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La Via della compassione buddhista

Reverendo Seido Hayashi
Monaco Giko Mase
Firenze 23/05/2002 (vedi Incontri - album fotografico)

Introduzione dell'interprete.

Prima di passare la parola al Rev. Hayashi faccio a tutti una brevissima premessa su come poter seguire il suo discorso di stasera. La loro logica è molto particolare, se devo dire la verità abbiamo fatto fatica a formulare l'insegnamento che seguirà, perché io ho un sistema diverso, credo più vicino al senso comune, mentre loro hanno una particolare logica, una logica pragmatica cioè una logica di concretizzare il discorso. Una logica anche deduttiva, deduzione dai principi e dai testi originali. Infatti una peculiarità della scuola Soto è che si basa sempre sui testi sacri. La caratteristica principale è il poetare: insomma loro sono poeti e se li consideriamo come tali, forse potremo capire quello che diranno stasera. La verità è sempre inafferrabile e incontestabile ed è per questo che loro devono per forza esprimersi in poesia. Il loro discorso si riduce sempre più, levigandosi, senza mai aggiungere qualcosa e alla fine converge verso la verità, dunque potrebbe sembrare tautologico, oppure sofisticato. Per capire quello che diranno stasera bisogna quindi entrare nel loro discorso con la mente vuota, sincera, quella dei bambini. Lascio ora la parola al Rev. Hayashi.

Buonasera a tutti e grazie per essere intervenuti.
Stasera parlerò della legge del Buddha secondo Dogen, il fondatore della scuola Soto, così come mi è stata trasmessa dal mio Maestro, Niwa Renpô, morto 9 anni fa all’età di 89 anni, Abate di Eihei-ji, uno dei due templi principali di addestramento della scuola Soto. Per arrivare all’insegnamento, per cogliere l’insegnamento del Buddha ci sono tanti modi. Pensiamo ad una montagna: sulla cima c’è la verità la legge del Buddha. L'apice è uno, ma ci sono mille modi, mille vie, per raggiungere quella vetta. Il nostro modo, cioe' quello del Buddhismo Zen Soto, è di seguire l'insegnamento trasmesso dal fondatore Dogen. E' l’insegnamento del Buddha, cioe' tutto cio' che ha trovato il Buddha storico Shakyamuni nel momento in cui si è risvegliato, all’età di 35 anni a Bodhgaya sotto l’albero. Le parole del Risveglio sono quelle riportate nei seguenti versi:

Ujo hijo doji jodo

Somoku kokudo shikkai jobutsu

Nehan-gyo
  • La prima parola del primo verso ujô significa noi stessi, siamo noi, coloro che hanno sentimenti.
    La seconda hijô significa gli oggetti, la materia, coloro che non hanno sentimenti.
    La terza dôji significa contemporaneamente al Buddha.
    La quarta jôdô significa divenire il Risvegliato, risvegliarsi.
  • Passiamo al secondo verso.
    La prima parola sômoku significa alberi, piante, erba.
    La seconda kokudo significa terra.
    La terza shikkai significa tutti quanti senza alcuna eccezione.
    La quarta jôbutsu significa diventare Buddha.

Tutti quanti siamo dei Buddha. Buddha in questo caso è inteso come Risvegliato. Dunque i due versi dicono la stessa cosa. Questa frase del Buddhismo dice che noi tutti siamo Buddha, Nyorai (altro termine per esprimere il nome del Buddha), risvegliati. Insieme a lui anche noi siamo diventati Buddha, insieme a Lui tutti ci siamo risvegliati. Così non solo ognuno di noi è Buddha, ma anche tutti gli animali e gli oggetti sono Buddha, anche questo bicchiere è Buddha, anche l'orologio è Buddha. Questo è il nucleo del Buddhismo, tutto il Buddhismo è in questo concetto jihi, la compassione secondo Dogen. Per esempio lui è Giko, Nyorai, Buddha, io sono Buddha, Hayashi, Nyorai. Dunque tutti siamo Nyorai, quindi tutti siamo uguali, quindi io sono Giko e Giko è me, senza nessuna barriera, né conflitto.
Se si dice Giko è Giko e io sono io, allora qui sorge una barriera, un conflitto. Il Buddhismo rifiuta le barriere. Mettere una barriera comporta, implica, sempre un conflitto. Se Giko è me e io sono Giko qui nasce la familiarità, l’affetto, da cui nasce la compassione. Senza conflitto, senza barriera, questo è lo stato di jihi, la compassione secondo Dogen. Il bicchiere è Buddha, Buddha è il bicchiere; Nyorai è Giko, Giko è Nyorai; Nyorai è Nyorai. Senza barriera io sono questo bicchiere, il bicchiere è me, dunque devo rispettare il bicchiere, perché se lo rompo nuoccio a me stesso. Allora naturalmente nasce il rispetto di trattare il bicchiere in un certo modo, considerandolo prezioso: questa è la compassione verso il bicchiere. Rispetto ad ogni cosa si può dire questo, anche per l'orologio: l'orologio è Nyorai, l'orologio è Buddha, io sono l'orologio, l’orologio è me, non posso danneggiarlo, perché non posso danneggiare me stesso.
Il Buddhismo di Dogen è basato su questa visione del mondo, su cui nel 1200 ha scritto molte poesie in forma arcaica.
Jihi, la compassione, si manifesta quando non c’è conflitto.
Praticare la legge del Buddhismo secondo Dogen è vedere in ogni cosa il Buddha. Questa è la pratica della scuola Soto, ed è secondo questo concetto, questo insegnamento, che rispetto il bicchiere.
L’altro giorno abbiamo avuto modo di visitare, su una collina intorno a Firenze, l’Abbazia benedettina di Vallombrosa.
Abbiamo incontrato un frate che si chiama Fra’ Paolo e siamo rimasti stupiti dalla sua accoglienza molto amichevole e calorosa. Fra’ Paolo ci ha detto: "Ciascuno di noi è Cristo, dunque bisogna accogliere tutti quanti, bisogna rispettare tutti quanti". Siamo rimasti colpiti dal suo atteggiamento in quanto la sua idea coincide esattamente con quella del fondatore Dogen: secondo noi tutti siamo Buddha, secondo Fra’ Paolo tutti sono Cristo.
Nello Zen di Dogen, nella nostra scuola, diamo molta importanza ad ogni cosa, ad ogni gesto della vita quotidiana. Ogni cosa, ogni gesto (alzarsi la mattina, lavarsi, fare colazione, andare a camminare) viene rispettato così come ogni oggetto. Ogni oggetto è Buddha e ogni nostro gesto è l’attività del Buddha. Nella nostra Tradizione non parliamo di Satori, d’Illuminazione, viviamo la vita quotidiana e basta. Del Satori, dell’Illuminazione, parla soltanto il Buddha e noi gli diamo ascolto. Dogen ha insegnato a credere sino in fondo al Buddha, così noi seguiamo totalmente l'insegnamento del Buddha, in quanto solo lui ha raggiunto l’Illuminazione, solo lui è l’Illuminato. Credere fino in fondo. Dunque noi monaci non ci occupiamo dell'Illuminazione, ma semplicemente meditiamo senza pensare a come si fa ad illuminarsi. Ci sediamo in meditazione e basta, senza avere come obiettivo l’Illuminazione, perché per noi non è una meta.
Abbiamo detto che nella legge del Buddha secondo Dogen siamo tutti Buddha e questo è il fatto: noi siamo tutti Buddha e tenendo forte questa convinzione dobbiamo vivere completamente. Questo è il nostro metodo e per attuarlo nella vita quotidiana pratichiamo secondo il seguente ciclo, operando attraverso quattro stadi che ci aiutano a realizzare che noi tutti siamo Buddha:

primo stadio: desiderio, volontà di fare qualcosa
secondo stadio: pratica, realizzazione
terzo stadio: completare, concludere
quarto stadio: riflettersi nel risultato.

Dopo la riflessione si torna a capo chiudendo il ciclo e ricominciando a percorrerlo. Dunque nella vita quotidiana si deve semplicemente ruotare questo ciclo di quattro stadi, non c'è altro da fare, non ci sono manuali di pratica da seguire. Basta semplicemente tenere conto di questo ciclo rispetto ad ogni cosa e valutare come applicare questo meccanismo su ogni gesto, su ogni azione.
Ora torniamo al momento del risveglio del Buddha guardando i due versi precedentemente esaminati: la cosa fondamentale è la contemporaneità e il coinvolgimento dell’Illuminazione del Buddha. Questa contemporaneità, dôji, significa che tutti insieme al Buddha siamo risvegliati, tutti siamo Buddha, questa è la compassione del Buddha: contemporaneamente a Lui tutti siamo risvegliati. Questa è la concezione del Buddha sulla compassione. Poi abbiamo parlato nel secondo verso di coinvolgimento, shikkai, tutti quanti insieme senza alcuna eccezione. Anche questo è il segno della compassione, insieme a Lui tutti gli altri esseri devono essere risvegliati. Una volta risvegliato il Buddha illuminato entra nel Nirvana, riflette su se stesso, su quello che ha concepito nel momento dell'Illuminazione e ritiene che la sua sapienza risulti incomprensibile per gli altri. Così dopo il risveglio il Buddha è inerte, impotente, poiché gli è quasi impossibile trasmettere la sua sapienza. Al momento iniziale il Buddha risvegliato vuole predicare un principio piuttosto difficile trasmesso nel Sutra Kegon-kyô, un concetto metafisico enunciato anche da Leibniz.
Poi il Buddha, mosso da compassione, decide di ritornare al di qua, cioè di non restare da solo come risvegliato nel Nirvana, ma di ritornare nella vita terrena insieme agli altri e comincia a predicare un principio molto concreto, invece di quello concettuale che aveva pensato in precedenza. Il ritorno del Buddha sulla nostra terra è un episodio del così detto Bodhisattva Bosatsu, è una manifestazione della compassione. Lo spirito della compassione, lo spirito Bosatsu, è non adagiarsi su uno stadio, ma percorrerli tutti e quattro. Lui stesso ha parlato di quel ciclo e ci ha esortato a non rimanere su uno, ma vivere concretamente, realizzare la vera strada, vivendo i quattro stadi di quel ciclo senza adagiarsi. Questa è la forma della compassione del Bodhisattva.

Anche questa volta si parla del concreto. Nella loro Scuola abbiamo detto è il concretizzare dell’idea che conta, l’idea è sempre direttamente legata al concreto, come potremo riscontrare nei due esempi che il Rev. Hayashi adesso introdurrà.

In un racconto Suzuki Daisetz riporta l'esperienza di un suo amico che in Europa aveva raccontato ad un pubblico europeo, in un contesto simile al nostro in questo momento, un episodio avvenuto nell’antica Cina verso l’ottavo secolo. La storia narra che un gruppo di praticanti Buddhisti stava facendo la camminata giornaliera con il proprio Maestro. A un certo punto incontrano un carrettiere che sta spingendo il suo carro. Un discepolo devia dalla fila e va ad aiutare il carrettiere spingendo il carro insieme a lui. Il discepolo pensa di aver fatto una cosa buona, avendo aiutato una persona che aveva bisogno. Però quando ritorna in fila il Maestro lo rimprovera per aver fatto una cosa inutile, piuttosto che continuare la propria pratica. L'episodio si conclude in questo modo, ma il pubblico occidentale non comprese questo racconto e l’amico di Suzuki ha pianto dal dispiacere perché in Europa non si era capito.
Qui sta la differenza fondamentale fra il Buddhismo e il Cattolicesimo, il Cristianesimo, sul concetto di compassione nel senso di compatire, aiutare gli altri. Il discepolo non era maturo perché lui credeva con quel gesto di aiutare il carrettiere, credeva di avere fatto qualcosa per lui. Per lui: qui c’è la barriera. Secondo il Buddhismo se c’è questa barriera questo atto non è giusto. Farlo per lui è quasi presunzione, come può essere per lui?
Secondo il Buddhismo due soggetti non devono stare, la soggettività è una. Quell’atto non avrebbe dovuto essere per "lui", cioè spingere doveva essere l’atto del discepolo, non un gesto fatto per il "carrettiere". Non bisogna pensare, credere, di fare qualcosa per qualcun altro, perché non c'è qualcun altro in quanto ogni cosa è Buddha, anche il carro, anche il carrettiere, è Buddha, dunque il discepolo è il carrettiere, il discepolo è il carro. Non può esserci un'azione fatta per “lui”, nel caso specifico, per il carrettiere: è qui l’errore del discepolo che credendo di fare qualcosa per un’altra persona, credendo di aiutare il carrettiere, inconsciamente crea una barriera tra sé e l'altro. Nel nostro insegnamento senza barriere tutti siamo uniti, tutti siamo uno, una stessa persona. Il discepolo non era ancora maturo, perché in quel momento non aveva ancora afferrato l’insegnamento del Buddha, cioè del Maestro, in quanto per ogni discepolo il Maestro è il Buddha.
Adesso vi racconto un altro episodio, faccio un altro esempio. Il maestro del maestro del fondatore Dogen era il Maestro Eisai Zenji che dirigeva un tempio a Kyoto nell’undicesimo secolo, periodo del Medio Evo in Giappone, caratterizzato da continue guerre e carestie. Un giorno arriva al tempio un povero, un mendicante affamato, per chiedere cibo e elemosina. La statua del Buddha nel tempio era adornata con un panno di seta molto prezioso, offerto da un fedele come donazione. In risposta alla sua richiesta Eisai Zenji regala al mendicante il panno di seta donato al Buddha, dicendogli di indossarlo liberamente, nonostante i suoi discepoli dicessero al Maestro che non poteva fare un gesto simile. Eisai Zenji però regala la stoffa al mendicante perché in questo caso il mendicante è Buddha e il Maestro gli offre tutto quello che ha, anche il panno prezioso. Poiché tutto è Buddha bisogna trovare e riconoscere il Buddha in ogni cosa: così automaticamente nasce la compassione.
Abbiamo visto due esempi concreti, due episodi. Nel primo racconto il discepolo ha sbagliato ad aiutare, perché il suo gesto è rivolto verso un “altro”, ancora nella sua coscienza è presente la barriera tra sé e gli altri. Per questo il Maestro lo ha rimproverato esortandolo a continuare la sua pratica fino ad arrivare a superare quella barriera. Nel secondo racconto invece Eisai Zenji ha fatto bene ad aiutare perché, in quanto Maestro, ha già fissato in sé l’insegnamento, cioè agisce senza barriere, dunque per lui tutti sono Buddha. Cosi’ quando si rivolge al mendicante non ha alcuna presunzione del tipo ‘ho fatto qualcosa per lui’. Dunque riguardo alla compassione in ogni cosa conta profondamente soltanto questa coscienza, cioè la coscienza dell’io legato all’universalità, in questo caso alla verità, al Buddha. Senza questa coscienza qualsiasi azione non ha senso. Dunque una volta afferrata questa coscienza ogni atto diventa la verità: parlare, dormire, piangere, ridere, anche aiutare, fare qualcosa insieme a qualcuno. Una volta afferrata questa coscienza, tutto sarà lecito, mentre prima ogni atto non ha senso, perché secondo Dogen la compassione nasce dall’autocoscienza.

Ora vogliamo aprire un dialogo sulla differenza del concetto della compassione, oppure come si dice nel Cristianesimo, aiutare il prossimo, individuato come “altro”, concetto che non esiste nel Buddhismo.

D. Volevo sapere quanto è importante avere una guida, un Maestro?
R. Il senso di avere un Maestro secondo Dogen è: il Maestro è Buddha, dove Buddha non è inteso nell’accezione di prima, cioè che tutti siamo Buddha, bensì come il Buddha storico, l’Illuminato. Il Maestro si è identificato con il Buddha Shakyamuni e il suo insegnamento si trasmette al momento della morte. Infatti Buddha è pronto a morire dopo che Mahakashyapa, il suo discepolo più prossimo, ha ricevuto da lui la Trasmissione ed è diventato lui stesso il Buddha, l’Illuminato. Dopo la morte di Shakyamuni, Mahakashyapa diventa il Buddha e così via di Maestro in Maestro avviene una Trasmissione diretta, un Maestro dopo l’altro.
Per me il Buddha è stato il mio Maestro, Niwa Renpô, 89° discendente in linea diretta dal Buddha. Dall’India alla Cina al Giappone, un Maestro dopo l’altro, l’insegnamento viene trasmesso direttamente dal Maestro al discepolo, che diventa poi il Maestro che trasmette a sua volta.

D. Dunque è importante per la comprensione e la realizzazione della Via avere un Maestro?
R. Nella convivenza di ogni giorno i discepoli vedono il Maestro, che per loro è Buddha, nello svolgersi della sua vita quotidiana, in ogni suo gesto. E’ così che il Maestro manifesta concretamente con tutto se stesso l’insegnamento del Buddha, che i discepoli apprendono direttamente attraverso il suo esempio. Questo contatto è importante per loro: il Maestro nella vita quotidiana insegna e mostra al discepolo mostrando se stesso.

D. Come possiamo fare per trovare un Maestro?
R. Sarà fatale, sarà destino, dipende dalla propria volontà, da quanto veramente vogliamo un Maestro: allora automaticamente arriverà.

D. Ha detto che sulla cima della montagna c’è la verità, cosa intende per verità?
R. Daisetz Suzuki ha detto che la natura delle cose ‘ginen’ è essere così come è. La verità è intesa come ‘essere così come è’ da sé, naturalmente, prima di ogni valutazione.
I nostri genitori per esempio non ci hanno prodotti come una cosa plastica, la nostra vita è nata da sé, è un fatto sovrumano. La ragione della nostra vita sta al di sopra della nostra coscienza.
La verità è un fatto sovrumano, indescrivibile, inafferrabile, ineffabile, perché non possiamo coglierla con la nostra mente. La verità è qualcosa che sta al di sopra della nostra coscienza.

D. Ma possiamo percepire qualcosa?
R. Sì ed è per questo che ci esprimiamo in poesia. Sarà forse retorica, però è l’unico modo per percepire il fatto sovrumano, la verità. Il Buddha storico, l’Illuminato, si è accorto che c’era qualcosa di sovrumano: questo è il significato del suo Risveglio. Anche la vita che è nata da sé è un fatto sovrumano: noi esistiamo, ogni animale, ogni pianta esiste, ma non dipende da noi, noi non produciamo questa vita. Nella vita c’è la logica di tutto il Cosmo e noi procediamo con questa logica e ci giriamo intorno facendo poesia. Diciamo infatti: capire, percepire, la verità, ma in realtà non e’ possibile oggettivare la verità. La verità non sarà mai l’oggetto di un verbo, dunque non si può dire capire o percepire la verità, perché non è possibile oggettivare la nostra vita.
Non possiamo capire il fatto che noi viviamo, il fatto è il fatto, non è un oggetto.

D. Se tutto è Buddha e non c’è separazione quale è il rapporto tra compassione e sofferenza, se c’è un rapporto secondo la vostra Tradizione?
R. Da una parte esiste la sofferenza, dall’altra la compassione, dunque c’è un rapporto. Per esempio nel secondo episodio il Maestro Eisai ha aiutato, ha regalato, il panno prezioso al mendicante. Qui c’è un rapporto: da una parte il mendicante, dall’altra la compassione e il gesto del Maestro. Il Maestro ha visto la sofferenza, dunque nella coscienza del Maestro Eisai esiste la sofferenza.
Nel primo episodio esiste una barriera, nel secondo non c’è barriera e il Maestro rispetta il mendicante come Buddha, mette allo stesso livello il mendicante e il Buddha.

D. Fino a che punto la sofferenza è incorporata nel Maestro?
R. Il Buddha sofferente è il mendicante, dunque la sua sofferenza diventa la sofferenza del Maestro.

D. Il primo stadio della compassione è verso se stessi?
R. Sì, ma il se stessi è come la verità, che come si è detto prima non è possibile oggettivare. Quindi attraverso la legge del Buddha oppure del Dio cristiano, ci accorgiamo dell’universalità, cioè del fatto che io vivo, del fatto universale, sovrumano. Attraverso Dio o attraverso la legge del Buddha ci accorgiamo di questo. Dunque forse è più una questione di sfumature, perché si tratta sempre di se stessi. Lei ha parlato per quanto riguarda il primo stadio, ma fino in fondo, fino alla fine, dipende sempre da se stessi, perché compatire qualcun altro, fare qualcosa per qualcun altro nel Buddhismo non esiste, non è possibile parlare di qualcun altro.

D. Ma c’è differenza tra noi e gli altri?
R. Esiste anche un’oggettività, perché io non sono una penna e tu sei tu. Ma secondo la legge del Buddha secondo Dogen nel mondo del credo io sono io, io sono il Buddha, la penna è Buddha. Nel mondo fenomenico esiste il conflitto tra me e la penna, ma quando concretizzo e realizzo l’insegnamento prendo cura della penna, la tratto con cura. Il conflitto esiste in questo mondo, ma nel mondo del credo portiamo rispetto, nel mondo del credo tutto è unito, senza distinzioni.

Revv. Seido Hayashi e Giko Mase

La conferenza è stata tradotta dal Dott. Hideyuki Doi, che non è un praticante Zen, ma un caro amico che ha prestato la sua opera, regalandoci la possibilità di un dialogo in diretta.


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