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EkiZen - Notiziario del Sangha di Shinnyo-ji

Primavera 2011

IL NOTIZIARIO DI DAIJO-JI

TRADUZIONE IN ITALIANO, INGLESE, FINLANDESE.

Daijo-ji Dayori n.106
didascalia sopra la foto
Auguri Anno Nuovo
sotto la foto
Shinnyo-ji, Sede Italiana del Daijo-ji
Il testo
Shinnyo-ji, Sede Italiana del Daijo-ji Seconda edizione della Cerimonia di Jukai
È stata rigorosamente celebrata la seconda la seconda Cerimonia di Jukai il 26 settembre 2010 a Shinnyo-ji di Firenze, Italia, la Sede italiana del Daijo-ji il cui fondatore è Marradi Shinnyo, titolare del Nitō Kyōshi, insegnante di secondo grado della Scuola Sōtōshū.
Gli ordinati, riuniti sotto la guida del Maestro Shinnyo Rōshi, erano: Iten Shinkai (M: maschio), Iten Yūshin (M), Iten Daishin (M), Iten Yōshin (F: femmina), Iten Genshin (F), Iten Shinkō (M).
Shinnyo Rōshi è discepolo diretto di Ryūshin Rōshi, Abate del Daijo-ji.
In questa giornata memorabile Ryūshin Rōshi, con al seguito Tesshi Jisha (suo assistente), Genryū Shi (ex praticante del Daijo-ji), Hōjun Shi (suo discepolo), la Sig.na Aida Mamadova e la Sig.ra Inazumi Yuka, è entrato a Shinnyo-ji e ha osservato con affetto la Cerimonia di Jukai.
Lì si è notato che il Dharma trasmesso da Shinnyo Rōshi osservando la Tradizione del Daijo-ji si è espanso fortemente in Italia. E' stata l’occasione decisiva per il grande sviluppo del Dharma Italiano nel prossimo futuro.

Daijo-ji Dayori n.106
caption above the picture
New Year Greetings
under the picture
Shinnyo-ji, Italian branch of the Monastery of Daijo-ji
Text
Shinnyo-ji, Italian branch of the Monastery of Daijo-ji Jukai Ceremony Second Edition
The second Ceremony of Jukai was strictly celebrated on september 26, 2010, in Shinnyo-ji, italian branch of Daijo-ji, Florence, Italy, whose founder is Marradi Shinnyo, owner of Nitō Kyōshi, second grade teacher of Sōtōshū school. 
The ordained together under the guidance of Master Shinnyo Rōshi were: Iten Shinkai (M: male), Iten Yushin (M), Iten Daishin (M), Yoshin Iten (F: female), Iten Genshin (F), Iten Shinko (M). 
Shinnyo Rōshi is direct disciple of Ryūshin Rōshi, abbot of Daijo-ji. 
On this memorable day Ryūshin Rōshi, with followers Tesshi Jisha (his assistant), Genryū Shi (ex practising in Daijo-ji Temple), Hōjun Shi (his disciple), Ms Aida Mamadova and Mrs Inazumi Yuka, entered Shinnyo-ji and followed with fondness Ceremony of Jukai. 
There it was noticed that the Dharma transmitted by Shinnyo Rōshi following the tradition of Daijo-ji is greatly expanded in Italy.  It was the deciding opportunity for the general development of the Italian Dharma in the next future.

Daijo-ji Dayori n. 106
Teksti kuvan yläpuolella:
Hyvää Uutta Vuotta
Teksti kuvan alapuolella:
Shinnyo-ji, Daijo-Ji'n Italian haara
Teksti:
Shinnyo-ji'n, Daijo-Ji'n Italian haaran toinen Jukai seremonia.
Shinnyo-ji'n toinen Jukai seremonia on vietetty ankaralla arvokkuudella Firenzessä. Shinnyo-ji on Daijo-ji'n italialainen haaratemppeli, jonka perustaja on Marradi Shinnyo, toisen asteen
Soto-shu opettaja ja Nito Kyoshi.
Boddhisatvoiksi vihityt, yhdessä Maestro Shinnyon johdolla olivat, Iten Shinkai (M: mies), Iten Yushin (M), Iten Daishin (M), Iten Yoshin (N: nainen), Iten Genshin (N), Iten Shinko (M).
Shinnyo Roshi on Ryushin Roshin, Daijo-ji'n apotin, suora oppilas. Tänä muistorikkaana päivänä Ryushin Roshi, sekä Tesshi Jisha (Roshin assistentti), Daijo-ji'ssa aiemmin harjoitellut Genryu Shi, Hojun Shi (hänen oppilaansa), neiti Aida Mamadova sekä rouva Inazumi Yuka,
seurasivat liikutuksella Shinnyo Ji'ssa Jukai seremoniaa. Paikan päällä voitiin todeta että Shinnyo Roshi'n välittämä Dharma on laajentunut Italiassa voimakkaasti.
Tilaisuus oli ratkaiseva italialaisen Dharman vahvalle kehitykselle lähitulevaisuudessa.

Report

Lunedì 21 febbraio 2011, durante il consueto incontro di pratica settimanale, si è seduto insieme al Sangha fiorentino il Professor Aldo Tollini, docente di lingua giapponese classica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Dopo un’intensa attività di pratica, durante una cena conviviale, il Maestro Shinnyo ed il Professore hanno ricordato alcuni episodi tratti dalla loro esperienza personale riguardo la storia dello Zen italiano, ripercorrendo in tal modo alcune vicende che hanno consentito il fiorire della Via nel nostro Paese. Ha chiuso la piacevole serata una coppa di gelato per festeggiare il conseguimento della laurea di uno dei nostri Ordinati. Ospite del Tempio, il Professor Tollini si è unito con il gruppo dei praticanti nello Zazen del martedì mattina prima di lasciare Shinnyo-ji.

La Poesia

Oggi non leggerò una poesia ma un brano tratto dal primo capitolo del romanzo di Dorian Gray, pubblicato nel 1890, di Oscar Wilde (Dublino 1854 – Parigi 1900), che a suo tempo mia figlia Ambra, dopo averlo studiato sul testo originale inglese, mi sottopose e che fu per noi motivo di conversazioni e ampie riflessioni.

In lingua originale

"Too much of yourself in it! Upon my word, Basil, I didn't know you were so vain; and I really can't see any resemblance between you, with your rugged strong face and your coal-black hair, and this voung Adonis, who looks as if he was made out of ivory and rose-leaves. Why, my dear Basil, he is a Narcissus, and you — well, of course you bave an intellectual expression, and all that. But beauty, real beauty, ends where an intellectual expression begins. Intellect is in itself a mode of exaggeration, and destroys the harmony of any face. The moment one sits down to think, one becomes all nose, or all forehead, or something horrid. Look at the successful men in any of the learned professions. How perfectly hideous they are! Except, of course, in the Church. But then in the Church they don't think. A bishop keeps on saying at the age of eighty what he was told to say when he was a boy of eighteen, and as a natural consequence he always looks absolutely delightful. Your mysterious young friend, whose name you have never told me, but whose picture really fascinates me, never thinks.
I feel quite sure of that. He is some brainless, beautiful creature, who should be always here in winter when ve have no flowers to look at, and always here in summer when we want something to chill our intelligence. Don't flatter yourself, Basil: you are not in the least like him." "You don't understand me, Harry," answered the artist. "Of course I am not like him. I know that perfectly well. Indeed, I should be sorry to look like him. You shrug your shoulders! I am telling you the truth. There is a fatality about all physical and intellectual distinction, the sort of fatality that seems to dog through history the faltering steps of kings. It is better not to be different from one's fellows. The ugly and the stupid have the best of it in this world. They can sit at their case and gape at the play. If they know nothing of victory, they are at least spared the knowledge of defeat. They live as we all should live, undisturbed, indifferent, and without disquiet. They neither bring ruin upon others, nor ever receive it from alien hands. Your rank and wealth, Harry; my brains, such as they are — my art, whatever it may be worth; Dorian Gray's good looks — we shall all suffer for what the gods have given us, suffer terribly."

In italiano

"Troppo di te stesso. Parola d'onore, Basil non ti credevo vanitoso a questo punto. Non riesco davvero a vedere la minima somiglianza fra te, con la tua faccia forte e angolosa, e questo giovane Adone che sembra fatto d'avorio e di petali di rosa. Andiamo caro Basil, lui è un Narciso e tu – certo, naturalmente, tu hai una espressione intellettuale e tutto il resto; ma la bellezza, la vera bellezza finisce là dove l'espressione intellettuale comincia. L'intelletto è di per se stesso una forma di esagerazione e distrugge l'armonia in qualunque volto. Appena uno si mette a pensare diventa tutto naso o tutta fronte o qualcosa di orrendo. Guarda gli uomini che hanno avuto successo in una qualsiasi delle professioni dotte. Non sono perfettamente schifosi?

Tranne che nella Chiesa, naturalmente; ma nella Chiesa non pensano. A ottant'anni un Vescovo continua dire quello che gli hanno insegnato a dire quando ne aveva diciotto, e naturalmente ne consegue che conserva un aspetto assolutamente delizioso. Il tuo giovine amico, del quale non mi hai mai detto il nome, ma il cui ritratto mi affascina veramente, non pensa mai ne sono perfettamente sicuro. E' un essere senza cervello bello, che dovrebbe sempre essere qui d'inverno, quando non abbiamo fiori da contemplare e sempre qui d'estate, quando ci occorre qualcosa che raffreddi la nostra intelligenza. Non lusingarti, Basil; tu non gli assomigli affatto." "Non mi capisci, Harry", rispose l'artista. "Certo che non gli assomiglio, lo so benissimo. Ti dirò che mi dispiacerebbe di assomigliargli. E' inutile che tu scrolli le spalle: quel che ti dico è la pura verità. Su qualunque distinzione, fisica o intellettuale che sia, grava una fatalità, la stessa fatalità, che sembra accompagnare nella storia i passi vacillanti dei Re. E' meglio non esser diversi dai propri simili. In questo mondo i brutti e gli stupidi hanno la sorte migliore; possono starsene comodamente seduti a guardare la commedia. Non conoscono la vittoria, ma in compenso non son costretti a conoscere la sconfitta; vivono come dovremmo vivere tutti, indisturbati, indifferenti e senza fastidi. La tua ricchezza e il tuo rango, Harry, il mio talento, quale che sia, la mia arte, per quel che può valere, la bellezza di Dorian Gray – noi soffriremo per quello che gli Dèi ci hanno donato, soffriremo terribilmente." Vi lascio la libera interpretazione di questa lettura, in apertura dell'Insegnamento sulla Presa di Rifugio nel Sangha, sulla considerazione fatta da Lord Harry sull'intelletto che distrugge l'armonia, e sul giudizio di Basil sulla sofferenza, derivante dall'essere diversi e dall'aver ricevuto maggior doni dagli Dèi. Sofferenza che non ci abbandonerà fin quando non riusciremo a far cadere le nostre barriere, la nostra mente duale e giudicante, il senso di separazione tra me e altro da me, per accogliere la nostra vita con il cuore compassionevole del Buddha, Uno con tutti gli esseri, riscontrandoci parte viva di un Sangha Universale.

~ Maestro Iten Shinnyo

Questa immagine illustra un racconto o un Koan Zen, che è la storia di un monaco che, essendo in grado di rispondere correttamente ad una domanda di Kashyapa Buddha, doveva nascere una volpe 500 volte. Zen-Master-Hui Kai in Mumonkan (porta senza barriera), dice: “se si può vedere con un occhio di illuminazione, si capisce che il monaco aveva 500 dolce vite di volpe. Sì, davvero. Perché abbiamo fretta di impostare nuovi ostacoli con la nostra fame di distruggere quelle vecchie? Tutto è bene così com’è, come Maestro Shinnyo dice. E la volpe selvatica corre libera nei piedi di Buddha.

~ Shin-kō

Camminare
Ci sono momenti nella vita nei quali tutto sembra perduto. Per ognuno ciò può voler dire cose diverse legate a fatti differenti. Motivi legati a problemi di salute, di lavoro, di affetti che devastano la nostra esistenza tanto da farle perdere ogni significato. In quel momento tutto sembra perduto anche il senso stesso del vivere. Si può arrivare a pensare che vivere non abbia senso e si può arrivare a desiderare la non vita. Sono questi i momenti nei quali occorre tornare a noi stessi alla nostra vita e al nostro progetto di vita. Noi facciamo parte di un tutto e se a volte crediamo di essere soli non è così. Nei momenti di solitudine dobbiamo pensare agli altri. Questo solo può dare senso alla nostra vita. E’ ovvio che ciò valga per tutti e non per chi è in difficoltà, ma in questo scritto voglio pensare a chi è in difficoltà perché sono loro ad aver bisogno di ricordare il senso ultimo della nostra vita: la comunanza, l’essere uno con gli altri. Il nostro dolore è il dolore di tutti e viceversa. Noi non siamo soli. Il nostro reagire di fronte alla disperazione diventa un segno non per noi, ma per gli altri. Il nostro continuare a vivere, ad esempio nel caso di un lutto, non rappresenta una mancanza di rispetto per chi non c’è più, ma se mai per chi resta. Di fronte ad un uomo-donna devastato dal dolore che vive il suo momento con dignità restiamo ammirati e il loro esempio ci dona maggiore fiducia e forza per la nostra vita. Ognuno di noi ha grandi responsabilità verso tutte le persone che incontra, verso ogni essere che incontra, verso ogni cosa che incontra. Verso tutto. Ci vuole grande forza, grande voglia di donare e donarsi, ma ciò che si dà è un dare anche a se stessi. Occorre andare oltre la sommità di un albero. A volte dare può significare anche solo sorridere o essere semplicemente presenti. Se mettiamo al centro della nostra vita l’altro, tutto cambia e tutto diventa chiaro. Naturalmente questo è qualcosa che necessita di allenamento e di studio e una vita può non bastare, ma non è importante arrivare, bensì camminare nel giusto modo.
Possa io stesso inverare ogni giorno senza orme quello che ho qui scritto.
Gasshō

~ Shin-kai

Continuum di Primavera Samu, Zazen, Kinhin, un inchino profondo al Buddha Sakyamuni, un unico flusso nel silenzio.
Tale per me è la pratica meravigliosa a Shinnyo-ji e nella vita quotidiana.
Uno sforzo continuo momento dopo momento, giorno dopo giorno.
Via maestosa e impervia
Gasshō al Buddha al Sangha e al Dharma e al Maestro Iten Shinnyo

Riccardo

Sangha
Grigio brillante un velo di nubi
Ricopre a poco a poco le montagne;
Il vento accarezza gli alberi,
In movimenti scomposti, perfetti;
In tutti i miei giorni
Non ho mai visto un cielo più bello
Di questo, più puro.
Nello spirito, calda e rasserenante
La presenza delle persone a me care;
Alla luce del loro semplice esistere
Anche la pena più segreta
Si scioglie, svanisce via.
Inattesa ritorna la luna.
Chi, come me,
È stato benedetto da tanto amore
Come può andare
Alla ricerca di altro?

~ Paolo G.

Nevicata di venerdì 17 dicembre 2010
La paura di rimanere bloccata mi impediva di vedere la bellezza del paesaggio che le colline Lastrigiane offrivano. Ho abbandonato l'auto dopo ore di coda per tentare di salire su un treno. Gli annunci non assicuravano che un treno sarebbe passato. C'erano altri sulla banchina con me. Molti altri. Altro da me in quei momenti. Altro da me. Parlavano e si facevano coraggio a vicenda. Avevo gli stessi timori. Condividevo la stessa esperienza. La paura mi bloccava e mi impediva di partecipare, proprio non riuscivo ad aprirmi e condividere. Mi sentivo sola, separata, sofferente. Aggrappata al desiderio di tornare a casa mentre gli altoparlanti annunciavano ritardi e annullamenti. Era un venerdì di pratica, apro la borsa e c'è il Rakusu. Ecco. Mi rassereno per un secondo. Per un secondo mi apro al destino. Per un secondo sono tutti loro, e anche i binari, i treni, i macchinisti. Per quel secondo sono il corpo unico che accoglie la neve senza giudizio. In quell'attimo mi apro allo sfondo e sorrido: "quanto sono belle le colline Lastrigiane! Quanto è poetico il silenzio della neve!" Poi l'altoparlante dice: "Treno in arrivo per Firenze". Ecco.
Ripenso ancora oggi a quella disavventura. Ci sono volute cinque ore per arrivare a casa, otto per riabbracciare mio marito. C'è chi ha affrontato ciò che io temevo: notte al freddo di autostrade e pensiline. Silenzio e buio e solitudine. Ci ripenso oggi e ancora loro sono loro ed io sono io. Ricordo l'attimo in cui ho visto il Rakusu e sento un grande richiamo all'Uno, allora loro sono me ed io sono loro. La pratica di questi mesi è faticosamente così: alternanza di senso dell'Uno e delirio di separazione. Il senso di individualità e personalità è così forte, a volte, da spingermi a cercare una spiegazione logica e razionale alla Pratica. Non trovandola il cuore si serra e la mente si agita e si confonde. Allo stesso tempo non trovare spiegazione mi dà la certezza di essere sulla Via. Il Rakusu è la mia ancora di salvezza e quando lo percepisco mi rassereno.
Profondamente grata al Sangha di Shinnyo-ji.
Gasshō

~ Yō-shin

Lo Zen niente di speciale. Quando mi decisi ad affacciarmi la prima volta al Tempio, invogliato da qualche lettura, non avevo alcuna idea di cosa fosse in realtà la pratica Zen. Oggi credo sinceramente che i libri abbiano la splendida capacità di concedere una parvenza di conoscenza, ma siano utili strumenti solo per chi sa già cosa cercare... ed io ovviamente non ero in questa condizione

privilegiata. Ricordo che pensavo a chissà quale capacità potesse celarsi dietro ad una pratica che oltre ad affascinarmi profondamente mi rimaneva tuttavia all’inizio incomprensibile. Mi ci volle un po’ di tempo per iniziare a vivere il suo significato, ed altro tempo ancora per capire che non si trattava di acquisire qualcosa.
Che stranezza... se lo avessi saputo prima che dietro alle fantasie la realtà era così semplice! Allentare la propria maschera ed iniziare a prendere contatto con la parte profonda di me stesso... per me fu una sensazione di liberazione e di stupore. E’ tutto qui, da sempre nella sua chiara semplicità, e tuttavia rimane estremamente difficile: trovarsi a lasciare andare, ad allentare i lacci del proprio ego, è e rimane sempre uno sforzo che mi richiede molta energia, ma che una volta fatto mi fa levare un sospiro di sollievo che mi apre al mondo.
Questo è quanto fino ad ora ho potuto vivere degli insegnamenti del nostro Maestro, al quale devo la mia più profonda gratitudine. Eppure nonostante lo Zen sia niente di speciale, devo riconoscere che trovo straordinario che in tempi come i nostri persone gratuitamente si adoperino per mantenere viva questa Tradizione millenaria senza spirito di ottenimento. Trovo straordinari gli sforzi costanti del nostro Maestro e dei miei compagni di Sangha che, nella difficoltà della loro vita quotidiana e dei loro impegni, vogliono trovare tempo ed energie da dedicare al Buddha ed ai Patriarchi.
Se lo Zen non è niente di speciale, aver trovato un Tempio che mantiene vivo il suo spirito è sicuramente qualcosa di straordinario.
Gasshō

~ Yū-shin

Arrivare a Shinnyo-ji non è stata una scelta, ci sono arrivata “per caso”, come portata sulle rive di una splendida isola dalle ignare (forse) e benevole onde del mare.
È stata invece una scelta quella di tornare.
Ho aspettato dei mesi: pensavo di non avere tempo perché avevo degli impegni, che credevo non mi lasciassero spazio. Guardandomi indietro però penso che fossero il mio ego e la mia paura a non lasciarmi spazio.
È passato poco più di un mese da quando ho iniziato a frequentare con maggiore regolarità il Tempio: non riesco a capacitarmene. In questo periodo, talmente breve da risultare ridicolo, è nata la mia passione per lo Zen. Uso il termine passione perché ciò che realmente sento è proprio il desiderio. Desiderio di tornare a Shinnyo-ji, di praticare, di studiare... desiderio di lavorare su di me.
Non so che cosa mi appassioni, so solo che lì c’è quello che mi manca e ciò di cui ho bisogno. So che da quando la mia vita si è intrecciata a quella del tempio vedo finalmente gli altri, i loro bisogni, il loro impegno. Nessun cambiamento radicale: continuo ad essere incentrata su di me, continuo ad essere rigida ed intollerante... Ma so qual è il percorso da intraprendere.
Spero che mi si perdoni una citazione biblica, ma l’immagine del "roveto ardente" mi viene in mente tutte le volte che penso a Shinnyo-ji:
"Egli guardò ed ecco che il roveto ardeva nel fuoco, ma non si consumava".
Gasshō,

~ Laura

Mi sono avvicinato allo Zen, spinto dalla necessità di dialogo con la parte più interiore e a volte ritenuta inconoscibile di me. Cercavo un posto dove riuscire finalmente a dar voce a quella parte spirituale che l’uomo da sempre ha avuto, ma che col passare ei secoli stenta sempre più ad evidenziarsi, occultata da materialità e superficialità vacua.
Il nostro bisogno trascendente ci richiama alla vita spirituale; questo mondo di banalità non lo ha cancellato, il suo richiamo è eterno.
Qui a Shinnyo-ji mi è stata data l’opportunità di approfondire questo fondamentale tema della vita, sotto le direttive di un Maestro e insieme con altri praticanti Zen, che con dedizione, umiltà, ma con decisione e fermezza, si impegnano per percorrere correttamente la Via, mentre il Maestro non manca mai di ispirarci, e le sue parole mi spronano all’impegno. Mi ritengo fortunato di aver avuto la fantastica opportunità di conoscermi meglio, per intraprendere nel modo migliore il mio percorso marziale/spirituale, e per il bene delle altre persone.
Grazie di cuore per ora,

~ Marco

Quest'anno di pratica è stato come me, silenzioso, passetto, passetto.
Mi vedo camminare passo dopo passo, lentamente come durante il kin-hin, poi fermarmi e stare, come in zazen, e di nuovo camminare, ancora, ancora.
A volte tutto è lieve, i piedi sono come ali, c'è il sole, gli uccelli cinguettano, gli alberi sono in fiore. Poi i piedi diventano di piombo, ci sono sassi, la via è faticosa, pesante, a tratti non riesco a muovermi. Mi fermo, aspetto. Il grigio passa, il cammino si alleggerisce.
Con me ci sono altre persone che camminano e la loro presenza, il loro sorriso, il loro sforzo accanto al mio sforzo, rassicurano i miei passi e mi fanno capire che sono sulla buona strada.

~ Beatrice

Lo Zen di Bodhidharma - Capitolo II - Sermone del flusso del sangue

Per evolvere da mortale a Buddha devi estinguere il Karma, coltivare il tuo Risveglio e accettare ciò che la vita ti offre. Se sei sempre arrabbiato, rivolti la tua Natura contro la Via. Non c'è vantaggio nell'illudere te stesso. I Buddha si muovono liberamente attraverso la vita e la morte, apparendo e scomparendo a piacere. Essi non possono essere limitati dal Karma o sopraffatti dai demoni.
Appena i mortali vedono la loro Natura, tutti i loro attaccamenti cadono. La consapevolezza non è nascosta, ma la puoi trovare solo qui e ora. Essa è completamente qui e ora. Se vuoi veramente trovare la Via, non ti attaccare a niente. Appena avrai messo termine al Karma e avrai coltivato lo Spirito del Risveglio ogni attaccamento residuo avrà fine. La comprensione arriva naturalmente. Non ti devi sforzare. I fanatici (40) non comprendono ciò che il Buddha intendeva. Più rigidamente provano, più si allontanano da ciò che intendeva il Saggio. Tutto il giorno invocano i Buddha e leggono i Sutra, ma rimangono ciechi alla loro Natura divina e non sfuggono alla Ruota.
Un Buddha è una persona immobile. Egli non si affretta a inseguire fama e fortuna. Che cosa portano di buono queste cose alla fine? La gente che non vede la propria natura e crede che leggere Sutra, invocare i Buddha, studiare a lungo e duramente, praticare giorno e notte, non coricarsi mai o acquisire conoscenze sia il Dharma, bestemmiano il Dharma. Tutti i Buddha del passato, presente e futuro parlano solamente di vedere la propria Natura. Tutte le pratiche sono impermanenti. Se non possono vedere la loro Natura, le persone che affermano di avere raggiunto l'insuperabile, completa Illuminazione (41) mentono.
Tra i dieci principali discepoli di Shakyamuni (42), Ananda (43) primegiava per istruzione e cultura. Ma non conosceva il Buddha. Tutto ciò che faceva era studiare e memorizzare. Gli Arhats (44) non conoscono il Buddha. Conoscono solamente molte pratiche per la realizzazione e rimangono intrappolati da causa ed effetto. Tale è il Karma dei mortali: senza via di fuga da nascita e morte. Agendo all'opposto di ciò che egli intendeva, tali persone bestemmiano il Buddha. Ucciderle non sarebbe sbagliato. I Sutra recitano: "Da quando gli icchantikas (45) sono incapaci di avere fede, ucciderli non è da biasimare, mentre le persone che hanno fede raggiungono lo stato di Buddhità."

Finché non vedi la tua natura, non dovresti andare in giro a criticare la bontà degli altri. Non c'è vantaggio nell'illudere se stessi. Buono e cattivo sono distinti. Causa ed effetto sono chiari. Paradiso e inferno sono proprio davanti ai tuoi occhi. Ma gli stupidi non hanno fede e cadono dritti nell'inferno delle infinite tenebre senza neanche accorgersene. Ciò che impedisce loro di avere fede è la pesantezza del loro Karma. Sono come ciechi che non credono all'esistenza della luce. Persino se provi a spiegarla essi continuano a non crederci: sono ciechi, come possono distinguere la luce?
Lo stesso vale per gli stolti che finiscono nei livelli più bassi dell'esistenza (46) o tra i poveri e gli emarginati. Essi non sono in grado di vivere né di morire. Nonostante le loro sofferenze, se li interroghi, essi dicono di essere felici come dei. Tutti i mortali, perfino coloro che si ritengono di buona famiglia, sono ugualmente inconsapevoli. A causa della pesantezza del loro Karma, questi stolti non possono avere fede e non possono liberarsi.
Coloro i quali vedono che la loro stessa mente è Buddha non hanno bisogno di radersi la testa (47). Anche i laici sono Buddha. Fin quando non vedono la loro Natura, coloro che si radono la testa sono semplicemente dei fanatici.
— Come possono i laici diventare dei Buddha, finché sono sposati e non rinunciano al sesso?
Sto parlando soltanto di
vedere la tua Natura. Non
sto parlando di sesso semplicemente perché non vedi la tua Natura. Una volta vista la tua Natura, il sesso è fondamentalmente immateriale. Termina con il terminare del tuo trarne piacere. Anche se qualche abitudine resta, queste non possono danneggiarti, perché la tua Natura è essenzialmente pura. Nonostante dimori in un corpo materiale di quattro elementi, la tua Natura è fondamentalmente pura. Essa non può essere corrotta. Il tuo vero corpo è fondamentalmente puro. Esso non può essere corrotto. Il tuo vero corpo non prova sensazioni, non (ha) né fame né sete, né caldo né freddo, non ha malattie, non ha preferenze né attaccamenti, né dolore né piacere, né bene né male, non è corto né lungo, né forte né debole. In realtà non c'è niente qui. E' solo perché ti aggrappi a questo corpo materiale che cose come fame e sete, caldo e freddo, salute e malattia appaiono.

Note:
(40) Fanatici. Tra i seguaci delle varie sette religiose, Buddhiste e non Buddhiste, i più soggetti all'accusa denigratoria di fanatismo sono coloro che si impegnano in un percorso di ascetismo o di auto-flagellazione, oppure coloro che si attengono alle scritture piuttosto che allo spirito del Dharma.
(41) Insuperabile e completa Illuminazione. Annuttara-samyak-sambody. Il traguardo dei Bodhisattva. Vedere l'inizio del Sutra del Diamante.
(42) Shakyamuni. Shakya era il nome del clan cui apparteneva il Buddha. Muni significa saggio. Il nome della sua famiglia era Gautama e il suo nome proprio era Siddhartha. Non si conoscono date esatte circa la sua vita, ma approssimativamente visse dal 557 al 487 a.C.
(43) Ananda. Cognato di Shakyamuni. Nacque la notte in cui Buddha raggiunse l'Illuminazione. Dopo venticinque anni entrò nell'Ordine come assistente personale del Buddha. Dopo l'ingresso nel Nirvana del Buddha, egli ripeté a memoria i sermoni del Buddha durante il Primo Concilio.
(44) Arhat. Lo scopo dei seguaci dell'Hinayana, o Piccolo Veicolo, è liberare se stessi dalla rinascita. Un Arhat è al di là della passione e della compassione. Egli non realizza che tutti i mortali condividono la stessa Natura e che non ci sono Buddha finché tutti non realizzano il loro essere Buddha.
(45) Icchantikas. Una classe di esseri così esclusivamente occupati nell'appagamento dei sensi che qualunque credo religioso non può coinvolgerli. Essi infrangono i Precetti e rifiutano il pentimento. Una antica versione cinese del Nirvana Sutra nega che questi icchantikas avessero la Natura di Buddha. Poiché la proibizione buddhista di uccidere è intesa a prevenire l’uccisione di coloro che possono raggiungere la buddhità, uccidere gli icchantikas era considerato, almeno sotto il profilo teorico, non è da biasimare. Tuttavia una successiva traduzione del Nirvana sutra rettificava questo concetto, sostenendo che anche gli icchantikas avessero la Natura di Buddha.
(46) Più bassi livelli di esistenza. Bestie, spiriti affamati e coloro che soffrono le pene dell'inferno.
(47) Si radono la testa. Quando Shakyamuni lasciò il palazzo di suo padre, nel mezzo della notte, per iniziare la sua ricerca dell'Illuminazione, si tagliò i capelli, lunghi fino alle spalle, con la sua spada. I corti capelli rimasti si arricciarono in senso orario in modo tale da non richiedere ulteriori tagli. In seguito i membri dell'Ordine Buddhista iniziarono a radersi la testa per distinguersi dalle altre sette.

~ Traduzione dall’Inglese a cura di Yō-shin

Vi aspettiamo al prossimo numero di EkiZen.

Gassho

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