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I suoni nello Zen - Parte prima

BioGuida n. 17 - Estate 2007

Intraprendere un percorso che contempli una pratica meditativa porta induttivamente a cambiare il tipo di ascolto sia dentro di noi, che verso il mondo che ci circonda, in special modo nel Buddhismo Zen Soto dove la meditazione è silente. La nostra disciplina si basa infatti sulla pratica di Shikantaza, dove Shikan vuol dire "con tutto il cuore, incondizionatamente", oppure "nient'altro che" e taza significa "sedere correttamente". Dunque manifestare con semplicità la propria vita al di là di dualismi, giudizi e discriminazioni: "semplicemente sedersi con tutto il cuore", sedersi sul cuscino di meditazione in silenzio e semplicemente essere, manifestarsi.
Un'azione estremamente semplice, essenziale, ma che di fatto diviene qualcosa di sorprendente nel mondo attuale, nel nostro modo di vivere di tutti i giorni. E' davvero qualcosa di unico, di contro-corrente rispetto ai ritmi frenetici della nostra vita abituale, al vivere circondati, immersi, in un rumore di fondo continuo, distratti e catturati da suoni ingerenti, invasivi e da sollecitazioni visive che ci diseducano all'ascolto profondo.
Quando riusciamo a fare pausa dal rumore che ormai costantemente ci accompagna come una seconda pelle, ecco che rivalutiamo e rimettiamo a punto tutto il patrimonio acustico che ci circonda.
Sicuramente passare ore e ore in silenzio, seduti su un cuscino guardando un muro bianco, cambia la ricettività dei suoni intorno a noi: diventiamo più sensibili, più in risonanza con le vibrazioni che ci pervengono. Anche il modo di esprimerli verbalmente cambia: non diremo più "il rumore del vento e della pioggia", bensì "il suono del vento, il suono della pioggia". E questo salto percettivo è la trasformazione tangibile del nostro esserci armonizzati al mondo circostante. Al tempo stesso anche quelli che sono dichiaratamente rumori ci arrivano in modo più netto e invasivo. Qui subentra un altro aspetto della nostra pratica che è il vedere il mondo così com'è in una visione non-duale. Dogen Zenji nel Bendowa "Il cammino religioso" composto nel 1231 dice: "Ogni cosa canta la verità senza aggiungere nulla". Dunque ogni cosa ha una sua ragione di essere e esprime se stessa. Così anche davanti a un rumore fastidioso dovremmo essere in grado di semplicemente non entrare in contrasto con esso, rispettando l'armonia cosmica dove tutto è compreso e ha il suo giusto posto, la sua ragione di essere.
Ci sono molte forme di ricerca di quiete. Oggigiorno c'è sempre maggior richiesta e bisogno di calma, così molte persone scelgono una loro pratica meditativa che può essere: la corsa, la lettura, l'ascolto della musica, o il coltivare un qualsivoglia hobby che riposi la mente indirizzandola verso una forma di concentrazione. Notiamo come, in una simile ricerca, venga lasciata quasi sempre accesa l'attenzione su un senso in particolare, che funziona poi da veicolo stesso, come ad esempio il suono delle parole o delle note musicali; o come venga privilegiata una specifica attività fisica. La nostra pratica prevede una postura ferma, immobile, e un ritorno al silenzio interiore in un ascolto rivolto all'intorno a trecentosessanta gradi.
Nello Zen si parla di silenzio inteso come quel non-suono che comprende l'ascolto di tutti i suoni. Non è possibile definirlo intrinsecamente a parole, ma difatti è una vastità senza fine, come acqua sorgiva che incessantemente sgorga dalla madre terra. Per capire esattamente di cosa si tratta non c'è altro modo che "contattarlo" direttamente, sperimentarlo personalmente. Come spesso è nella nostra Tradizione non si spiega più di tanto, non si analizzano concetti, non si teorizzano enunciati. Di quello che Buddha Shakyamuni, il Buddha storico, ha sperimentato sotto l'albero della Bodhi, ciascuno di noi individualmente deve fare esperienza diretta e in questo caso specifico toccare la verità di questo non-suono. Nel modo di sentire e di esprimere la pratica Zen c'è sempre un richiamo al suono: "Toccare le corde del cuore è il senso puro dell'esperienza" non è solamente un'espressione idiomatica riportata in linguaggio poetico, ma è il modo stesso di intendere e trasmettere i fondamenti della pratica. Dogen Zenji, il fondatore della nostra Scuola, così scrive nel Bendowa: "Quando si è fondamentalmente se stessi, assimilati alla Natura così com'è, allora non vi è neppure frattura tra "me" e "altro da me" e questo insieme armonico non ha sosta neppure per un istante. Per questo, l'essere in zazen è l'unione con ogni modo di essere, l'unione con tutto il tempo; al proprio zazen è unita l'eternità detta passato presente e futuro. Di conseguenza il momento presente e l'eternità, l'essere che sono e tutto il resto, non si distinguono; all'interno di questo zazen compaiono esistendo insieme. Questo non si limita al momento in cui facciamo zazen. Come ad un colpo dato ad una campana il suono vibra senza interruzioni per l'aere, così pure, anche prima di essere colpita, la campana, semplicemente essendo una campana, emette il suo suono. Allo stesso modo, in ogni aspetto della vita di colui che fa zazen continua a farsi sentire un limpido suono." Dogen Zenji ci insegna ad entrare in risonanza con il mondo che ci circonda, in comunione con tutte le cose, accogliendole nella nostra mente, diventando uno con esse. Allora tutte le cose si apriranno e cominceranno a parlarci così che potremo udirne costantemente il loro suono. Affinché questo avvenga dobbiamo abbandonare la visione dualistica di "me" e "altro da me", nella dicotomia soggetto-oggetto. Allora anche quando in zazen ci arriverà un suono, di qualsiasi valenza, non ci creerà più disturbo, perché non lo vivremo più come qualcosa scisso da noi, ma facente parte della nostra stessa natura, avente la nostra stessa origine in quel non-suono da cui tutto proviene. In questo ascolto profondo e intimo riusciremo anche a sentire quella che nello Zen viene chiamata "la voce senza voce del mondo". Non è una voce che possiamo udire attraverso le nostre orecchie, non ha valenza negativa o positiva: sono le grida dell'umanità. Che viviamo un successo o un fallimento la nostra vita grida e se durante lo zazen riusciamo a scendere profondamente nel silenzio del nostro cuore possiamo udire questa "voce senza voce". Se viviamo nel "qui e ora", con consapevolezza, possiamo sentire queste urla. Sono le stesse cui dà ascolto il Bodhisattva Avalokiteshvara il cui nome significa appunto: "Colui che dà ascolto alle grida del mondo", che è la personificazione della compassione infinita di tutti i Buddha.
Nell'iconografia buddhista è spesso rappresentato con undici volti, che gli permettono di mantenere prospettive e atteggiamenti molteplici, utili alle diverse tipologie degli esseri, e con mille braccia, che rappresentano la pratica dei mezzi abili, upaya, il compassionevole aiuto prestato agli esseri in qualunque modo utile a loro, con l'uso di qualunque strumento disponibile. Riportato nella nostra pratica quotidiana, compassione è stare seduti in zazen e dare ascolto alla sofferenza del mondo che è "la voce senza voce", "il grido senza grido", che proviene dal profondo della vita umana e che noi stessi alimentiamo ogni giorno facendone esperienza diretta. Tutti noi quotidianamente attraverso un pensiero, una frase, un'azione, manifestiamo, rendiamo vive le grida di dolore dell'umanità. Così vivere praticando la compassione equivale a restare in contatto con questa sofferenza, aprendo il nostro cuore al dolore degli altri. Ascolto profondo, rivolto non solamente al dolore che può scaturire da una malattia o da un accadimento contingente della vita, ma anche a qualcosa di più sottile che è quella specifica sofferenza insita nella stessa esistenza umana. (continua)

Nani yue zo kayu
susurunimo
namidagumi.

Come mai
vi vengono le lacrime agli occhi
anche quando sorseggiate la ciotola di kayu?*

Mukai Kyorai

Anna Maria Iten Shinnyo

*piatto di riso in bianco.

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