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Dalla A allo Zen - Centro Zen Firenze

25 Aprile 2006 - "Gioia" n. 16 (vedi Incontri e Immagini)

Storia di Anna Maria: casa a Firenze, due figli, un lavoro. Finché non scopre la meditazione e decide di intraprendere un viaggio spirituale in Giappone. Che trasforma la sua esistenza. Oggi si chiama Shin-nyo. Ed è una monaca buddista.

Ieri era Anna Maria una bella signora di Firenze, capelli ricci e biondi, un lavoro, due figli da due padri diversi, alla fine cresciuti da sola. Oggi è Shin-nyo, un nome il cui senso è quello di testimoniare con la vita di tutti i giorni l'arte di vedere nella vera natura delle cose. Continua a fare il suo lavoro, ma è diventata custode del tempio Zen che due anni fa ha aperto nel capoluogo toscano. Porta i capelli tagliati alla maschietto o, quando sta per tornare dal suo maestro in Giappone, si rasa la testa come i monaci buddisti. A Gioia racconta la storia della sua trasformazione: la sua scelta di intraprendere una strada così diversa da quella che fino a quel momento aveva percorso.

«A un certo punto ho scoperto che non sapevo più ridere, ma sghignazzare», dice. «Indossavo una maschera come barriera per difendermi. Da che cosa? Da me stessa? Dovevo conoscermi meglio. E' stato allora che mi sono avvicinata alla meditazione Zen. Praticandola, sentivo che dovevo seguirla fino in fondo. Ho cominciato a cambiare, ma - come per ogni vera trasformazione - non mi accorgevo che anche tutto il resto intorno a me stava cambiando. Anzi: all'inizio del mio percorso spirituale mi sembrava che quello che facevo si andasse a sommare agli altri impegni. Mi pesava, avevo l'impressione di dover ottenere qualcosa. La mia vita sentimentale era travagliata, per anni ho cercato un maestro. Però, in realtà, volevo un padre. L'ho capito nel momento in cui ho trovato il mio vero maestro, proprio quando ho smesso di cercarlo. Su un treno per Milano ho conosciuto il nipote di un monaco giapponese che si stava trasferendo a Firenze. Il destino mi è venuto incontro attraverso di lui, offrendomi l'occasione che aspettavo da tempo. Per farla breve: ho approfondito questa conoscenza e, in seguito, ho ricevuto il permesso straordinario di andare a trascorrere un periodo in ritiro con i monaci buddisti Zen a Daijo-ji, a Kanazawa, in Giappone. Era l'agosto 2002 quando mi sono trovata, unica donna, in un monastero tutto maschile, dove nessuno parlava inglese e senza sapere una parola di giapponese. Dormivo nella vicina casa della maestra del tè. A volte mi sentivo una presenza ingombrante, diversa. Eppure non mi sono mai chiesta: "Che cosa ci faccio qui?". Dal primo incontro con il reverendo Ryushin Azuma Roshi, allora vice abate, mi sono sentita a casa. Ma la rivelazione mi è arrivata nel momento in cui dovevo partire per tornare a casa. Salutando il reverendo ho cominciato a piangere senza potermi controllare, singhiozzando. Era un'emozione fortissima. Avevo riconosciuto il mio maestro. Lui mi disse: "Ci vediamo presto". Rientrata a Firenze, gli ho scritto e siamo rimasti in contatto, finché, nel 2004, sono tornata a Daijo-ji. Nel frattempo lui era diventato abate e dopo due mesi di pratica mi ha ordinata monaco. Avere un maestro significa avere chi ti guida per "camminare senza lasciare traccia". Io ho un bisogno molto umano di essere incoraggiata, di sentirmi meno sola. Con lui ho trovato la mia strada, ho rafforzato la mia fede. I compiti che il "tokudoshiki", l'ordinazione, comporta per me sono semplici. Pur appartenendo all'ordine gerarchico della tradizione buddista Zen Soto, non ho dovuto abiurare la religione cattolica né cambiare niente della mia vita. Al contrario. La mia priorità - come mi ha detto Azuma Roshi - è occuparmi della più piccola dei miei figli, che ha ancora bisogno di me. Posso lavorare. E devo studiare e praticare. Nella quotidianità rispetto i voti del "Bodhisattva" (il risvegliato; n.d.r.), che implicano di agire incessantemente per il bene degli altri aiutandoli a liberarsi dalla sofferenza. Cerco di vivere in armonia con la legge cosmica. Anche se il maestro mi ha incaricata "custode del sangha", la comunità che si riunisce per praticare, non indosso l'abito del monaco per entrare, con il sorriso stampato sul volto, nello stereotipo di chi dà consigli dall'alto. Ho scelto di essere me stessa, di mostrarmi vulnerabile, accetto di cadere e rialzarmi. Questo mi fa perdonare anche gli altri, mi porta alla compassione e all'amore buddisti. Oggi ho imparato che ci sono cose nella vita che non vanno come si vorrebbe. La pratica Zen insegna a essere totalmente qui, a non vivere di strategie, ma a dire: "va bene così". Può sembrare fatalismo; invece, liberarsi di quello che chiamiamo "spirito di ottenimento" è una ricchezza. In Occidente, infatti, tendiamo a costruirci con gran fatica il nostro orticello e abbiamo paura di uscire dal seminato. Mentre se le cose vanno in modo diverso da come preventivato e accettiamo di viverle come sono, ci diamo l'opportunità di aprirci a noi stessi, di amarci di più, di pacificarci. Questo è vivere in armonia con il mondo».

Una domanda: Shin-nyo, se dipendesse da lei, sceglierebbe lo Zen o un grande amore felice? Ride: «Ora sono piena di gioia, ma certo l'idea del vero amore in una parte di me c'è sempre. Però penso: chi starebbe con una che dedica ogni istante libero alla meditazione? Solo un monaco...».

Laura Savini

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