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Zen vita quotidiana

San Sepolcro - 5 Ottobre 2007

Testo della conferenza

Sono monaco Zen nella Tradizione Soto mi chiamo Iten Shinnyo. Il nome buddhista che porto mi è stato conferito dal mio Maestro Reverendo Ryushin Azuma Roshi, abate del tempio di Daijo-ji in Giappone, durante la cerimonia di ordinazione. Il suo significato è "Cielo d'Italia questo è verità". E' un grande compito che il mio Maestro mi ha dato: onorare per tutta la vita il nome che mi ha assegnato. Premetto che la mia formazione non è conclusa dopo sette anni di pratica Zen in Giappone, preceduti da sette in Italia. Non sono ancora insegnante e parlo su autorizzazione del mio Maestro, seguendo le sue indicazioni e gli insegnamenti da Lui ricevuti.
Se penso allo Zen mi viene spontanea la connessione: "Zen vita quotidiana" che per me si traduce nella personale esperienza diretta nella Via e in quello che il mio Maestro amorevolmente mi ha insegnato. I due aspetti infatti si coniugano tra loro, in quanto la caratteristica straordinaria della nostra Tradizione è proprio quella di manifestarsi in ogni gesto della vita quotidiana e di trovarne lì la propria dimensione e la propria verifica.
Si dice che dello Zen non si può parlare, ma solo praticarlo, solo farne l'esperienza.
Lo Zen è di per sé espressione della vita di tutti i giorni e al tempo stesso un modo di essere, una modalità di vivere, una filosofia di vita, una religione. Quest'ultima non intesa secondo la nostra visione occidentale, ma in un aspetto che prescinde dall'esistenza e dal culto di un Dio; che non dà particolare importanza alle parole e alla dottrina, ma che si fonda sull'esperienza diretta, senza l'aggiunta di pensiero o filosofia.
Al centro della nostra Tradizione è l'esperienza del Buddha storico Shakyamuni che, come una volta ebbe a precisarmi il mio Maestro, non era un santo ma un saggio, un uomo Illuminato.
Da questo si evince come nel Buddhismo Zen non è presa in considerazione, l'esistenza o meno di un Dio. Detto in altre parole questo permette a noi praticanti Zen una totale libertà nel campo della scelta religiosa, di poter seguire eventualmente la fede che riteniamo essere la nostra.
Al momento dell'ordinazione feci specifica richiesta al mio Maestro di mantenere la mia fede di origine cristiana cattolica e gli manifestai l'intenzione di non voler abiurare. Il mio Maestro fu perfettamente d'accordo e aggiunse che trovava corretto il non rinunciare ad una parte così importante della propria vita e della propria formazione.
Nella storia europea recente ci sono vari esempi di monaci cattolici che hanno abbracciato il Buddhismo Zen portando avanti parallelamente il loro percorso religioso cristiano.
Un esempio famoso è quello di Padre Hugo M. Enomiya Lassalle, tedesco, Gesuita, ordinato sacerdote dopo la prima guerra mondiale, che scelse di andare missionario in Giappone, dove incontrò il Buddhismo Zen e lo praticò fino a raggiungere il grado di Maestro. Al suo ritorno in Germania continuò la sua pratica integrando la vita religiosa cristiana con la meditazione e gli insegnamenti Zen. Dopo un primo periodo di ostracismo e incomprensioni il suo percorso buddhista fu accettato e riconosciuto dalla Chiesa, che gli permise di partecipare al Concilio Vaticano II (1962-1965) indetto da Papa Giovanni XIII, dove partecipò assieme al vescovo di Hiroshima. In quel Concilio, voce ufficiale della Chiesa, fu redatto il Decreto sull'attività missionaria della Chiesa che deliberò per gli ordini monastici - relativamente all'impiego di tecniche di meditazione di altre religioni - l'ordine di integrare tali tecniche, ove possibile. Detto questo per arrivare ad un esempio più recente negli anni '90 Padre Luciano Mazzocchi, Saveriano, ha costituito insieme al monaco Zen italiano Giuseppe Jiso Forzani, la Comunità Stella del Mattino, dove viene integrato il rito della Santa Messa con la Meditazione e gli insegnamenti dello Zen. Ricordiamo che la figura centrale del Buddhismo Zen è il Bodhisattva, colui che pur non avendo raggiunto la Realizzazione, il Satori, si mette in cammino al servizio degli altri. Dunque con grande amorevolezza, con un forte spirito di servizio e compassione, porta avanti la sua vita per aiutare se stesso e gli altri a liberarsi dalla sofferenza. Un punto fondamentale nella Via dello Zen è appunto la ricerca del superamento del dolore, causato dai nostri attaccamenti, dalle nostre paure, dal nostro ego. In questi lunghi anni di pratica ogni volta che ho inteso la mia vita indipendente dalla vita degli altri, ho imparato, ho toccato con mano, come tale visione, che tiene conto solamente del nostro piccolo sé, generi sofferenza. Una delle principali cause delle nostre frustrazioni e del nostro dolore è il costruire continuamente una visione egocentrica e rigida della vita, che scaturisce dall'elaborazione della nostra mente distaccata da "la realtà così com'è" - come viene chiamata nello Zen - che muove dai principi dell'interdipendenza e dell'impermanenza.
Sono ritornata da pochi giorni dalla mia ultima pratica in Giappone dove, come primo servizio della mattina alle sei e mezza dopo le due ore di meditazione mattutina, ho avuto l'incarico di pulire i bagni dei miei fratelli monaci, quello degli ospiti e quello delle donne. All'inizio, quando mi sono trovata davanti al forte odore presente soprattutto nei bagni degli uomini e quando ho realizzato che dovevo pulire il pavimento intorno agli orinatoi con lo straccio a mani scoperte, - non esiste l'uso degli spazzoloni nei monasteri Zen giapponesi - ho avuto un attimo di forte tentennamento e smarrimento. La mia mente ha cominciato a elaborare una serie di pensieri nefasti a proposito di dover pulire senza l'uso di guanti, che mi avrebbero potuto proteggere da eventuali contatti o contagi, e un grande senso di disagio si è impadronito di me. Poi mi sono fermata e mi sono ricollegata ad uno dei principi fondamentali della nostra Tradizione: "non mente", semplicemente fare quello che c'è da fare, senza intrappolarsi nelle costruzioni mentali. Un sorriso si è aperto dentro di me, una nuova finestra si è spalancata, e ho ripreso il servizio. A onor di cronaca, chiaramente non mi è successo niente, salvo che le mie mani, come di consueto al ritorno dal monastero in Giappone, ancora oggi assomigliano piuttosto a una carta vetrata.
Negli anni la mia pratica mi ha portato a liberarmi da tanti pregiudizi, da tanti preconcetti e da tutto un sottobosco di pensieri che si legavano poi a emozioni, che non facevano altro che complicarmi l'esistenza. Vivere nel "qui e ora" come insegna lo Zen, senza frapporre niente fra l'azione e il pensiero, vivere leggeri, senza lasciare traccia, rende liberi e padroni di se stessi, permettendoci di entrare in contatto diretto con tutta la nostra energia. La pratica Zen è centrata su una profonda, radicata, fiducia nell'uomo. Si dice infatti che tutti noi siamo già Buddha e da questo assunto inizia un percorso a ritroso alla riscoperta della buddhità presente in ciascuno di noi.
Questa è una peculiarità del Buddhismo Zen: il nostro percorso dipende unicamente dal nostro impegno, dalla nostra determinazione, dalla nostra fede e non da cause o interventi esterni a noi. Se non partiamo da un atto di fiducia in quello che il Buddha storico ha realizzato illuminandosi, se non iniziamo con il credere - ma badate bene senza dogmi, perché ciò che il Buddha ha vissuto nel suo cammino verso l'Illuminazione ognuno di noi può viverlo e sperimentarlo giorno dopo giorno sulla propria pelle - che ciascuno di noi può raggiungere la Realizzazione attraverso il proprio impegno personale, allora la nostra pratica sarà veramente faticosa. Vorrei precisare che Dogen Zenji, il fondatore della nostra Scuola, nella sua opera omnia - lo Shobogenzo - non ha mai parlato di Satori, perché di fatto nella nostra Tradizione Soto non è stressato il concetto di Illuminazione. La nostra pratica si basa su Shikantaza, un percorso graduale di consapevolezza e di autocoscienza. "Sedersi e semplicemente essere", "sedersi e semplicemente manifestarsi", non è importante dove arriveremo, non è importante la meta, in quanto come dice Dogen Zenji: lo Zazen, la meditazione Zen, è al tempo stesso fine e mezzo, la meta stessa realizzata in ogni attimo.
Nel Bendowa - Il cammino religioso - Dogen Zenji dice che, pur essendo presente in ciascuno di noi la Vera Natura di Buddha, la nostra Mente Universale, se non pratichiamo propriamente la Via dello Zazen, questa non può manifestarsi. Quando si dice che nello Zen non c'è niente da raggiunge e niente da ottenere il senso è proprio questo: ognuno di noi ha già dentro di sè la propria Realizzazione, la capacità di vedere il mondo "così com'è", ma non per questo non dobbiamo praticare. Se non ci mettiamo su un cammino di ricerca costante - nello Zen si parla di "Gyoji", la pratica senza sosta - non riusciremo ad entrare in contatto con la nostra Natura di Buddha. Ecco perché si dice "Zen vita quotidiana": perché, se mai arriveremo alla nostra Realizzazione personale, l'unico effetto che ne avremo è il vedere il mondo "così com'è". Non ci è promesso di raggiungere poteri straordinari o di diventare super-uomini o super-donne, ma semplicemente di vedere la straordinarietà della vita "così com'è". Alla fine del percorso ci accorgeremo, dopo tanto cammino e tanto sforzo, che il cielo è esattamente il cielo e la terra è esattamente la terra, così come sono sempre stati, al di là della distorta visione prodotta dalle nostre proiezioni mentali. Dunque il nostro percorso di consapevolezza continua in ogni attimo della vita, cercando di essere presenti a noi stessi, cuore e mente aperti, pronti ad accogliere il bisogno e la richiesta degli altri, pronti ad accettare la vita come si manifesta ad ogni attimo davanti ai nostri occhi.
La nostra pratica è in qualche modo un continuo cercare di accogliere gli eventi, armonizzandoci al fluire stesso della vita intorno a noi, alle persone che ci circondano, all'intero universo, un vivere senza le barriere erette, costruite, dal nostro ego per difenderci e riconfermare il nostro piccolo io.
Negli ultimi due anni, ogni volta che ho incontrato il mio Maestro le sue parole sono sempre state le medesime: "Shinnyo, non scegliere, non dividere, non fare distinzioni.".
Basterebbero queste poche parole - che sono il tema trattato nello Hsin hsin ming, poema in versi attribuito al Terzo Patriarca cinese Kanchi Sosan, morto nel 606 - per portare avanti lo studio personale sul Buddhismo Zen per tutta la vita.
Parole che al primo ascolto o buttano nel panico o sollevano una miriade di obiezioni: "Come non devo scegliere? Allora se non scelgo io, gli altri sceglieranno per me!". "Come non devo difendere i mie principi, la mia visione della vita? Come posso essere padrone della mia vita se non scelgo?". E così via... Chiusi nell'illusione che affermare il nostro ego, la nostra visione della vita, che ribadire i nostri principi, i nostri preconcetti, le nostre opinioni, ci renda liberi. Di fatto non sempre è così. Il più delle volte ci relega nell'angolo in cui ci siamo così strenuamente trincerati, piuttosto che lasciarci la libertà di spaziare aperti a ciò che ci viene incontro.
Quante guerre, quante lacerazioni, quanto dolore scatena l'affermare con forza il proprio punto di vista! Il non affermarlo, l'accettare la vita come ci arriva, l'accogliere ciò che è diverso da noi, non vuol dire non avere una personalità, non avere un proprio indirizzo, non avere la propria opinione. Vuol dire semplicemente non anteporre il proprio credo a quello degli altri, non procedere cechi a ciò che la vita ci propone di nuovo. Vuol dire non rinchiudersi a difendere il proprio pensiero, ma rimanere aperti e disponibili a qualsiasi confronto e mutamento, cercando sempre di operare nella Via di mezzo che il Buddha ci ha insegnato. Quante volte abbiamo programmato il nostro futuro secondo schemi immaginari, secondo le nostre proiezioni, le nostre aspettative, e poi la vita inaspettatamente, meravigliosamente, ci ha smontato tutto il castello e ci ha sbattuto da un'altra parte? C'è un detto sacrosanto nella cultura popolare: "L'uomo propone e Dio dispone". Quello di cui il mio Maestro sta parlando è proprio mantenere la freschezza, l'elasticità, l'apertura verso gli altri. L'altruismo, il lasciarsi sorprendere, che ci permetteranno di vivere al meglio le condizioni della nostra vita che, seguendo la legge dell'impermanenza, cambia ad ogni attimo. L'alternativa è continuare a rimanere rigidi nelle proprie convinzioni, non accettare i dolori, la morte e la vita, che va avanti sempre e comunque nonostante tutto, e lacerarsi in un mare di sofferenza, con l'arroganza di non voler accettare la vita "così com'è", il naturale corso dell'esistenza, dell'universo, la straordinarietà della vita medesima.
Chiudo ringraziando profondamente il mio Maestro per tutto quello che mi ha trasmesso, testimoniandogli la mia infinita riconoscenza.

Iten Shinnyo

Intervista di Tele Etruria a Iten Shinnyo a fine conferenza

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