica avevo sempre sofferto il senso di non-libertà, di non poter disporre liberamente della mia vita e del mio tempo. In questi due mesi a Daijo-ji mai ho avuto questa sensazione. Lo stupefacente è stato che tutto pareva esaurirsi qui, ma non in senso restrittivo, ma espansivo, esaustivo, totale. E' come se, una volta entrati nello straordinario fluire di questo tempo, tutto fosse permeato da ciò che si svolgeva e si realizzava in questo spazio. Fuori da qui sembravano non esistere altre realtà, dimensioni di vita, altre situazioni o condizioni: solo i sentimenti, gli affetti lontani, la presenza viva dentro di me di mia figlia Ambra, solo quello mi portava a ricordare che oltre i confini di Daijo-ji esisteva altro. In verità in qualche modo tutto si esprimeva, si perfezionava e si esauriva lì, come se l'operato, il lavoro, la ricerca, lo studio, lo sforzo, la fatica, la perseveranza, la fede, la determinazione, la "Pratica in toto" di ciascun monaco contemplasse ed esaurisse le innumerevoli funzioni dell'intero Universo.

Ci sono stati momenti durante questi due mesi a Daijo-ji in cui sentivo di poter tenere il ritmo serrato della Pratica per interi giorni e la gioia era grande. Sentirsi totalmente mente-corpo-spirito nel divenire del Dharma, della Via, allineata a tutti gli altri monaci, in sintonia con il mio Maestro, con tutti i Daiosho, con il Buddha. Altre volte è stata dura, davvero difficile, quando la fatica, la stanchezza del corpo, mi toglievano la gioia del praticare. Ho sempre sostenuto che laddove non c'è gioia non c'è vera Pratica. E sono tuttora convinta di questo, ma come fare a sentirsi gioiosi nella Pratica quando il corpo crolla e la stanchezza offusca la mente e i gesti e la memoria emotiva, sempre in agguato, si scatena, approfittando dell'affaticamento, e ci confonde suggerendo movimenti affrettati e sbagliati? Così per giorni e giorni questa domanda ha volteggiato nella mia mente senza trovare risposta. Guardavo gli altri monaci cercando di capire come reagissero loro nella mia stessa situazione. Guardavo il mio Maestro, quando lo incontravo, per capire il segreto della sua perenne forza. Ricordavo lo sforzo del Buddha seduto in Zazen per sei anni sotto l'albero della Bodhi, ricordavo i nove anni di Bodhidharma seduto nella grotta, ma niente leniva il dolore del mio corpo stanco e niente mi era di aiuto e conforto nella ricerca della mia domanda. Sapevo anche che la risposta doveva nascere da me, perché era la "mia" risposta, come naturale evoluzione della mia Pratica. Allora ho continuato a praticare ma, per quello che ho potuto, ho rallentato il ritmo. Ritrovando a poco a poco la forza fisica, ho ritrovato il sorriso e l'entusiasmo e una mattina dopo Zazen mi è arrivata una risposta: "Sentire la forza di essere al servizio, che quello che stavo facendo non era solo per la "mia" Pratica personale, ma per tutti gli Esseri e insieme a loro e che nello sforzo non ero sola, ma sostenuta da tutti i Buddha del passato, del presente e del futuro". Così adesso quando sento la stanchezza che prende il sopravvento mi ripeto: "Sono al servizio del Buddha, qualcuno mi darà la forza di continuare". Ed è questo atto di estrema fiducia nella Pratica, questo collegarmi nel mio cuore alla fede, che sento espandersi e sostenermi, che mi fa andare avanti e mi riporta alla gioia della Pratica.

La condizione che più mi ha impressionato in questi mesi di Pratica a Daijo-ji è stata la progressiva presa di coscienza del grande senso di responsabilità di ciascun monaco e dell'autodisciplina che vige nel Tempio. In fondo nessuno ti dice mai cosa devi fare, come devi farlo, nessuno ti elogia se fai bene o ti rimprovera se fai male: veramente qui è messo in pratica il principio Zen: "Fai quello che c'è da fare, fallo e basta!" e anche il principio dello "agire senza lasciare traccia". Questa condizione è talmente forte e presente nel monastero che contagia chiunque arrivi qui e dà un grande senso di libertà e di discrezionalità, unite a un forte sentimento di responsabilità verso se stessi e verso gli altri. Ogni azione diventa importante per il bene comune, per una finalità che riguarda tutta la comunità. Qualunque gesto si compia risuona in armonia con tutto ciò che ci circonda e va a costituire quel sereno equilibrio che muove l'andamento del Tempio. Difficile da spiegare a parole, facile, naturale a vivere, anche se estremamente impegnativo. E' una continua attenzione, è un essere totalmente qui e ora in ogni gesto, senza vecchie tracce o nuove tensioni: così è. Ne hai la netta percezione ogni volta che perdi questa fermezza, questa chiarezza di intenti, perché allora sbagli e in quel momento perdi l'armonia con tutto intorno a te e "naturalmente" avverti la nota "stonata" che hai prodotta. Questa sensazione ti porta spontaneamente a scusarti con gli altri, perché senti che hai creato una nota disarmonica, di disturbo. Così non c'è bisogno che qualcuno ti rimproveri o evidenzi il tuo errore. E il tuo passo successivo è il naturale sforzo per allinearti di nuovo in armonia con gli altri, in armonia con il tutto. Questo è ciò che si intende per "Giusta Pratica" e "Giusto Sforzo" e che induce alla presa di coscienza del concetto di interdipendenza. Nel silenzio del monastero, nel non-detto, nel non-dichiarato, nel fare senza esprimere giudizi, nel muoversi senza lasciare traccia, con leggerezza e totalità, in tutto questo, quasi per contrasto, si avverte fortemente il filo invisibile che unisce ogni essere umano all'altro, l'azione di ciascuno che si rispecchia e riverbera nell'operato dell'altro. Come i piccoli cerchi che si producono gettando un sassolino in uno stagno d'acqua, così il sentire, l'agire di ogni singolo, si propagano in tutti gli altri.

Un altro evento straordinario che si manifesta nel monastero è che nessuno mai si lamenta, mai rimane attaccato alla possibile sensazione di stanchezza o di fatica: tutto fluisce e si trasforma costantemente, senza residui o attaccamenti. Mai un'azione o una reazione di rabbia o di sconforto: "denti stretti", se occorre, silenzio, poche parole di incoraggiamento, brevi sprazzi di risa, energia nella Pratica, nitidezza, precisione dei movimenti, costante procedere.

E' così che in questi due mesi a Daijo-ji ho respirato l'insegnamento del Buddha, l'insegnamento fondamentale della pratica Zen:
"Niente da raggiungere, niente da ottenere: tutto già perfetto così com'è, tutto e tutti già perfettamente realizzati".

E insieme a questo l'insegnamento di Dogen Zenji al ritorno dalla Cina:
"Ho realizzato che tra i due occhi ho il naso".

Un grazie di infinita profonda riconoscenza al mio Maestro Reverendo Tenrai Azuma Roshi per avermi dato l'opportunità di vivere questa meravigliosa esperienza.

Iten Shinnyo

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