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Sul sentiero della liberazione

BioGuida n. 15 - Inverno 2006

Praticare Zen è praticare la Via della liberazione che porta ciascuno a vivere il sé originario libero da attaccamenti e illusioni, gioioso nella manifestazione autentica dell’essere. Un cammino di liberazione dunque, che presuppone come unica “condicio” la fede in ciò che il Buddha storico Shakyamuni ha testimoniato nella sua Via del Risveglio, nella Trasmissione ultima del suo insegnamento. Senza questa fede incondizionata iniziale sedersi sul cuscino di meditazione, immobili come una montagna, diventa estremamente difficile. La stessa fede che in giapponese viene chiamata daishinkon dove l’ideogramma “dai” in questo contesto corrisponde a “ardente”, “shin” a “fede”, e “kon” a “radice” (da cui: l’ardente radice della fede). La medesima che brucia nel cuore dei praticanti e diviene motore di ricerca sulle orme del Buddha, che nel momento dell’Illuminazione realizzò che l’essere umano, come ogni altro genere di esistenza, è intrinsecamente completo, perfetto. La natura di Buddha è presente in ogni forma e tutti siamo Buddha già perfettamente realizzati. Per arrivare però a questa consapevolezza, a questa coscienza profonda della nostra vera natura, dobbiamo percorrere un lungo cammino a ritroso, ravvivando in noi la bodhaishin (la mente del Risveglio). Come dice Dogen Zenji nel Bendowa (Predicazione sulla comprensione del cammino religioso): “A chiunque sin dalla nascita è dato con pienezza il principio della condizione in cui la persona vive il sé originale genuinamente, però se non passa attraverso il fare in pratica proprio Zazen (letteralmente: meditazione seduta), quel principio non appare manifestato e se non si evidenzia nello Zazen in realtà non lo si ha.”.

Tutti siamo già la roccia che contiene il diamante, ma solo attraverso la disciplina della pratica possiamo ripulire, levigare, la nostra pietra. Così pratichiamo Zazen non per ottenere qualche cosa - difatti la nostra pratica è mushotoku (senza spirito di ottenimento, né scopo) – piuttosto per riportare alla luce il nostro tesoro nascosto. Questa è la risposta di Dogen Zenji alla sua grande domanda che lo aveva spinto fino in Cina: “Se tutti siamo Buddha risvegliati, perché dobbiamo lavorare praticando sul sentiero del Buddha?”. Nel momento del Satori (Illuminazione) il Buddha si è risvegliato insieme a tutti gli esseri, tutto si è realizzato contemporaneamente a lui. Se partiamo da questo atto di fede, il credere diventa comprensione. Non c’è separazione: credere e comprendere è tutt’uno e i due elementi si sviluppano e si alimentano a vicenda. Allora lo sforzo quotidiano di praticare Zazen e di vivere rispettando i Precetti buddhisti sarà confortato dal sentirsi uno con tutto ciò che ci circonda, uno con tutti i Buddha del passato, presente e futuro, sostenuti ad ogni passo dall’intero universo. Praticare Zazen è lasciar cadere mente e corpo in hishiryo (il pensiero oltre il pensiero): pensare senza pensare, nella coscienza assoluta, non mentale. Lasciare che i pensieri attraversino la nostra mente con la coscienza universale che segue l’ordine cosmico, oltre ogni giudizio e dualismo: “Quando lo spirito non dimora su nulla, il vero spirito appare.”. Dogen Zenji nel sesto paragrafo del Genjokoan (Divenire l’essere) scrive: “Conoscere la Via è conoscere se stessi, conoscere se stessi è abbandonare se stessi, abbandonare se stessi significa riconoscersi in tutte le esistenze.”. Ed è a questo che dobbiamo risvegliarci: alla realtà ultima della nostra vita, come hanno fatto il Buddha storico e tutti gli Antichi Patriarchi. Dobbiamo ritornare alla vacuità, che non è il nulla nichilista, bensì l’autentica natura di tutti i fenomeni che esiste ovunque, in quanto tutto ciò che ci circonda e ci costituisce è in relazione di interdipendenza. Questo abbandonare le nostre categorie mentali penetrando la vacuità nello spirito di interdipendenza, oltre il nostro sé intrinseco – che è la falsa coscienza dell’io soggettivo separato da tutto il resto – è lo spirito di hishiryo in armonia con il fluire dell’intero universo. Si è detto prima che tutto parte da un atto di fede iniziale, però attenzione: non si tratta di un dogma. La fede “ante litteram” è quella molla iniziale che ci spinge a sederci sul cuscino di meditazione ma poi, giorno dopo giorno, siamo noi stessi testimoni dei frutti della nostra pratica e possiamo riscontrare il realizzarsi dentro di noi dell’insegnamento del Buddha.

Solo attraverso la pratica possiamo personalmente comprendere la coscienza di hishiryo e farne esperienza diretta. Dogen Zenji nello Shouji (Vita e morte) dice: “Tentare di trovare il Buddha fuori dal mondo di vita e morte è come puntare il carro verso nord per andare a sud, o cercare l’Orsa Maggiore nel cielo del nord volgendosi a sud. Così facendo smarrirete la Via della liberazione.”. Nessuno può camminare per noi nella Via del Buddha, nessuno può spiegarci ciò che non è spiegabile o riducibile a parole ma che va intimamente vissuto, semplicemente sperimentato, giorno dopo giorno nella nostra vita quotidiana. Personalmente ho attraversato il continente asiatico per cercare il mio Maestro e l’ho trovato, ma neppure lui può fare per me il mio cammino. E questo cammino richiede sforzo, sacrificio, costanza, autodisciplina, impegno quotidiano, se non continuo. Dunque una scelta precisa, determinata, riconfermata in ogni istante di Zazen. Non è una strada facile o “leggera” e questo aspetto va ben compreso in tutta la sua estensione, per non indurre in errori grossolani scaturiti dal nostro ego. Troppe volte ci illudiamo che la nostra pratica non proceda o non trovi una svolta significativa perché non abbiamo incontrato il “nostro” Maestro. Purtroppo non è così: qualunque insegnante, qualunque Maestro, anche il più illuminato, rimane il dito che indica la luna, non la luna stessa. E’ evidente che abbandonare illusioni, attaccamenti, giudizi, piccole certezze, l’ego discriminante e totalizzante fino alla sua morte, per rinascere nel sé universale, non è affare di poco conto. Quando il Reverendo Genshu Imamura Sokan, Direttore Generale dell'Ufficio Europeo Buddhismo Soto, venne in visita a Firenze a Shinnyoji esposi quella che era una problematica aperta nel nostro sangha fiorentino. Era un gran parlare sul rigore dello Zen e da tempo mi prodigavo per cercare di fare chiarezza fra quella che è una pratica rigida e quella che invece è una pratica rigorosa. La risposta di Imamura Roshi fu un breve insegnamento a fine Zazen che risuonò nell’aria con la potenza di una folgore. Le sue parole furono: “Il rigore interiore emerge alla superficie, ma non è qualcosa che nasce fuori da noi. All'inizio il rigore ci proviene dall'esterno: è un'autodisciplina che ci diamo nella pratica, che ci aiuta nel nostro cammino spirituale. Con il passare del tempo, continuando a praticare Zazen, si trova una Via corretta e così il rigore esce naturalmente da dentro di noi. Più si prosegue nella Via meno il rigore proviene dall'esterno. Questo vale per tutte le religioni. In questi giorni abbiamo sentito il racconto della vita di Giovanni Paolo II: una persona di grande dirittura e rigore interiore che ha sempre dimostrato sentimenti di grazia sollecita verso l'esterno. Ecco una persona che ha cercato di esprimere la Via fino all'ultimo. Nel continuare la pratica vi esorto a levigare grazia, simpatia e gentilezza verso gli altri. Il rigore spirituale dentro voi stessi deve esprimersi in un atteggiamento amorevole verso gli altri. Ci sono tanti altri insegnamenti difficili ma lo Zazen supera ogni logica, lo Zazen è una pratica con cui si ricerca l'umanità.”. Anche allora tutti capirono le straordinarie parole di Imamura Roshi e ne apprezzarono la loro forma: pochi ne hanno compreso e messo in atto il loro profondo contenuto. Il Buddha storico nel suo cammino verso il Satori ha attraversato le gioie e le sofferenze di tutti gli esseri viventi prima di arrivare alla liberazione dalla sofferenza. Thich Nhat Hanh in Vita di Siddhartha il Buddha scrive: “ (…) Vide che gli esseri viventi soffrono perchè non comprendono che partecipano della stessa natura di tutti gli esseri. L’ignoranza dà nascita a una infinità di pene, di confusione e difficoltà. Avidità, ira, arroganza, dubbio, gelosia e paura affondano tutti le radici nell’ignoranza. Imparando a calmare la mente per vedere più a fondo nella vera natura delle cose, possiamo giungere alla comprensione globale che dissolve ogni ansia e ogni dolore, sostituendoli con accettazione e amore.”. Andare incontro alla Realizzazione per liberare noi stessi e tutti gli esseri dalla sofferenza del mondo è il cammino della nostra pratica. E’ un percorso arduo e periglioso ma non ci preoccupiamo di questo, fiduciosi nella Via del Buddha cerchiamo di fare semplicemente quello che c’è da fare, attimo dopo attimo, senza nulla aggiungere, accompagnati dallo spirito di ringraziamento per la grande opportunità che ci è stata data di essere nati e di aver incontrato durante la nostra vita il Dharma (Insegnamento del Buddha).

(…) Quando i pensieri se ne vanno, la mente è abolita;
Quando la mente se ne va, l’azione è compiuta.
Non è necessario confermare la vacuità;
C’è naturalmente una chiara comprensione. (…)

Hsin ming (Canto della mente)
di Niu T’ou Fa Jung

Anna Maria Iten Shinnyo

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