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Centro Zen Firenze Shinnyo-ji: "Per avere Pace non combattiamo la guerra"

Terrafutura - Sala Ottagonale Fortezza Da Basso Firenze - 20 Maggio 2007 (vedi Incontri - album fotografico)

Vorrei richiamare la vostra attenzione sul verbo "combattere" in ogni sua sfumatura etimologica, dal suo significato più incisivo dell'azione vera e propria del belligerare fino a quella più lieve del "muovere contro", "avversare".
Perché comunque la costruzione mentale, l'atteggiamento della nostra mente, parte sempre da una posizione di difesa, di paura, di arroganza o, al minimo, di non-accettazione, che fa scattare dentro di noi l'idea del conflitto.

Come insegna la nostra Tradizione, e in generale qualsiasi corrente del Buddhismo, dobbiamo imparare a conoscere la nostra mente per poter operare una trasformazione interiore, che ci renda liberi da illusioni e da attaccamenti.
Continuamente quotidianamente ci sentiamo nella condizione di doverci difendere da qualcosa o di ridefinire i nostri spazi o ribadire le nostre opinioni e punti di vista, nella visione del nostro io separato dal resto dell'Universo.
Allora questo io separato ha continuamente bisogno di affermarsi, autodefinirsi, per poter sopravvivere. Se realizzassimo invece la nostra Vera Natura di sé non separato, di sé universale non diviso e non diverso dagli altri, ma esistente in ogni manifestazione secondo le due leggi fondamentali del Buddismo - interdipendenza e interconnessione - ecco che ci sentiremmo sempre e comunque sostenuti e al nostro giusto posto, in armonia con ciò che ci circonda, che non avvertiremmo più come estraneo.

Entriamo nello specifico e osserviamo quante volte nell'arco della giornata per difendere la nostra "pace", la nostra tranquillità, attacchiamo con violenza ciò che ci disturba e dimostriamo avversione e intolleranza ricreando, nostro malgrado, la dinamica che è alla base di ogni conflitto, criticando e non accettando, separando e non accogliendo, reagendo e non agendo.
Eppure tutto è mosso da un pacifico presupposto di "semplicemente preservare la nostra pace". Ma il passo successivo, lo scivolare in una dinamica difesa-attacco, è un momento che generalmente ci sfugge, facendoci perdere la percezione del nostro essere qui e ora, che ci porterebbe alla giusta azione, facendoci invece aprire la porta a quella non consapevolezza che ci induce a istintivamente reagire. Così ci ritroviamo non più liberi e timonieri della nostra vita e del nostro operato, ma irretiti e attenti solamente alla dinamica altrui che si è innescata.

Clamoroso, paradossale, ma assurdamente naturale e umano, l'episodio riportato in un famoso libro di un Maestro Zen americano in cui si racconta la storia di due fratelli. Uno è scienziato e vive e lavora in una centrale nucleare, l'altro è attivamente impegnato in un'associazione pacifista pro disarmo nucleare. Difendendo strenuamente le loro opinioni personali per lunghi anni non si sono parlati, fortemente arroccati ciascuno sul proprio punto di vista. Balza spontaneamente agli occhi la contraddizione palese di una persona che professa la non violenza e si prodiga per la non belligeranza e poi non parla col proprio fratello, attuando una sorta di guerra fredda fratricida.

Eppure quante volte si creano le stesse dinamiche nel nostro vivere di tutti i giorni, quando convinti e irremovibili difendiamo quello che ci pare un nostro sacrosanto diritto o principio, fosse anche sul concetto medesimo della pace, non ammettendo deroghe su una diversa altrui opinione?
Non dimentichiamo mai che ciascuno ha il suo percorso e il proprio kharma personale e con quello deve traghettare in questa vita.

Ricordiamo che chi strilla, offende, aggredisce, anche se all'impatto genera violenza e senso di sopraffazione, di fatto sta urlando una celata richiesta di aiuto. Sta gridando il suo disagio, il suo non risolto, la sua frustrazione, il suo senso di impotenza. Quando siamo sereni, in pace con noi stessi e con il mondo che ci circonda, poco ci toccano le altrui offese, riusciamo ad accoglierle, ammortizzarle e armonizzarle al momento. Ma se ci capitano in un giorno di stress, di stanchezza della vita: immediatamente entriamo nell'alterco o ne rimaniamo offesi e turbati.
Dunque abbiamo prova tangibile che esista un modo diverso di porsi nel e rispetto al mondo e ai suoi accadimenti. E' estremamente difficile, ma si può fare!
Chiedeva una cara amica: "Come si fa ad andare contro corrente quando si è proiettati nel mondo?".
E' vero ci vuole forza, direi quasi audacia, determinazione, coraggio, ma queste - che ci sembrano qualità difficilmente spendibili e attuabili - sono pienamente presenti dentro di noi.
Direi: "Basta crederci!" Dove questo credere non è un invito al dogmatismo, bensì all'esperienza diretta. Secondo la nostra Tradizione tutti siamo Buddha già perfettamente illuminati e, anche se ci siamo allontanati dalla nostra Vera Natura, dalla nostra Natura di Buddha, possiamo in ogni momento ricontattarla sviluppando in noi la Bodaishin, lo spirito del Risveglio.

Possiamo davvero decidere in qualsiasi momento della nostra vita di smettere di fare teoria e impegnarci nella pratica, fare esperienza diretta di ciò in cui crediamo e di ciò cui aneliamo. Iniziare un percorso meditativo che ci affini all'ascolto dei bisogni degli altri e ci insegni a conoscere la nostra mente e le nostre costruzioni mentali, per affrontare con maggior consapevolezza la nostra vita nel suo manifestarsi qui e ora, rinnovata e leggera ad ogni istante.
Possiamo imparare ad accettare noi stessi in ogni sfaccettatura, anche in quelle manifestazioni che non ci piacciono e che vorremmo non ci appartenessero. Possiamo imparare parimenti ad accettare gli altri e ciò che "non ci piace" degli altri e negli altri.

Se auspichiamo un mondo senza conflitti, dobbiamo in primis partire dall'accettare la realtà stessa dei conflitti, invece di opporci a questi in qualsivoglia maniera. Dobbiamo lavorare su noi stessi, sulla nostra personale trasformazione fino ad approdare alla comprensione profonda del non conflitto, piantando con il nostro operato semi di pace, che germoglino e siano testimonianza per un mondo migliore.
Un processo di trasformazione parte da una volontà di aprire il proprio cuore e la propria mente con conseguente impegno serio e ponderato con se stessi.

Allora, attraverso l'esercizio quotidiano dell'osservazione sulle nostre costruzioni mentali, quando ci vediamo scivolare sulla classica buccia di banana, e ciascuno di noi ha la propria, proviamo a fermarci, perdoniamoci per la caduta e proviamo a sorridere del nostro scivolone. Bisogna imparare a sorridere compassionevolmente delle nostre debolezze e dei nostri errori, per non appesantirli ulteriormente e indurre nei sensi di colpa.
Nessuno è perfetto e il cammino spirituale è lungo, arduo, e periglioso. Come dicevamo, ci vuole grande forza di volontà. Il non reagire, il non entrare in una dinamica botta e risposta, rimanendo calmi - il che non vuol dire che stiamo subendo - richiede un allenamento e uno sforzo notevoli, che ci permettano di andare oltre la nostra emotività e reattività. In vero non è cosa da poco.
E vorrei spendere una parola sull'idea, che a volte si insinua nei praticanti, del subire, del non lottare, del lasciarsi vivere. E' esattamente il contrario! Il non reagire è una scelta totalmente consapevole operata nel momento presente. E' attuare la Prajna, il discernimento che scaturisce dalla saggezza universale, andando oltre emozioni e attaccamenti all'ego, alle proprie idee, alle illusioni. Scegliere di non rispondere alla violenza e alle provocazioni con la stessa moneta è una scelta attiva, non passiva, che implica come prima conseguenza il mettere una distanza tra ciò che arriva e la spontanea reazione - che altro non è che quello spazio creato nel nostro cuore per consentirci un cambiamento.
Azione che richiede impegno, lucidità e consentitemi: "estro". A volte capire, trovare, quale sia la strada più opportuna per uscire da un impasse innescato richiede davvero "inventiva". Non sempre si trova la soluzione. Allora è maglio rimanere in silenzio. A volte il non parlare, il non agire, sono l'unica modalità possibile.

Toccando con animo compassionevole la nostra e l'altrui sofferenza possiamo ascoltare dentro di noi la voce che ci richiama individualmente ad un compito personale per una vita migliore in aiuto e supporto a noi stessi, a tutti gli esseri, all'intero Universo.

Il primo passo verso la pace parte proprio dal non combattere la guerra e le avversioni che spontaneamente sorgono in noi. E' un lento e lungo processo di autocoscienza attraverso il quale impariamo prima a riconoscere i conflitti dentro noi stessi e poi a pacificarci con essi attraverso una catarsi che ci conduce alla piena accettazione della nostra natura.

Possiamo andare ad ascoltare e a comprendere quali siano i nostri punti deboli rispetto ad uno scatto reattivo - per accorgerci come sempre derivino da una contrattura, da una chiusura - e allora lì, in quel punto, piano piano, potremo cominciare ad aprire sempre di più il nostro cuore, cui seguirà spontaneamente e parimenti una maggiore apertura della nostra mente.

Può essere anche utile osservare, guardando il proprio cammino personale, come nell'arco del tempo le nostre opinioni siano spesso cambiate e come a volte quello che mettevamo sugli altari rovinosamente finisce poi per cadere in basso. L'attenta osservazione del famoso detto: "Dalle stelle alle stalle" può essere un buon punto di partenza per farci allargare la veduta sulle nostre rigide opinioni toccando con mano come tutto cambi e si trasformi. Allora forse potremmo avere una visione più ampia cuore-mente, che ci permetterà di accogliere con più leggerezza e più disponibilità le altrui posizioni rigide, le opinioni contrarie alle nostre, ciò che ci infastidisce e ci urta. E pensare anche come, al contrario, perpetrare le strade della guerra, dell'odio, dell'ostilità, porti ad un sempre crescente dolore, che scaturisce da un cuore che sempre più si chiude e da una visione dell'umanità, della collettività sempre più ristretta - e a un kharma sempre più pesante. Anche se difficile da attuare, davanti alla violenza dovremmo sempre mettere in atto compassione e amorevolezza per poter approdare sulla via della Prajna, la saggezza universale, che ci permetterà di operare per il bene di tutti gli esseri.

In Giappone c'è un detto: "Tan pan kan", l'uomo che trasporta una tavola di legno. Così commenta Katagiri Roshi, un grande Maestro Zen contemporaneo: "Un uomo che trasporta una tavola di legno sulla spalla può vedere solo da un lato. L'altro lato è l'aspetto della vita che non può vedere.
La vita umana esiste nel mondo dualistico del bene e del male, del giusto e dell'ingiusto. Non possiamo stare da entrambe le parti. Ma anche se non possiamo farlo, ciò non significa che dovremmo ignorare il bene o il male, il giusto o l'ingiusto. Dobbiamo comprendere entrambi i lati."
Aggiungerei che: comprendere entrambi i lati vuol dire contenerli nel nostro cuore, accettarli come facenti parte della nostra natura umana. Da questa comprensione profonda ha inizio il cammino di Risveglio verso la Natura di Buddha, presente in ciascuno di noi, per realizzare un mondo migliore.

Per concludere una riflessione sulla natura pacifica del Buddhismo. Nella nostra fede Buddhismo Zen non esiste proselitismo, non è previsto uno sforzo, un impegno per convertire. Questo aspetto può essere giudicato una mancanza, ma la stessa che può essere considerata una debolezza, è la forza che crea lo spazio, l'apertura, per accettare ogni altra differenza di credo e di religione, con conseguente totale accoglienza del diverso e fattiva impossibilità di intraprendere una qualsivoglia guerra religiosa.

Grazie
Iten Shinnyo

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