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EkiZen - Notiziario del Sangha di Shinnyo-ji

Estate 2012 - n. 11 anno III

Giardini in fiore a Daijō-ji

Saggio di Azuma Docho Roshi sulla pubblicazione periodica di Daijō-ji Zen no kokoro, Il cuore dello Zen, n. 89 del dicembre 2011 dal titolo:

La forma di gasshō tesu

In un giorno dello scorso ottobre sfogliando il giornale i miei occhi si sono focalizzati su una foto di una coppia di artisti occidentali, Bill Viola videoartista e la moglie Kira Perov, sua direttrice artistica, che avevano visitato la Prefettura di Miagi, devastata dal terremoto dello scorso marzo. Erano venuti in Giappone per ricevere il Premio della Cultura Internazionale in ricordo del Principe Takamatsu, per la loro opera di videoarte.
Il giorno precedente la premiazione sono andati a visitare i luoghi terremotati e hanno donato alla Prefettura di Miagi una parte del denaro ricevuto come premio.

Nell’articolo c’era una foto dei due artisti, che mi ha impressionato profondamente, mentre offrivano un mazzo di fiori sulla spiaggia dove era arrivato lo tsunami e pregavano per le vittime facendo il gesto di gasshō tesu. Recentemente in Giappone, non so perché, in casi simili viene usata sempre la parola mokuto, che significa raccoglimento, soprattutto quando viene osservato un momento di silenzio in memoria di persone morte. Certamente questa parola può andare bene, è appropriata, ma in passato non veniva usata così spesso. Forse solo io mi sento in imbarazzo davanti all’abuso di questa parola che è diventata di moda? Ho rivisto nel loro gasshō tesu una forma giapponese tramandata da un antico passato. Bill Viola, intervistato, dice: “L’uomo è soggetto alla morte; l’acqua è l’origine della vita. Cosa possiamo fare nel ciclo di nascita e morte?”. Dalle sue parole ho sentito come la Via del Buddha fosse presente nella sua mente. Guardando l’immagine dei due artisti in piedi con le lacrime agli occhi sulla spiaggia dove ci sono state tante vittime, anche dai miei occhi le lacrime non si fermavano più.

NdR
Cogliamo con profondo rispetto la riflessione di Azuma Docho Roshi su come spesso ai nostri giorni gesti e parole perdono il loro significato più intimo risultando espressioni vuote, senza contenuto. Nelle parole del Maestro il richiamo sotteso a testimoniare continuamente, in ogni gesto della nostra vita quotidiana, il “vero” Zen e non uno Zen di maniera ridotto a mera forma.

14 febbraio 2012
Nehan-e a Daijō-ji

Nel giorno di Nehan, nel Monastero di Daijō-ji, viene celebrato l’ingresso nel Nirvana di Shakyamuni Buddha secondo un rito antico mantenuto solo lì. L'Abate officia nel ruolo di Doshi e apre la Commemorazione con un discorso, cui segue la Cerimonia e la distrubizione dei dango, dolcetti che, secondo la tradizione popolare, hanno il potere di scacciare le malvagità, allontanare le sventure e propiziare una buona salute, che vengono lanciati tra i fedeli.

Azuma Docho Roshi distribuisce i dango

Per preparare i dango, dolcetti tradizionali che rappresentano le ossa di Shakyamuni, sono stati utilizzati 120 kg di farina di riso cotto da 20 persone, tutti volontari che hanno lavorato quattro giorni dall'11 al 13 febbraio.

Preparazione dei dango a Daijō-ji

Quest’anno più di trecento persone hanno partecipato al Nehan-e durante la Cerimonia officiata da Azuma Docho Roshi.

10 dicembre 2011
Hossenshiki di Hōjun san

Hōjun san durante la Cerimonia di Hossen

Hōjun san è il monaco australiano allievo diretto di Azuma Docho Roshi che da più di due anni risiede a Daijō-ji per la formazione. Nel settembre 2010 è stato a Shinnyo-ji a seguito del suo Maestro partecipando alla prima Ordinazione officiata dal nostro Maestro Shinnyo Roshi.

Hōjun san subito dopo la Rohatsu Sesshin ha ricevuto il grado di Shusso nella Cerimona di Hossen, alla fine della quale le sue parole sono state: “Ero molto emozionato per la recitazione in Giapponese, ma tutti hanno apprezzato il mio sforzo e mi sono rassicurato.”

Durante l’Ango invernale, dal mese di novembre, aveva assunto il ruolo di Shusso. Dal 6 gennaio al 3 febbraio ha praticato Takuatsu (questua per le strade) con altri sei monaci di Daijō-ji.

Monaci di Daijō-ji praticano Takuatsu

Lieti di apprendere la notizia gli auguriamo un felice ritorno in Australia nel prossimo mese di aprile.

MESSAGGIO DEL NOSTRO MAESTRO SHINNYO ROSHI

Ringrazio personalmente tutti coloro che si sono profusi nelle testimonianze del nostro Notiziario e che pertanto hanno reso vivo l’EkiZen Estate 2012 di Shinnyo-ji.

Mai come in questo numero i testi si evidenziano come il diario spirituale, la voce del Sangha del nostro Tempio. Invito ciascun scrivente a leggere i contenuti altrui, cogliendo la preziosità che emana dal confronto.

“Ogni testimonianza canta se stessa”, ogni scritto è un’istantanea sul percorso nella Via del praticante che lo ha redatto. Coglietene dunque l’effetto specchio, come opportunità di verifica di crescita e di allineamento sui temi più profondi della nostra pratica.

Gasshō

ANNIVERSARIO DI SHINNYO-JI E GIORNATA DI APERTURA DEL TEMPIO

PROGRAMMA

09.00 – 13.00

Zazen: durante tutta la giornata ci sarà un praticante seduto in Meditazione

Accoglienza e distribuzione del materiale informativo del Tempio

Lezione di Forma per chiunque voglia sedersi in Zazen

13.00 – 14.00

Zazen: durante tutta la giornata ci sarà un praticante seduto in Meditazione

Pasto a buffet a cura del Sangha

14.00 – 16.00

Zazen: durante tutta la giornata ci sarà un praticante seduto in Meditazione

Accoglienza e distribuzione del materiale informativo del Tempio

Lezione di Forma per chiunque voglia sedersi in Zazen

16.00 – 16.30

Teisho del nostro Maestro sullo Shin jin mei

16.30 – 17.00

Zazen: durante tutta la giornata ci sarà un praticante seduto in Meditazione

17.00 – 17.45

Zazen: durante tutta la giornata ci sarà un praticante seduto in Meditazione

Tè e dolcetti a cura del Sangha

17.45 – 18.00

Sutra e dedica

Riordino

Domenica, 25 aprile 2012 abbiamo partecipato alla Festa per il terzo Anniversario dell’attuale sede del Tempio Shinnyo- ji a Firenze.

Entrare nel Tempio fin dalle prime ore del giorno e prenderci cura di ogni particolare per la buona riuscita della festa è stato un onore per le nostre anime che vivacemente si sono impegnate ad accogliere gli amici che hanno visitato il Centro Zen. Eravamo davvero in tanti e molti sono stati i momenti di commozione.

La meditazione che individualmente e in modo continuativo è stata praticata durante tutta la giornata, oltre al suo valore profondo, è stata anche un modo per imparare a controllare il tempo e a segnarlo con il suono della campana grande. Essa ha sempre profonda risonanza dentro di noi, per le vibrazioni che produce sul nostro corpo sottile, un po' come accade quando gettiamo un sasso in uno stagno con le onde concentriche che si formano.

Erano commoventi i nuovi amici, che per la prima volta entravano nel Tempio, e che, ricevendo alcuni insegnamenti di base attraverso la lezione di Forma, hanno avuto modo di sedere in Zazen, alcuni forse per la prima volta. Abbiamo avuto la visita anche di alcuni bambini che incuriositi e in vero silenzio hanno partecipato, anche loro provando a stare un po' seduti in Zazen, un po' disegnando, un po' giocando in giardino.

Accurati e deliziosi i piatti che sono stati preparati dagli stessi partecipanti, sottolineando il legame tra la cultura giapponese e quella europea.

Il giardino ha avuto un ruolo importante in questo Anniversario. Yumiko san ha regalato al Tempio un acero giapponese, che con una Cerimonia augurale abbiamo piantato in un angolo di questo bello spazio, in modo che possa crescere forte.

Questo acero testimonia l'unione con una figlia di Tempio, in quanto Yumiko san è cresciuta in Giappone nel Tempio Tōchiku-in, dove suo padre prima e suo fratello adesso sono Abate. Il recitare insieme a tutti i presenti, nel giardino del Tempio, i Sutra scelti dal nostro Maestro Shinnyo e dall’Abate di Tōchiku-in hanno creato forti emozioni e unità.

L'immagine del cerchio che le persone formavano con l'acero e le altre piante è indelebile, forte, e rimarrà ferma in quei minuti, come ad accompagnarlo nella sua crescita, stagione dopo stagione.

È un Sangha ricco di energia quello di Shinnyo- ji che va a rinnovarsi e a rafforzarsi con ogni nuovo arrivo che il nostro Maestro riceve sempre con grande amore.

Valentina

Ringrazio a nome mio, dei miei genitori e del piccolo Bruno, il Maestro e tutto il Sangha dell'accoglienza calorosa e sincera di questa mattina al Tempio. Ancora grazie.

Gasshō,

Leonardo

È stato davvero bello vedere così tante nuove facce al Tempio, anche se non tornano tutte, spero che la loro esperienza gli abbia lasciato un bel pensiero della nostra pratica. C'era così tanta gente che a volte non sapevo dove mettermi. Chiedo scusa a chi ho pestato il piede!

Lisa

Lo scrigno si rinsalda, i boccioli dentro contenuti si stringono fra sè. Fuori solo cenere che ruba.

Gregorio G

Una giornata di festa bella e luminosa. Tante persone che entravano e volevano conoscere. Conoscere lo Zen, il Tempio, il Maestro, noi praticanti. Non ci potevo credere che ogni poco ne arrivavano altri. Molti hanno ascoltato la lezione di Forma e si sono seduti, altri hanno curiosato e chiesto informazioni, quasi tutti hanno mangiato il delizioso buffet, opera del Sangha e delle amiche giapponesi.

Tutto è filato liscio, nonostante lo spazio ridotto e l'organizzazione si può dire familiare.

L'atmosfera è stata rilassata e gradevole come il sole che illuminava il giardino, il Sangha fattivo, collaborativo e sereno, gli ospiti rispettosi, interessati e gioiosi. La presenza del Maestro è stata un sostegno, talvolta invisibile, che si respirava ovunque.

Possiamo essere grati per questo giorno e per questi primi tre anni.

Ben-shin

Sono rimasta veramente poco per poter effettivamente vedere tutta la gente che è arrivata al Tempio in questa occasione, mi è dispiaciuto essere andata via prima. Ho comunque avuto l'occasione di partecipare a due giri di Zazen e di vedere un po' di gente bazzicare per il Tempio: incuriositi e intimoriti allo stesso tempo. Per quanto riguarda lo Zazen ammetto che è stato un po' strano farlo senza l'usuale silenzio che aleggia nel Tempio ed è stato strano anche sentire le discussioni delle persone che arrivavano e che chiedevano cosa fosse quello e cosa fosse quell'altro mentre, con molta pazienza, Dai-Shin spiegava loro tutto: dall'entrata nello Zendo, alle funzioni, agli usi degli strumenti e all'uscita dallo Zendo stesso. È stata una giornata importante, di apertura verso l'esterno, basti pensare ai bambini e ragazzi che, insieme ai genitori, sono arrivati e si guardavano intorno pieni di curiosità... Chissà cosa avranno pensato! Probabilmente alcune persone arrivate a vedere il Tempio le vedremo davvero allo Zazen serale, altre non metteranno mai più piede a Shinnyo-ji ma è giusto così, è stato un buon modo informale per farsi conoscere e per superare certe barriere, soprattutto psicologiche, che alcuni hanno.

Margherita

Nel Tempio oggi regnava una bellissima confusione, una confusione sommessa. È stata una meditazione atipica e piacevole. Era bello sapere che c'erano altri due Gregorio nella stanza accanto.

Gasshō

Gregorio P

Caro Maestro,
le giornate sono corse veloci dal 25 aprile e solo adesso trovo il tempo per dirti grazie.

Grazie per la bellissima giornata, piena di sole, gioia, confusione e tanto altro ancora; ancora di più, grazie per avermi dato la possibilità di praticare, anche se solo pochi minuti, con Linda e Michele. Di poche cose avrò un ricordo così pieno e profondo come questo.

Forse è proprio questo che si intende, quando si parla di vivere fino in fondo il momento presente:

Zazen, i miei figli, i miei amici più cari, il Sangha, tu...

Perdonami, non so spiegarmi meglio, ma grazie, grazie ancora,

Gasshō

Shin-nen

Visitare il Tempio di Shinnyo-ji mi è piaciuto moltissimo tanto quanto meditare.

L’insegnamento del Maestro è stato molto interessante e mi è piaciuto molto.

Michele Gabrielli

Nel Tempio tanti visi e colori: le sue porte sono aperte ai visitatori.

Da ospite, quale sono da qualche mese, prendo parte al festeggiamentento del terzo anniversario della apertura della nuova sede.

Nello Zendo giungono suoni inusuali: porte che si aprono e si chiudono seccamente, toni di voce più alti del solito, movimenti bruschi, chiacchieri.

Davanti al muro cerco di separarmi dai ruomori fino a quando rieccheggiano dentro di me le parole del Maestro: "stare con quello che c'è". La festa è anche quei suoni, quei movimenti: vi scivolo dentro avvolta dal calore della loro presenza.

Un albero viene piantanto, un rito compiuto.

Le stoviglie lavate e riposte mentre le stanze lentamente si svuotano.

Il Tempio riprende il suo spazio e la sua intensità.

Lucia

Il 25 Aprile.

Il giorno della fondazione del nostro Tempio.

Il Sangha è riunito per celebrare l'evento.

Ascoltiamo il Dharma.

Il Buddha veglia su di noi con occhi pazienti e compassionevoli.

Ci affidiamo.

Pratichiamo per i Tre Tesori.

Gasshō.

Furio

LA POESIA

di Kahlil Gibran nato a Bisherri, una cittadina nel Libano settentrionale, il 6 gennaio 1883 muore a New York, di cirrosi epatica e con un polmone colpito da tubercolosi, il 10 Aprile 1931

Le poesie che leggeremo (Amore e Matrimonio) sono tratte dalla raccolta “il Profeta” del 1923:

Sull’Amore

Allora Almitra disse: Parlaci dell'Amore. E lui sollevò la testa e guardò il popolo e una grande quiete scese su di esso. E con gran voce disse: Quando l'amore vi chiama, seguitelo. Benché le sue vie siano ardue e ripide. E quando le sue ali vi avvolgono, abbandonatevi a lui. Anche se la spada, nascosta tra le sue piume può ferirvi. E quando esso vi parla, credetegli, Anche se la sua voce può infrangere i vostri sogni come il vento del nord quando devasta il vostro giardino.

Poiché come l'amore vi incorona, così vi crocifigge. E’ egualmente pronto sia a farvi fiorire che a potarvi. Egualmente ascende fino alla cima ad accarezzare i rami più teneri che fremono al sole, E discenderà fino alle vostre radici e le scuoterà là dove più sono abbarbicate alla terra. Come covoni di grano vi accoglie in sé. Vi scuote per rendervi spogli. Vi staccia per liberarvi dai gusci. Vi macina fino all’estrema bianchezza. Vi impasta finché non siate cedevoli; Ed infine vi assegna al suo sacro fuoco perché diventiate pane sacro per la mensa di Dio.

Tutte queste cose saprà compiere l'amore per voi, di modo che voi possiate conoscere i segreti del vostro cuore e in questa conoscenza farvi frammento del cuore della Vita. Ma se, nel vostro timore, voleste cercare dell'amore la pace e il piacere, Allora meglio sarebbe per voi coprire la vostra nudità e uscir fuori dal cortile dell'amore, Nel mondo senza stagioni, dove riderete ma non tutto il vostro riso; e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime. L'amore non dona che se stesso e nulla prende se non da se stesso. L'amore non possiede né vorrebbe essere posseduto; Poiché l'amore basta all'amore. Quando amate non dovreste dire: "Dio è nel mio cuore", ma piuttosto, "Io sono nel cuore di Dio". E non pensate di poter voi condurre l'amore, poiché è l’amore che, se vi trova degni, condurrà voi.

L'amore non ha altro desiderio che di appagare se stesso. Ma se amate e, necessariamente, ardete, siano questi i vostri desideri: Dissolversi ed essere come un ruscello che scorre e canta la sua melodia alla notte. Conoscere la pena che dà l’eccesso di tenerezza. Essere feriti dalla stessa comprensione d'amore, E sanguinare volentieri e con gioia. Destarsi all'alba con cuore alato e rendere grazie per un nuovo giorno d'amore; Riposare nell'ora del meriggio e meditare sull'estasi che dà l’amore; Rientrare a casa, la sera, pieni di gratitudine; E addormentarsi con una preghiera per l'amato nel cuore e un canto di lode sulle labbra.

Sul Matrimonio

Allora Almitra nuovamente parlò e disse: Che cos'è il Matrimonio, maestro?

Ed egli rispose dicendo:
Voi siete nati insieme, e insieme starete per sempre. Voi sarete insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni. Sì, insieme anche nella tacita memoria di Dio.
Ma vi siano spazi nella vostra unione,
E fate che i celesti venti danzino tra voi.

Amatevi reciprocamente, ma non fate dell’amore un laccio: Lasciate piuttosto che vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.
Riempia ognuno la coppa dell’altro, ma non bevete da una coppa sola.
Scambiatevi il pane, ma non mangiate dalla stessa pagnotta. Cantate e danzate e siate gioiosi insieme, ma che
ognuno di voi resti solo,
Così come le corde di un liuto son sole benché vibrino della stessa musica.

Datevi il cuore, ma l'uno non sia di rifugio all'altro,
Poiché soltanto la mano della Vita può contenere entrambi i cuori.
E restate uniti, benché non troppo vicini insieme;
Poiché le colonne del tempio restano tra loro distanti,
E la quercia e il cipresso non crescono l'una all'ombra dell'altro.

REPORT

Commemorazione del 30° anniversario della morte del Maestro Taisen Deshimaru

La partenza da casa è fissata la mattina verso le 5.40, il sole inizia a schiarire il cielo che sembra molto nuvoloso. Arrivato all’aeroporto di Pisa attendo il Maestro, che arriva accompagnata da Gregorio, e ci imbarchiamo.

L’aereo impiega poco più di due ore per sbarcarci a Parigi Bouvais, anche qui il tempo è nuvoloso e tira molto vento, quindi partiamo alla volta di Parigi per proseguire nel nostro viaggio verso la Gendronnière. Dopo un’ulteriore ora di autobus giungiamo davanti al palazzo dei Congressi di Parigi a Porte Maillot. Seguendo il sesto senso del Maestro, a cui ho imparato ad affidarmi quando la accompagno nei suoi viaggi, seguiamo alcune persone che ci conducono alla fermata del Metro. Qui veniamo calorosamente accolti da un signore che padrone di diverse lingue dell’Unione Europea incoraggia i nuovi turisti a dirigersi verso le macchinette automatiche per fare i biglietti alla giusta entrata per la linea 1, devo dire che la gratuità e l’energia del suo atto è rimasta particolarmente impressa al Maestro ed a me.

Prendiamo la direzione per Chateau de Vincennes ma invece di scendere alla Gare de Lyon, come da programma, il Maestro mi chiede se voglio vedere gli Champes Elysee ed io accetto con entusiasmo. Tornati sul Metro scendiamo infine alla Gare de Lyon per proseguire a piedi fino alla Gare de Austerlitz, le due stazioni sono molto vicine, situate sui lati opposti della Senna. Il treno finalmente arriva e ci imbarchiamo per un altro viaggio di circa un’ora e mezzo. Ci dirigiamo poi verso la navetta che ci condurrà al castello. Saliti sul mezzo, rompo il ghiaccio con un giovane monaco che mi chiede da dove vengo e se è la prima volta che vado alla Gendronnière. Il viaggio è breve e dopo un quarto d’ora imbocchiamo una strada sterrata che ci conduce prima in un bosco e poi si apre su una grande radura in mezzo alla quale spicca il castello in mattoni rossi descritto da Ben-shin nel suo report.

Ci dirigiamo alla reception tra incontri e saluti. Prendiamo le nostre lenzuola e proseguiamo per i nostri alloggi. La camera del Maestro è all’ultimo piano dell’edificio che ospita il refettorio, mentre io sono alloggiato nel Sodo sul retro del castello. Entro e rimango subito colpito dalla riproduzione in stile giapponese dell’edificio: gli stalli dei monaci rialzati, l’altare centrale con Manjushri, e fuori gli strumenti quali il Moppan ed il “pesce”. Il luogo è veramente molto bello, immerso nella natura e nella pace, anche se c’è un’energia diversa rispetto a quella che si percepisce nel nostro Tempio. Al suono dell’Umpa scendiamo nel refettorio per la cena.

Alla fine della cena mi accerto dal Maestro che non ci siano disposizioni particolari, e seguo un piccolo gruppo di persone nuove che viene chiamato nello Zendo per una sorta di veloce lezione di forma. Lo Zendo è impressionante, e nella oscurità della notte spicca grazie alle luci interne. Prima di entrarci vedo la grande campana fotografata da Ben-shin, disposta sotto una piccola tettoia e simile a come viene riportata nei libri, il primo pensiero è rivolto a come deve essere il suo suono. Al termine delle indicazioni forniteci da un monaco, rientro nel refettorio a prendere il Maestro e accompagnarlo in camera sua, inizia a farsi tardi e domattina la campana suona alle 6.30.

Prendo posto nello Zendo prima della fine del Moppan che mi accorgo essere suonato molto più velocemente che da noi. Durante il primo Zazen il suono della grande campana esterna scandisce il tempo, rievocando l’immagine che mi raccontava il Maestro dei suoni di Daijo-ji dove la mattina un monaco suona la campana della torre per accompagnare lo Zazen.

La cerimonia dei Sutra si apre con la recitazione dell’Hannya Shingyo e al termine il lungo corteo dei monaci e dei praticanti si dirige verso la tomba del fondatore Deshimaru Roshi e rientra nelle proprie stanze per cambiarsi per la colazione ed il Samu. Alla fine del Samu mi cambio e vado a prendere il Maestro per il secondo Zazen ed il pranzo.

Dopo pranzo qualche ora libera ci separa dalle conferenze così faccio una passeggiata per il parco. Le conferenze sono tradotte in Inglese, in questo modo ho la possibilità di comprendere meglio quello che viene detto, tuttavia riesco a seguire bene solo la seconda di queste, quella che ha per titolo “Buddhismo e Dharma”. La trovo molto interessante, tocca il problema del riconoscimento politico del movimento buddista in Francia e del difficile rapporto di mediazione tra lo Zen europeo e quello giapponese.

Nella tarda serata sono state proiettate alcune foto della vita e della missione in Occidente del Maestro Deshimaru. La cena viene servita alle 19.30 e alle 22.20 sono già a letto, cercando di riposare per la partenza del giorno dopo. Il pensiero è già rivolto principalmente al viaggio perché le cerimonie previste per la commemorazione a causa di alcuni slittamenti di orario e a causa del nostro volo di rientro sfortunatamente non le possiamo seguire. La mattina seguente si è aperta con la pratica di Zazen e la recitazione dei Sutra. Dopo la colazione ci siamo preparati per il rientro in Italia.

Per aver avuto questa possibilità di ampliare il mio sguardo sulla pratica e di affrontare una importante prova di crescita personale, ringrazio il nostro Maestro che pazientemente mi guida, ringrazio i Patriarchi in virtù dei quali tutto ciò è possibile, e ringrazio infine tutti gli esseri insieme ai quali percorro la Via.

Gasshō

Yū-shin

TESTIMONIANZE

Presenza e assenza

Da qualche tempo sono assente da Shinnyo-ji. Spesso neppure penso a Shinnyo-ji. Eppure so che Shinnyo-ji pensa a me. Ogni volta che torno, con il pensiero o con il corpo, so che sarò accolto con amore e compassione. So che il mio Maestro è là che mi attende con le sue amorevoli braccia aperte.

Quando si affrontano le tempeste della vita, avere un porto sicuro è una grande cosa.

Non servono parole o concetti come Zen, Buddha, Dharma, Sangha. È sufficiente uno sguardo accogliente di Shinnyo Roshi per illuminare giorni bui. E riempirli di fede e religiosa forza.

Shin-kai

3 2 1

Nuotare giocondi sollevati e disinteressati nel putrido mare delle miserie

di cui è fatta la vita,

trapassare lo squallore senza appartenergli, solcare senza sostare in un gioco di rimandi senza mai finire,

sprezzanti del possesso che ci riduce schiavi, senza prendere

né trattenere nulla,

mondanità, nel mezzo ma indifferenti

al suo clamore,

con ridente noncuranza insensibili al cruccio, sorvolare, e lo sguardo calmo

che da su tutto è più chiaro

impettiti

liberi e fieri belli come un sorgere d’alba che s’incendia, con distacco ridente,

ogni gesto, lontano dal personale

con anonimato attivo e cosciente

Gregorio G

Nell'ombra e nel silenzio

una taciuta marcia implacabile, ritmate le recitazioni e rimbombanti i suoni ronzanti delle campane squarciano il vuoto del nulla che s'appresta sulla soglia del nostro noi.

Il Si s'insinua e s'erge sul trono dell'essere mentre noi genuflessi ci rimettiamo a ciò che dovrà.

Gregorio G

Caro Maestro Shinnyo, caro Sangha di Shinnyo-ji, sto pensando a voi molto spesso. Spero che tutti stiate bene e la vostra

vita e la pratica stiano andando bene. Quando mi inchino davanti al piccolo altare in casa mia ho

voi nel mio cuore.

I giorni nel Nord sono lunghi ora.

Ma le rondini non sono tornate ancora.

Le sto aspettando.

Gasshō,

Ismo Shin-kō

Gregorio P

E nel continuum del fluire del Dharma senza fine con gioia pubblichiamo uno scritto che Pierpaolo ha inviato al nostro Maestro:

Gasshō. Uno spicchio di luna esce dalle nuvole mentre il vento increspa lievemente il mare.

In questo periodo per me è diventato difficile seguire il "tema" dell'anno: essere costanti nella pratica.

Fortunatamente, però, seguendo le attività del Tempio, posso comunque portare avanti una parte del lavoro. Sento quindi il bisogno di ringraziare tutti quanti, Maestro e Sangha, semplicemente: per il sostegno, la guida, la condivisione dello (e nello) Zazen e della lettura dei Sutra. Buon Cammino a tutti.

Gasshō

Margherita

Caro Maestro, La sento vicina.

Grazie per tutto quello che mi sta trasmettendo.

Le sue parole sono dense, piene, vanno al di là di se stesse.

Ogni sillaba ne contiene altre cento,

ogni accento racchiude un’esperienza di vita.

Ed è vero che il senso esiste anche se non riusciamo a vederlo;

non voglio dimenticarlo quando dentro di me il caos annienta ogni luce di speranza, ogni domanda e ogni risposta.

E grazie per quello che mi sta trasmettendo senza l'uso delle parole: ha la stessa forza, se non di più, ed è altrettanto importante.

Gasshō.

Laura B

Chiamata a fare qualcosa che va ben oltre la mia capacità di comprendere e accettare, da dove mi arrivano la forza di rispondere ed il coraggio di fare ciò che è da fare, senza giudicare e senza preferire, ma presente alla paura, al dolore e alla fatica, mai abbattuta e mai sconfitta?

Nel giardino del Tempio, un venerdì sera,

il Maestro indossa il Samu-e.

In silenzio cura il prato e le aiuole in fiore.

Yō-shin

SHODŌ A SHINNYO-JI

Giornata di Calligrafia

Mi meraviglia quanto l'arte della calligrafia si sincronizzi con la pratica Zen: difficile e semplice allo stesso momento, richiede tanta attenzione, ma anche la volontà di lasciarsi andare. Un processo di piccoli passi che non si finalizza mai pienamente, come quando suono il flauto e come la mia pratica Zen.

Lisa

Tenere il pennello in mano e confrontarsi con una pratica così spirituale ma al contempo così materiale e creativa come la calligrafia, mi ha fatto provare con estrema chiarezza gli ostacoli che la nostra mente contrappone al naturale fluire dell'energia. La paura di non saper

maneggiare correttamente il pennello, una cosa

in sé ovvia (poiché era la prima esperienza) e di scarso conto (in quanto imparare porta necessariamente

con sé l'errare), diventava in quel momento un chiaro ostacolo che nel silenzio di me stesso potevo osservare e sperimentare con una chiarezza mai provata prima. Sentivo che la semplicità del naturale fluire era in questo modo impedita da una mia paura, un mio attaccamento che più lo osservavo più lo vedevo senza senso, eppure anche se vuoto così determinante per me e così difficile da abbandonare: una grande esperienza dell'impermanenza.

Gasshō

Yū-shin

Non avrei mai creduto che la scrittura giapponese potesse avere cosi tante valenze. Oggi a Shinnyo-ji ne ho avuto la prova vivente. Nell'ambito della giornata di Zazenkai il nostro Maestro ha organizzato un momento di incontro con due bravissimi Maestri di Shodō, la scrittura con i kanji giapponesi. Ha chiesto loro di basare la lezione su un kanji particolare: quello della parola Ten, che significa cielo, perchè è un kanji presente in tutti i nomi degli Ordinati, che così possono cominciare ciascuno a saper scrivere una parte del loro nome di Dharma, oltre ad essere un kanji potente e non troppo complesso nella sua struttura. I Maestri calligrafi ci hanno fatto vedere il kanji della parola Ten in quattro varianti diverse che si riferiscono agli sviluppi e alle variazioni che il tempo e la cultura hanno prodotto su quel segno. Scrivere con il pennello nella modalità tradizionale ci ha fatto tuffare nella storia e nella cultura millenaria del Giappone e ci ha fatto a anche comprendere quanto di noi stessi possiamo trasferire nel pennello e quindi sulla carta. La pressione, la quantità di spazio preso nel foglio, il tratto più o meno sicuro rivelano molto di noi e i Maestri hanno saputo cogliere da quei brevi segni molti tratti delle nostre personalità. Davvero emozionante. Un grazie ai Maestri di Shodō e un grazie particolare a Shinnyo Roshi, il mio Maestro.

Shin-kai

Durante la giornata di Zazenkai del 13 maggio abbiamo avuto l'opportunità di imparare qualcosa sullo Shodō, la Via della Calligrafia. È stata un'esperienza piacevole e strana allo stesso tempo, almeno per me che non riesco a tenere decentemente in mano una matita, figuriamoci un pennello. Gli insegnanti sono stati esaurienti e pazienti, mi ha fatto piacere conoscerli e spero di poterli incontrare ancora. Per quanto riguarda le mie impressioni sono abbastanza contrastanti, è una pratica che mi ha colpito per la sua complessità e contemporaneamente per la semplicità.

Il primo esercizio è stato quello di percepire il pennello (pulito), esplorarlo, tastarlo e sapere con cosa avremmo avuto a che fare, poi dovevamo tenere il pennello in posizione verticale sopra il foglio di carta bianco e lasciarlo andare. Ecco qui la prima sensazione contrastante: lasciare andare il pennello può sembrare roba banale, inutile, del resto che ci vuole? Si prende tra le dita, si mette in posizione verticale e si lascia andare. Ma allora perché ho avuto difficoltà nel farlo? Lasciandolo andare ho percepito un mancamento, una sensazione strana di vuoto, una mancanza che mi ha anche un po' innervosita. E' andata un po' meglio la senconda volta. Forse perché temiamo il lasciare andare le cose, quasi che queste possano sparire sprofondando in un baratro dal quale non potremmo più recuperarle, mi ha fatto venire in mente una famosa frase di Oscar Wilde: "Ci sono molte cose che butteremmo via volentieri se non temessimo che qualcun altro le raccogliesse".

Abbiamo poi provato a riprodurre l'ideogramma che rappresenta il Cielo, Ten, partendo dal carattere più arcaico per finire con quello più attuale, ed è stata una bella sfida. Ho capito che ho ancora tanto da fare e da imparare, tanta strada da percorrere, così tanta che forse una vita non basterà. Basti prendere per esempio l'ultimo tipo di carattere disegnato, quello corsivo, molto, molto semplice... Ma l'ho disegnato al contrario! Rappresentativo. Del resto mi hanno sempre detto che sono e faccio le cose "al contrario" rispetto alla maggior parte delle persone e più chiaro di così!

È stato impressionante vedere come la scrittura rispecchi il nostro modo di essere: uno stesso carattere, molte diversità. Ringrazio ancora gli insegnanti per ciò che ci hanno insegnato e il Maestro per averlo permesso.

Margherita

Cara Maestro,

grazie per l'esperienza della scrittura che abbiamo fatto domenica 13 maggio al Tempio.

Mi scuso perchè non sono stata diligente e non ho scritto subito le mie impressioni, ma forse il motivo sta nel fatto che dovevo far passare dentro di me quelle sensazioni di essenzialità che il segno nero sulla carta di riso lascia una volta impresso sulla stessa. Essenzialità e purezza, insieme ad equilibrio e precisione.

Ho lasciato passare qualche giorno senza considerare il lavoro fatto e oggi rivedere l'ideogramma di cielo è stato come avere la necessità di riordinare per riconquistare spazio fuori e dentro di me.

Mi sento centrata, oggi in questa giornata di sole, come se ogni cosa fosse al suo posto.

Mi sento abbastanza in pace ed è molto importante, come respirare.

Gasshō

Valentina

Prima lezione di calligrafia. Ci sono otto fogli sul tavolo e poi otto pennelli e otto ciotoline con l’inchiostro nero. Timore e curiosità. I calligrafi ci spiegano e parlano di rilassatezza e so già che sarò rigida. È normale per la prima volta, ma già anelo a quella scioltezza, a quella grazia che ci potrebbe essere nel gesto. E nella vita.

Si inizia con qualche esercizio per sciogliersi e capire come usare il pennello. È vero, possiamo sentirlo come fosse tutt’uno con la mano. Quando poi dicono di lasciarlo cadere, all’inizio ho difficoltà, non vorrei lasciarlo. Finalmente distribuiscono i fogli, leggeri e evanescenti, come ali di farfalla.

Si parte da un punto. Mettere un punto nero su un foglio bianco è già un’impresa. Ci fanno vedere. Sto attenta e osservo. L’inchiostro esce fluido dal pennello e traccia dei segni neri, intensi e allo stesso tempo leggeri. Quando proviamo noi a tracciare i segni mi sento tesa, ho paura di sbagliare.

L’ideogramma cielo viene fuori dai nostri fogli in tanti modi diversi. La forma arcaica più semplice e stilizzata ci introduce alla magia delle forme successive, più fluide e libere. Intravedo quello di cui ci hanno parlato i calligrafi: la creatività, la bellezza dell’arte che può sbocciare dai tratti scuri e profumati dei kanji.

Il tempo passa in fretta e io vorrei non smettere, non ancora, ma provare di nuovo i segni che ci sono stati spiegati. Seguire ancora con lo sguardo, piena di stupore, l’inchiostro che scivola fuori dal pennello e si allarga lieve sul foglio. Ma è l’ora di pranzo, c’è da cucinare.

Solo dopo la lezione, ripensando a ciò che ho vissuto, mi sono resa conto di quanto dentro la Benshin che stava lì, assorta, rigida e anche un po’ preoccupata, ci fosse una forte emozione. Non l’avevo percepito sul momento. E allora, cari calligrafi, tornate!

Ben-shin

"Per fare calligrafia... bisogna porsi come davanti a qualcuno di estrema rispettabilità."

Il Maestro calligrafo accompagna la mia mano sul foglio per trasmettere il gesto e l'intensità dell'ideogramma da ricopiare: Ten, Cielo.

Sulla carta sottile tratteggio un cielo imperfetto velato di timidezza.

Lucia

Calligrafare, a Shinnyo-ji

I Maestri di Calligrafia si sono seduti con il Sangha in Zazen, dopodiché ci hanno trasmesse le prime nozioni su come rapportarci con pennello inchiostro e carta, permettendo ad ognuno di noi di accostarsi rispettosamente alla antica Arte da loro praticata.

Rispetto e timore nella prossimità a Inchiostro, Pennello e Carta.

Avverto la rilevanza del momento, e la Presenza di quanti già hanno compiuto e compiono questo gesto.

Mi appresto a tracciare e lasciare un Segno, in uno Spazio che creo e definisco attorno ad esso.

Semplicità nel contatto con il legno del manico, mentre lascio oscillare il pennello tra le dita; calore nel discenderne il fusto, impugnandolo verticalmente.

Io, strumento motorio del pennello. Non provo dentro di me “ecco il mio pennello”... sento più adeguato dire, per descrivermi: “io, del pennello”.

Provo imbarazzo, dopo aver eseguito l’invito a lasciarlo cadere sul foglio immacolato, per le evidenti interferenze agite nei confronti della gravità: il pennello pare “scagliato” fuori dal foglio e la sua improbabile sede di caduta denucia in che misura io interferisca spesso con ogni cosa semplice, complicando anche il sapore dell’acqua fresca, ed andando al di là del mio campo energetico e della mia sfera di compiti.

Intingere troppo a fondo le setole nella ciotola dell’inchiostro e spremerne via l’eccesso pressandole lungo la bianca superficie interna del recipiente... incarna la mia innata oscillazione tra il troppo ed il troppo poco, un crocevia tra avidità di ogni cosa ed indecisione o pentimenti sempre in agguato.

Provo vergogna per questa disordinata mescolanza tra bianco e nero, che soffoca il laghetto d’inchiostro rotondo ed oscura il cielo bianco della sua tazza, cancellando e confondendo la nitida linea di orizzonte esistente tra di loro.

Responsabilmente appoggio la punta del pennello a riposare sul foglio e donargli il mio peso: esisto!

Avvio un moto di me, che subito ribalto, e nella scia di questo moto raccolgo e re-incollo i filamenti della dualità che accompagnano ogni mio pensiero ed ogni mia azione nel mondo.

Nel tratto, che nasce, denso, si dona pace e direzione alle molecole del sentire, alle pulsioni, ed ai giudizi nei miei pensieri... fare, fare, finalmente fare!

La traccia lucida, bagnata, nera, potrebbe nemmeno più fermarsi, se non dovesse socializzarsi e scendere a patti con un bisogno di comunicare e rapportarsi con altri tratti, con diversi segni e direzioni che ho già visti, che già conosco, noti da sempre o da poco illustrati.

Un compito tra il sentire, innato, atavico, e l’imitazione di un modello, di una cultura che da poco mi è stata instillata, alla quale vengo avviato ed allenato.

Un Ideogramma. Kanji.

Segno.

Concentrato di Software che piomba nel corpo, nel cuore, nei sensi.

Simbolizza il Cielo. Ten, così si pronuncia dandogli suono.

La figura di un Uomo, un graffito primordiale, spaziale, alieno ed umano al contempo.

Secoli di cultura, di azioni, di osservazione, di risonanza, tra cuore mente e natura.

Se Tu dovessi creare un segno che illustri ad un alieno chi siamo noi umani della Terra, ebbene, sceglieresti, comporresti, doneresti questo Kanji ai suoi occhi curiosi.

Emozione, e di nuovo responsabilità, come quella di un bimbo che gattona per prepararsi a camminare, un giorno chissà... Alzare la testa sul corpo ed il corpo sulle gambe, le gambe sul suolo e lo sguardo un filo sopra il mare di punte dell’erba di una savana primordiale.

La mente è curiosa e divertita.

Ma fuori dalla mente l’emozione per il gesto arriva compressa dalla pancia, dal petto, dal cuore, e trasmette anche notizie su quel sentimento meno ammesso che è la paura: paura del nuovo, paura di cadere, soprattutto paura di sbagliare.

Paura che dimora nel regno delle gambe, nel gettare radici dalle piante dei piedi dentro il suolo, verso il centro della Terra, ed ancora non fidarsene.

Mente che affiora, mente di paura e corpo gonfio di emozioni.

Ed il pennello, fedele e traditore, nella sua magica sensibilità, trasmette alla scia dell’inchiosto quel tremito sottile e massiccio che irrompe attraverso i mille “qui ed ora” del suo percorso ininterrotto.

Un tremito infinito, uggioso, affaticante, che arriva a spezzare il gesto, ad agitare di nuovo le molecole della traccia d’inchiostro, a far tremare anche la mano, che di per sè ne sarebbe innocente, ed è solo un tramite muto: non è da lei che nasce l’impulso.

Mano innocente; innocente quanto lo è l’Universo del foglio candido di carta.

Il Kanji, finito, è ciò che è.

E nulla di ciò che non è, e di ciò che non può essere nelle condizioni di qui ed ora.

Il mio Kanji, l’unità tra me stesso, l’inchiostro, il pennello, la carata, l’Universo.

L’Io-Kanji.

La perfetta, micrometrica rappresentazione in inchiostro profumato su carta, di quell’aggregato corporeo ed energetico identificabile adesso come Dai-shin.

Fabio Dai-shin.

Ne sono felice.

Ne sono turbato.

L’ esperienza più intensa e sorprendente che vissuta con la Calligrafia, è proprio questa.

Il Riconoscere la potenza di questo meraviglioso

strumento, di questa arte raffinata, nel disvelare ed analizzare attraverso il flusso e la globale impronta pittorica, colui che dipinge in ogni sua più sottile sfumatura, in quel preciso istante e luogo.

I Maestri commentano l’accaduto, i tratti pittorici, le varie calligrafie ottenute, ed anche da parte loro si sottolinea e conferma questa potente caratteristica dell’arte della Calligrafia che tanto mi ha colpito.

Ci restituiscono, uno per uno, filtrato e decodificato attraverso la loro esperienza ciò che abbiamo generato sul foglio.

Anche la Compassione trova manifestazione improvvisa in questo istante attraverso le loro parole.

Sento infatti commentare positivamente la carica di sentimenti ed emozioni sotterranee compresse che, spesso annunciate dal tremito della pennellata, chiedono di irrompere allo scoperto e di offrire al gesto calligrafico la loro intrinseca ricchezza: un incitamento a non giudicarmi in questi miei primi passi, ed un poco mi rassicuro.

Il mio tremito è probabilmente ricchezza e non parkinsonismo di sessantenne.

Mi cimenterò ancora nella Calligrafia.

Grazie e Gasshō.

Dai-shin

A seguire il testo inviato dai Maestri calligrafi: La calligrafia Estremo orientale è una profonda esperienza spirituale che serve a elevare la natura dell’arte e a coltivare la morale. La pratica della calligrafia per i monaci buddhisti risulta essere "un mezzo opportuno" per entrare in contatto con la parte più profonda di se stessi alla ricerca della Natura di Buddha. Le calligrafie dei monaci Zen dette "tracce d'inchiostro, bokuseki" sono la testimonianza del cammino della loro profonda esperienza spirituale e religiosa. Nella quiete meditativa dell'incantevole Tempio "Shinnyo-ji" di Firenze, diretto dal Maestro e guida spirituale Anna Maria Iten Shinnyo, abbiamo vissuto un' esperienza Unica di lavoro tra interno ed esterno del nostro essere, alla ricerca del vivo spirito interiore attraverso la calligrafia! Grazie ancora per la bella esperienza, Paola e Nicola. REPORT Assemblea Generale Annuale della Associazione “Centro Europeo di Buddhismo Sōtō Zen” L’Assemblea Generale dell’Associazione “Centro Europeo di Buddhismo Sōtō Zen” per l’anno 2012 si è tenuta a La Gendronnière, Tempio Zen di Blois, in Francia, da venerdì 25 a domenica 27 maggio. Il nostro Maestro rev. Shinnyo Roshi si è recata a La Gendronnière ed ha preso parte alla Assemblea Generale.

LO ZEN DI BODHIDHARMA
Capitolo III – Il Sermone del Risveglio

Non c'è linguaggio che non sia il Dharma. Parlare tutto il giorno senza dire niente è la Via. Essere silenziosi tutto il giorno e tuttavia dire qualcosa non è la Via. Quindi né la parola di un Tathagata dipende dal silenzio, né il suo silenzio dipende dalla parola, né la sua parola esiste separatamente dal suo silenzio. Coloro che comprendono sia la parola che il silenzio sono in Samadhi. Se parli quando conosci, la tua parola è libera. Se stai in silenzio quando non conosci, il tuo silenzio non è libero. Se la parola non è attaccata alle apparenze, è libera. Se il silenzio è attaccato alle apparenze, non è libero. Il linguaggio è essenzialmente libero. Non ha nulla a che fare con l'attaccamento. E l'attaccamento non ha niente a che fare con il linguaggio.

La realtà non ha un alto e un basso. Se vedi l'alto o il basso, non è reale. Una zattera (68) non è reale. Ma il passeggero della zattera lo è. Una persona che governa una tale zattera può oltrepassare ciò che non è reale. Ecco perché è reale.

Secondo il mondo ci sono maschile e femminile, ricchezza e povertà. Secondo la Via non ci sono maschile o femminile, né richhezza o povertà. Quando la dea realizzò la Via, non cambiò sesso. Quando lo stalliere (69) si risvegliò alla Verità, non cambiò il suo stato. Liberi da sesso e stato sociale, essi condividevano la stessa sostanziale apparenza. La dea cercò per dodici anni la sua femminilità senza successo. La ricerca per dodici anni della mascolinità sarebbe stata altrettanto infruttuosa. I dodici anni si riferiscono alle dodici entrate (70).

Senza la mente non c'è Buddha. Senza il Buddha non c'è mente. Allo stesso modo, senza acqua non c'è ghiaccio, e senza ghiaccio non c'è acqua. Chi parla di abbandonare la mente non va molto lontano. Non diventare attaccato alle apparenze della mente. I Sutra recitano: "Quando non vedi l'apparenza, vedi il Budda." Questo è il significato di essere liberi dalle apparenze della mente.

Senza la mente non c'è Buddha significa che il Buddha origina dalla mente. La mente fa nascere il Buddha. Ma sebbene il Buddha origini dalla mente, la mente non ha origine dal Buddha, proprio come un pesce ha origine dall'acqua, ma l'acqua non ha origine dal pesce. Chi vuole vedere un pesce guarda l'acqua prima di vedere il pesce. E chi vuole vedere un Buddha guarda la mente prima di vedere il Buddha. Una volta visto il pesce, ti dimentichi dell'acqua. E una volta visto il Buddha, ti dimentichi della mente. Se non ti dimentichi della mente, la mente ti confonderà, proprio come l'acqua ti confonde se non ti dimentichi di essa.

Mortalità e Buddhità sono come acqua e ghiaccio. Essere afflitti dai tre veleni è mortalità. Essere purificati dalle tre liberazioni (71) è buddhità. Ciò che si congela diventando ghiaccio in inverno si fonde diventando acqua in estate. Elimina il ghiaccio e non ci sarà più acqua. Sbarazzati della mortalità e non ci sarà più buddhità.

Chiaramente, la natura del ghiaccio è la natura dell'acqua. E la natura dell'acqua è la natura del ghiaccio. E la natura della mortalità è la natura della buddhità. Mortalità e buddhità condividono la stessa natura, proprio come wutou e futzu (72) condividono la stessa radice ma non la stessa stagione. E' solo a causa dell'illusione delle differenze che abbiamo le parole mortalità e buddhità. Quando un serpente diventa un drago, non cambia le sue squame. E quando un mortale diventa un saggio, non cambia la sua faccia. Egli conosce la sua mente attraverso la saggezza interiore e si cura del suo corpo attraverso la disciplina esteriore.

I mortali liberano i Buddha e i Buddha liberano i mortali. Questo è ciò che si intende per equanimità. I mortali liberano i Buddha poiché la sofferenza crea consapevolezza. E i Buddha liberano i mortali poiché la consapevolezza nega la sofferenza. Non è di aiuto che l'essere sofferenti. E non è di aiuto che l'essere consapevoli. Se non fosse per la sofferenza, non ci sarebbe niente per creare consapevolezza. E se non fosse per la consapevolezza, non ci sarebbe niente per negare la sofferenza. Quando sei illuso, i Buddha liberano i mortali. Quando sei consapevole, i mortali liberano i Buddha. I Buddha non diventano Buddha da sé. Sono liberati dai mortali. I Buddha considerano l'illusione come il loro padre e l'avidità come la loro madre. Illusione e avidità sono gli altri nomi della mortalità. Illusione e mortalità sono come la mano destra e la mano sinistra. Non esiste altra differenza.

Note:
(68) Zattera. Il Buddha paragona i suoi insegnamenti ad una zattera che può essere utilizzata per attraversare il Fiume delle Infinite Rinascite. Ma appena è servita al suo scopo, la zattera è inutile. Non è più una zattera.
(69) Dea ... stalliere. La dea appare nel Capitolo Settimo del Vimilakirti Sutra. Lo stalliere può essere un riferimento a Chandaka, il garzone di scuderia di Shakyamuni. Se è così, non ho familiarità con tale storia.
(70) Docici entrate. I sei organi di senso ed i sei sensi.
(71) Tre liberazioni. La libertà dall'illusione, dalla collera e dall'avidità avviene attraverso le tre porte della liberazione: non sè, non forma, e non desiderio.

(72) Wutou e futzu. Dalla radice secondaria che cresce dalla radice base del Wutou (Acomitum o pianta velenosa) è estratto un anestetico. La radice secondaria non si sviluppa fino al secondo anno di vita della pianta.

Traduzione dall’Inglese a cura di Yō-shin

É disponibile, sul nostro sito, il quinto capitolo del SUTRA DEI VOTI ORIGINALI E DEL CONSEGUIMENTO DEI MERITI DEL BODHISATTVA KSITIGARBHA, liberamente tradotto dall’inglese da Shin-nen.

Ringraziamo Fabio Dai shin per le foto donate.

Vi aspettiamo al prossimo numero di EkiZen.

Gasshō

Calendario degli incontri di Pratica Zen presso il Tempio Sōtō Zen Shinnyo-ji di Firenze:

Ogni lunedì sera dalle 20.00 alle 22.00
Ogni martedì mattina dalle 6.30 alle 7.30
Ogni venerdì sera dalle 20.00 alle 21.30
Una domenica al mese dalle 9.00 alle 18.00. Il programma dei ritiri di Pratica è visionabile sul nostro sito.
Ogni mercoledì pomeriggio dalle 18.00 alle 20.00 la segreteria del Tempio è aperta per dare informazioni.

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