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I suoni nello Zen - Parte seconda

BioGuida n. 18 - Autunno 2007

Il suono nella Tradizione Zen è sempre un elemento di grande rilievo, anche se non così evidente: va saputo "cogliere", ascoltare, e prenderne coscienza. E' spesso il tema chiave di un koan, frase senza senso, rompicapo, che i maestri assegnano ai loro discepoli come esercizio di pratica. Il koan deve essere risolto fornendo una soluzione non concettuale, non logica, ma intuitiva. Tra i più famosi: "Clap! Se questo è il suono di due mani che battono insieme: qual è il suono di una mano sola?" oppure: "Ferma il suono della campana del tempio lontano". Forse il più noto è il koan del mu (il vuoto, la vacuità), che viene enunciato a tutta voce dai maestri durante le sesshin (ritiri intensi di meditazione) o nei dokusan (colloqui individuali con il maestro) facendo sobbalzare i praticanti, ma che di fatto ha la forza di un'onda dirompente che si infrange sulla mente del discepolo, spazzando via illusioni e impurità. L'allievo in addestramento deve ripetere continuamente questo suono fino a diventare lui stesso il koan, penetrandone l'essenza profonda e riportando al maestro il risultato raggiunto attraverso la sua comprensione non concettuale.
Parlando della presenza del suono nell'ambito della pratica possiamo osservare come i tempi nei monasteri Zen siano scanditi dai suoni degli strumenti che ne segnano l'inizio e la fine.
Quando sono nel tempio di Daijoji in Giappone ogni giornata inizia con la sveglia, alle quattro della mattina, data da un monaco che attraversa tutto il monastero di corsa suonando una campanella. Successivamente si sente il primo suono del moppan (tavola in legno percossa da un batacchio) e dopo breve tempo il secondo, che annuncia l'accesso alla sala di meditazione. Si sentono poi i colpi di taiko (il grande tamburo) accompagnati da quelli di obonsho (la grande campana) che scandiscono l'inizio della pratica. Un nuovo tocco di moppan avvisa l'ingresso del Maestro nella sala di meditazione. Tre colpi di daikei (la campana di media grandezza) comunicano l'inizio dello zazen, più tardi il suono di shokei (la piccola campana) chiama i monaci a indossare l'okesa, l'abito del Buddha. Per tutto il tempo della meditazione il taiko, in lontananza, suona a intervalli definiti per ben cento otto volte. Un ultimo colpo di daikei indica la fine dello zazen. C'è poi una pratica recitativa specifica facente parte del rito della meditazione che è la lettura dei sutra, in giapponese okyo, antichi testi contenenti gli insegnamenti dei Buddha e dei Patriarchi.
Questa pratica è spesso accompagnata dal suono di strumenti come durante la recitazione del testo fondamentale nella nostra Scuola che è il Maka-hannya-haramitta-shingyo, il "Sutra del cuore della perfezione della grande saggezza". Tradotto circa nell'anno 650 da Hsuan-chuang in duecentosettanta caratteri cinesi, è un compendio di sutra affini come il "Grande sutra della prajnaparamita", un'opera enorme che amplifica il tema della saggezza per ben seicento volumi.
La sintesi di questo sutra è stata così strutturata non solamente per facilitarne l'interpretazione e la lettura intellettuale ma anche, e forse maggiormente, per il potere vibrazionale che la recitazione stessa emana in quella specifica stesura. Si dice infatti che l'Hannya-shingyo abbia un suono molto potente a livello energetico e una capacità intrinseca di purificare e svuotare la mente. Tra tutti i suoni, che accompagnano lo svolgimento della pratica Zen, quello che più caratterizza e identifica la nostra Tradizione è sicuramente il suono prodotto dal colpo del kyosaku. E' un bastone in legno, che riporta spesso su un lato una frase calligrafata e la firma dell'autore e sull'altro la data di realizzazione e il tempio di appartenenza. Il termine kyosaku viene tradotto come "bastone del risveglio" oppure "bastone del Buddha". Durante lo zazen c'è sempre un monaco che, impugnando il kyosaku, gira alle spalle dei meditanti - seduti lungo il perimetro della sala con la faccia rivolta verso il muro - e all'occorrenza, o su richiesta personale, dà un colpo di kyosaku ai praticanti. E' un colpo secco, ben preciso, e il bastone deve battere su un punto specifico alla base del collo, detto tsubo (centro energetico importante anche in agopuntura e nel massaggio shiatsu). La riattivazione di questo punto del corpo diviene una sorta di risveglio energetico per il praticante. Ebbene, il colpo di kyosaku ha un suono inconfondibile, che evoca immediatamente in chi lo riceve il senso più profondo della pratica Zen. Se il meditante sta vivendo un momento di torpore si sveglia immediatamente, se al contrario vive un momento di agitazione si calma all'istante. Generalmente chi lo riceve ne ricava un gran beneficio ritrovando concentrazione e presenza mentale, necessarie a continuare una corretta meditazione. Ritornando alla presenza dei suoni nella vita del tempio, rileviamo che anche durante la giornata ogni attività è annunciata dal suono di uno strumento. Il rullo del taiko chiama all'inizio e alla fine del samu (il lavoro manuale), il suono di obonsho avvisa di prepararsi per il pasto che viene poi annunciato dal tenzo (il cuoco) che suona i kaisyaku (due piccoli legni). Alle venti e cinquanta inizia il primo colpo di taiko che, suonando a intervalli fino alle ventuno, invita a spengere le luci e qualsiasi attività, perch&ecaute; è giunta la fine della giornata di pratica.
In una Tradizione come la nostra, il Buddhismo Zen, che viene tramandata I shin den shin, cioè "da cuore a cuore, da mente a mente", ovvero "Al di là di parole e scritture", pochissime sono le frasi profferte nell'arco della giornata nel monastero. L'insegnamento viene dato attraverso la manifestazione stessa della pratica, quasi mai vengono date spiegazioni verbali.
La giornata si svolge in grande silenzio, con le differenti fasi scandite "dai suoni nel tempio".
Una volta ritornata in Italia, alla mia vita di tutti i giorni da zaike (monaco che vive nel mondo) e non da shukke (monaco che vive in monastero) - nello Zen esistono queste due diverse figure monastiche - quello che più mi manca, oltre alla presenza del mio Maestro, sono proprio i suoni del tempio. La loro melodia non è solamente suono, ma l'espressione ultima della vita che si snoda attimo dopo attimo e si manifesta come parte integrante di quel tutt'uno armonico che è la vita all'interno del monastero.
E proprio riferito alla mia esperienza diretta a Daijoji, a proposito dei suoni all'interno della pratica, voglio raccontarvi un aneddoto su una d&ecaute;faillance in cui sono occorsa qualche anno fa. I pasti nel tempio sono consumati in silenzio, secondo un rituale specifico che si apre e si chiude con la recitazione di sutra. Il cibo viene servito in tre ciotole di differente misura, tali da poter stare impilate una dentro l'altra. Alla fine del pasto ogni monaco ripone le tre ciotole, senza far rumore, sollevandole attraverso la pressione dei pollici che dall'interno della ciotola spingono verso l'esterno. Imprimendo una spinta troppo leggera, o non parimenti bilanciata sulle due mani, la ciotola scivola e sbatte contro la sottostante. Immaginate per un attimo la scena. Le cinque e mezzo del pomeriggio, orario della cena in monastero, fine del pasto. Il suono morbido prodotto dalle ciotole che si ricompongono una dentro l'altra e io che, per stanchezza e tensione, sbaglio la pressione dei pollici e: "Stock!" sbatto rumorosamente una ciotola contro un'altra. Avrei potuto morire… Immediatamente le mie mani sono scattate in gassho (mani giunte) e abbassando la testa ho detto: "Sumimasen, sumimasen (scusate)". Avevo prodotto una nota stonata. Credo che solo un musicista in scena possa capire cosa abbia significato per me "steccare" in quel momento. Così sono i suoni nel monastero: un ininterrotto fluire armonioso. A questo vorrei aggiungere una precisazione: a volte si ha l'idea comune dello Zen come di una pratica estremamente punitiva o militaresca. Nel tempio in Giappone, dove periodicamente pratico da sette anni, non si è mai rimproverati. Il ritmo della vita è talmente in naturale sintonia che quando viene commesso un errore, come nell'episodio che vi ho appena riportato, non necessita di rimprovero da parte di alcuno. E' la persona stessa che, presa coscienza della "sbavatura", chiede scusa e si riallinea al fluire. Un altro suono fortemente presente, nei miei ricordi di esperienza giapponese, è legato alla prima volta che ho praticato nel monastero Zen di Sojiji, secondo monastero maschile di addestramento per monaci, Daijoji, il monastero cui appartengo, è il terzo in Giappone per importanza e fama. A Sojiji mi hanno accettato per non più di cinque giorni, ma ho dovuto mangiare da sola nella mia stanza e non insieme agli altri monaci e anche durante lo zazen non sono mai stata ammessa nella sala di meditazione principale, ma in una più piccola a fianco. Nella Tradizione Zen la meditazione è composta da tre diverse fasi: zazen, kin-hin (meditazione camminata), okyo. Ricorderò sempre il suono prodotto dai cento-centoventi monaci che, dopo il secondo tocco di campana del primo zazen, si alzavano dal cuscino di meditazione e si allineavano per camminare in kin-hin: il fruscio delle loro vesti e l'impercettibile suono dei loro piedi scalzi che avanzavano sul tatami (stuoia di paglia di riso).
Attraverso quel suono potevo vederli, ero insieme a loro. Ricordo anche con chiarezza la cerimonia di okyo della mattina, quando i monaci durante la recitazione compivano un rituale aprendo e chiudendo per un certo numero di volte il libretto dei sutra come fosse un ventaglio. Il suono della vibrazione prodotta dai fogli piegati della carta, che come una fisarmonica si snodavano e si ricomponevano a soffietto nel silenzio della sala, è ancora oggi vivo nella mia mente.

Il colore del picco
il suono della valle
tutto è la voce e la figura di Shakyamuni.

Dogen Zenji

Anna Maria Iten Shinnyo

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