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EkiZen - Notiziario del Sangha di Shinnyo-ji

Inverno 2012 - n. 13 anno III

Keizan-zenji e le donne

Ryushin Azuma

Presidente dell’Università Femminile di Komazawa D. Lit

Trascrizione della Conferenza che il Reverendo Ryushin Azuma Roshi, 72° Abate del Tempio Daijo-ji, ha tenuto dal 25 luglio al 1 Agosto 1997 in cinque Centri Zen in America, al tempo in cui era Rettore dell'Università Femminile di Buddhismo di Komazawa. Il testo è stato poi pubblicato nella Raccolta dell’"Associazione monaci stranieri" del Tempio Zenko-ji di Yokohama.

Vorrei parlare di “Keizan-zenji e le donne”. Come sapete, Keizan-zenji fu un monaco Zen che visse dalla metà del Duecento fino alla prima metà del Trecento, cioè durante la fine del Periodo Kamakura ed è il quarto Patriarca che segue Dogen-zenji (1200-1253).

Nella storia giapponese, Dogen-zenji era tra i religiosi più onorati, filosofo acuto e Maestro clemente, aveva una vasta conoscenza della letteratura. Il suo intento verso lo Zen era chiarire l’essenza del Buddhismo Zen cinese e confermare la tradizione del corretto Buddhismo. Seguiva la scuola Soto-Zen del Buddhismo Zen cinese e fondò Eihei-ji nella Prefettura di Fukui. Oggi è conosciuto come “Koso” (il Fondatore). Il suo carattere nobile e la sua filosofia universale hanno un significato che va oltre lo stereotipo del pensiero del Buddhismo e dello Zen.

Keizan-zenji come quarto successore di Dogen-zenji fondò Soji-ji nella Prefettura di Ishikawa. Questo Tempio fu ricollocato nella Prefettura di Kanagawa durante il Periodo Meiji. Lui è onorato come “Taiso” (il Grande) del Soto-Zen giapponese. Keizan-zenji succedeva nel Dharma a Dogen-zenji e propagava e sviluppava il Soto-Zen. Potrei approfondire quest’aspetto della sua vita, ma in questo discorso vorrei presentare il suo punto di vista sulle donne e il suo rapporto con loro.

Prima di iniziare con questo tema vorrei riportare ciò che Dogen-zenji scrisse nel capitolo “Raihaitokuzui” dello “Shobogenzo” a Kyoto nel 1239. In questo capitolo nega la predominanza dell’uomo sulla donna nel mondo del Buddhismo dell’epoca e sostiene la parità tra i sessi nella pratica buddista. Scrive nello “Shobogenzo”:

“In Giappone esiste una cosa ridicola. C’è un posto chiamato “Kekkai” ovvero “Dojo del Mahayana” in cui le donne non possono entrare. Sebbene sia una tradizione antica, nessuno pensa alla sua origine.”

Dogen-zenji criticava il Buddhismo tradizionale in Giappone in questo modo. In quel periodo, i Templi famosi, ad esempio, Hieizan, Koyasan, Kinpozan, e Todai-ji avevano il “Kekkai” o “Dojo”.

Dogen-zenji dice: “Solo la gente folle pensa che le donne siano degli oggetti del desiderio. Ma che colpa hanno le donne? Esistono dei motivi per cui gli uomini sono più nobili?” Poi dice: “Non interessatevi alle differenze tra gli uomini e le donne. Questo è un principio fondamentale della legge suprema del Via del Buddha.”

Dogen-zenji dimostra la sua posizione con queste parole: “L’ottenimento dell’essenza del Buddha Dharma e la sua successione scaturiscono da una mente di fede basata sulla vera Illuminazione. Essa non viene da dentro né da fuori. È importante rispettare profondamente il Dharma e seguire la Via del Buddha.”

Dogen-zenji quindi pensava con profondo rispetto a liberarci dalle preoccupazioni mondane. Nella sua esperienza nel Dharma esprime il suo pensiero, il suo punto di vista, sulle donne: “Non interessarsi alle differenze tra uomini e donne è un principio fondamentale della legge suprema del Via del Buddha.”

La sua prospettiva sulle donne non è solo valutata come un pensiero eccellente nella storia del Buddhismo giapponese, ma anche come l’acclamazione sulla dignità del carattere maschile e femminile prima del Rinascimento e dell’epoca di Martin Lutero.

Tra le persone che studiarono Dharma da Dogen-zenji, esiste evidenza dalle fonti storiche che c’erano monache e praticanti femminili. Ma è con Keizan-zenji che ne troviamo la conferma.

La prospettiva sulle donne di Keizan-zenji è chiarita dalle parole seguenti: “Allora nuovi praticanti e seguaci! Per fortuna voi succedete a quello che Sakuamuni-Buddha fece come buddista. Perché volete quello che vogliono le masse? In ogni caso, dovete essere liberi dalle illusioni di ogni tipologia, anche tra il bene e il male e della distinzione tra uomo e donna.”

Questo brano è estratto dal capitolo del “Denkoroku” di Keizan-zenji del quarantunesimo Patriarca Go-Doan-Diashi. In questo brano, Keizan-zenji dichiara che i buddisti devono essere liberi dall’idea della discriminazione tra uomini e donne. Capiamo che questa idea è conseguente al pensiero di Dogen-zenji. Siccome Keizan-zenji era un seguace di Dogen-zenji, questa similitudine è naturale, ma è importante che confermiamo la stessa prospettiva tra Dogen-zenji e Keizan-zenji. Così come Nyojo-zenji, non molto noto nel Buddhismo Zen cinese, è maggiormente conosciuto tramite Dogen-zenji, allo stesso modo gli insegnamenti del Fondatore devono essere sviluppati dai suoi seguaci.

La famiglia Sakawa, signori che sostenevano Keizan-zenji, donò a lui del terreno e un Tempio nel 1319. Questo Tempio si chiama Yoko-ji e le donne che vi vivevano ne erano le sostenitrici principali. Ad esempio, Shozen e Mokufu-Sonin, madre e figlia, rinunciarono al mondo e più tardi diventarono discepole di Keizan-zenji. Egli si riferiva a Shozen come “Shikoh”, il suo nome formale, e le conferì il ruolo di Abate di Zokeian. Fu il primo caso di un Abate femminile nel Sotoshu.

Dopo, Keizan-zenji ordinò Sonin come Abate di Enzuin, che era un Tempio nella terra di Yoko-ji. Enzuin fu costruito non solo per ospitare una cerimonia in onore di sua nonna, ma fu anche il Dojo che realizzò il desiderio sincero della madre di Keizan-zenji. Inoltre, questo Tempio era il Dojo in cui Keizan-zenji diffondeva il Buddhismo che sperava potesse salvare il popolo.

Per di più, Mokufu-Sonin fu ordinata come Abate di Hoo-ji.

Meisho-Enkan, cugina di Keizan-zenji, divenne sua discepola e diventò Abate di Enzuin dopo Mokufu-Sonin.

Konto-Ekyo, discepola e praticante devota dello Zazen quotidiano, succedette a Keizan-zenji.

In tante fonti, troviamo i nomi di monache che erano ordinate Abati e rispettate poi come successori. Keizan-zenji stesso fu educato con una fede profonda in Avalokitesvara (Kannon) da sua nonna e da sua madre e le sue origini familiari sembrano formare la sua prospettiva sulle donne. Keizan-zenji scrisse nel “Tohkokuki” che il suo rapporto tra lui e Mokufu-Sonin era quello tra monaco e seguace ovvero tra Maestro e discepolo che non possono essere separati, come il magnete e il ferro.

Troviamo il seguente dialogo tra Keizan-zenji e Mokufu-Sonin:

Io (Keizan-zenji) chiedo a Sonin: “Quest’anno è quasi finito e tra poco arriverà il nuovo anno. Cosa mi dici della tua vita religiosa?”

Sonin risponde: “Nei rami dell’albero senza ombra (questo ramo significa la vita eterna) esiste il tempo (che non è separato e non ha inizio o fine)?”

Questa fu la prima riposta eccellente data da Sonin.

In questo dialogo vediamo la mente sincera di Sonin rispetto al Buddha-Dharma, la fiducia profonda di Keizan-zenji in Sonin, il legame tra Maestro e discepolo, e lo spirito dell’armonia tra monaco e seguace.

Il punto di vista di rielievo sulle donne stabilito da Dogen-zenji e Keizan-zenji e lo sviluppo del Buddhismo basato sulla parità tra uomini e donne purtroppo non è pienamente tramesso nella storia del Sotoshu giapponese. È spiacevole che questa prospettiva sia stata sepolta nella propensione generale dello sciovinismo maschile.

In questo secolo la civiltà materiale e la tecnologia scientifica governano il mondo. Perseguiamo la vita più conveniente e la realizzazione dei nostri desideri personali.

Ora siamo convinti del limite della nostra civiltà. Quindi é necessario illuminare l’umanità stessa. Dobbiamo domandarci che cos’è l’umanità e che cos’è la vita. Possiamo dire che il ventunesimo secolo è il tempo della vita umana. Quando poniamo domande e osserviamo l’umanità, i problemi degli uomini e delle donne, ossia “cosa sono gli uomini e le donne”, devono essere messi in discussione, perché gli uomini e le donne sono ugualmente esseri umani. Penso che la prospettiva della parità tra uomini e donne di Dogen-zenji e Keizan-zenji ci dia una comprensione notevole quando consideriamo la nostra essenza fondamentale.

Nel 1995 e 1997, visitai venti posti diversi negli Stati Uniti, compresi sette Centri Zen fondati da Maezumi Hakuyu Roshi. Questo viaggio era stato richiesto da Maezumi Roshi. Dopo ho fatto delle presentazioni su “Keizan-zenji e le donne” al Centro Zen di Los Angeles (Busshin-ji), Zen Mountain Monastery (Doshin-ji), Kanzeon Sangha Zen Center (Hoshin-ji), Zen Community of Oregon (Jinoin) and San Francisco Zen Center.

L’opuscolo in inglese è stato tradotto dal giapponese da Y. Ando, assistente universitario dell’Università Femminile di Komazawa, stampato e offerto da Kuroda Bushi Roshi, Yokohama Zenko-ji.

Gennaio 1998

Ryushin Azuma

Quest’articolo è stato tradotto dall’inglese in italiano da Ten shin del Tempio Shinnyo-ji di Firenze.

Ottobre 2012

Seminario Sokanbu

Tempio Zen La Gendronnière
19-21 ottobre 2012

Il nostro Maestro Shinnyo Roshi si è recata a Parigi, presso il Tempio Zen La Gendronnière, ed ha preso parte all’annuale Seminario Sokanbu, che quest’anno ha avuto come speaker il Prof. Griffith Foulk, che ha tradotto Shobogenzo e Gyojikihan per il Sōtō Zen Text Project di cui è membro. Gli argomenti principali del Seminario trattavano i seguenti testi: “An Explanation of the Heart Sutra”, “Lotus Sutra” e “SBGZ Sutra Reading”.

VEGLIA DI ROHATSU

7-8 dicembre 2012

Augurio del Maestro Shinnyo Roshi

Estratto dell’Augurio e tema Nuovo Anno di pratica

Un nuovo Anno è trascorso e tanti cambiamenti hanno attraversato il nostro Tempio che sta consolidandosi nella sostanza e nella forma. Praticanti che vanno, praticanti che vengono, il Tempio come una stella polare rimane saldo ad indicare la Via.

Chi rimane comunque cresce e contribuisce a radicare le origini di questa realtà italiana: un gruppo di praticanti che si impegna, un Sangha in movimento sempre pronto ad accogliere chi si affaccia alla porta di Shinnyo-ji.

E proprio stasera, notte di Veglia di Rohatsu, vorrei sottolineare come, dopo il mio rientro dal Giappone in settembre, l’energia respirata ritornando all’origine del nostro Tempio e del nostro Lignaggio abbia portato grande chiarezza nell’animo di ciascun praticante e dunque una sorta di ventata di aria fresca, rigenerante, che ha spazzato via ciò che era in bilico richiamando nuove forze, nuovi praticanti che diligentemente stanno ora portando avanti la pratica qui con noi a Shinnyo-ji.

Alla fine di questo anno trascorso all’insegna del tema di pratica della DISCIPLINA, come Maestro ho riscontrato grande impegno degli allievi nello sviluppare il compito assegnato, che nel tempo ha prodotto i suoi frutti e dato risultati evidenti.

Il tema di pratica di questo Nuovo Anno, tema che emerge come sempre alla luce di ciò che viene vissuto nello spazio sacrale del Tempio, è

MUSHIN 無心, cuore/mente puro dove per “puro” non si intende qualcosa da cui è stata rimossa la polvere, cioè la condizione di un qualcosa che è stato ripulito, ma “puro” nel senso di “originariamente puro”, non giudicante, non attaccato a illusioni, scevro da pensieri confusi.

Dōgen Zenji nell’Eihei-ji kōroku, la “Grande Raccolta dei documenti del Tempio di Eihei-ji” dice che la mente di MUSHIN 無心 è come l’aria pura delle nuvole bianche, ovvero uno stato di innocenza che assomiglia alla vita dei monaci Zen chiamati unsui, (dove l’ideogramma un significa nuvola e l’ideogramma sui acqua) che girano di Tempio in Tempio alla ricerca del loro Maestro con la mente di assoluta MUSHIN 無心, ovvero lasciandosi portare dal vento, dalla pioggia, dal “legame nel Buddha”, il Butsu-en, senza niente progettare o scegliere.

È importante tenere a mente questo concetto, perché la nostra pratica rischia costantemente di scadere nello spirito di profitto, di calcolo, o di interesse. Spesso ci chiediamo che vantaggio abbiamo avuto nel praticare e se questo miglioramento sia evidente o migliori la qualità della nostra vita e se valga la pena rispetto allo sforzo che comporta. Spesso ci scontriamo con il nostro ego giudicante, che si “impenna” davanti alla difficoltà del lasciar andare, shinjin datsuraku, lasciar cadere corpo e mente, e “semplicemente essere” nell’Unità del momento. Quante volte mi sono sentita dire: “Maestro, ma così perdo tutto ciò che ho costruito e strutturato (o ancor peggio: rivendicato) in lunghi anni a difesa del mio essere”. Eppure la nostra forza è proprio diventare Uno con ciò che ci viene incontro MUSHIN 無心, sempre a nostro agio, adattandoci a qualsiasi situazione senza entrare in contrasto o subire gli eventi, ma semplicemente armonizzandoci ad essi e all’energia dell’intero Universo. (…)

Vivere Zen è detto vivere MUSHIN 無心, allora l’impegno per il prossimo anno di pratica sarà quello di richiamarvi continuamente nel vostro agire ad una mente pura distaccata dai pensieri confusi. Tradotto nel quotidiano, significa esercitarvi nei momenti di difficoltà, nei momenti in cui vi sentite travolti dalle emozioni, quando vi sentite disperati e vi sembra di non farcela più e talvolta vi rivoltate anche contro la pratica, a semplicemente lasciarvi attraversare dalle emozioni del momento e MUSHIN 無心 – Muga, ovvero con mente pura e in assenza di ego, guardare la realtà così com’è, per quello che è. Allora sarà come accendere una luce in una stanza buia. Finché rimaniamo nel buio del nostro dolore, della nostra rabbia, dei nostri attaccamenti, della nostra mente confusa, viviamo l’illusione che intorno a noi non ci sia nient’altro, come una stanza buia che apparentemente può sembrare vuota, ma che una volta girato l’interruttore appare colma di tutti gli oggetti che la arredano. Allo stesso modo allontanati dalle emozioni, ritornando alla nostra mente pura MUSHIN 無心, ricontattando la nostra Natura di Buddha, sarà come essere investiti da un colpo di vento che spazza via i pensieri confusi, la nostra visione confusa del momento, per ridonarci la chiara visione che ci riconferma Uno con l’intero Universo, sostenuti ad ogni passo dall’intero Universo.

Significa anche accettare, essere felici di ciò che si ha e non dolersi di ciò che non si ha, significa riconoscere l’armonia degli opposti: carenza e eccesso, avere e non avere, ossia l’eguaglianza nella diseguaglianza, l’essere uguali nel riconoscersi diversi.

La visione del cuore puro MUSHIN 無心 è la visione della talità, il mondo così com’è, che è ad appannaggio del Satori, l’Originariamente puro. Per noi in cammino sulla Via dell’Illuminazione è l’indirizzare la nostra mente verso la sua Natura Originaria, così da entrare in contatto con essa per poi realizzarla totalmente.

E chiudo il mio Augurio per il Nuovo Anno di pratica che inizia da stanotte, ricordando come secondo il Buddhismo dell’India MUSHIN 無心 equivale al Buddha ovvero Mushin ze Butsu: “la non mente è Buddha” mentre nel Buddhismo Chan cinese il maestro Basō dice: Sokushin Ze Butsu, ovvero il contrario dell’asserzione precedente e cioè: “la nostra stessa mente è Buddha”. Dunque anche la gente ordinaria ha la Mente di Buddha e in tutti è la possibilità di realizzare l’Illuminazione del Buddha, il Satori, che in questa notte di Veglia di Rohatsu andiamo a celebrare.

Gasshō

Rev. Iten Shinnyo

Programma

Dalle 20.00 arrivo al Tempio
20.30 - 20.50 Note di Apertura con il M° Daniele Dubbini che eseguirà alcune sue composizioni con il flauto traverso di bambù, bansuri
Pausa
21.00 - 21.20 Zazen
21.20 -21.30 Kin-hin
21.30 - 22.50 Zazen
Pausa
22.00 - 22.20 Augurio del Maestro per il Nuovo Anno di Pratica
22.20 - 22.40 Zazen
22.40 - 22.50 Kin-hin
22.50 - 23.20 Testimonianze di Pratica
Preparazione pasto
00.00 - 01.30 Pasto formale e riordino
01.30 - 02.00 Zazen
02.00 - 02.10 Kin-hin
02.10 - 02.40 Zazen e Haiku
02.40 - 03.40 Kin-hin sotto le stelle
03.40 - 04.00 pausa tè
04.00 - 04.30 scrittura di Sutra
Pausa
04.40 - 05.10 Zazen e Haiku
Pausa
05.30 - 06.00 Zazen e lettura Satori del Buddha
06.00 - 06.10 Kin-hin
06.10 - 06.40 Zazen
06.40 - 07.00 Fukanzazengi
07.00 - 07.10 Cerimonia di Rohatsu e Dedica
07.10 - 07.30 Colazione
07.30 - 08.30 Riordino generale.

Incarichi

Segr. Maestro: Dai shin
Segr. Rohatsu: Shin den
Resp. Zendo: Dai shin
Aiuto Zendo: Yū shin
Accoglienza: Shin den
Tenzo: Ben shin
Aiuto Tenzo: Lō, Shin den
Serv. pasto: Shin den, Yū shin, Valentina, Yō shin
Samu: Yū shin
Aiuto Samu: Lucia
Lettore: Shin den
Report foto: Dai shin
Moppan: Ben shin
Mokugyo: Yō shin
Incenso: Yō shin
Sutra: Shin den
Lezione Forma: Yō shin

Testimonianze

All'insegna della disciplina

Un anno di pratica all'insegna della disciplina, questa era l'indicazione del Maestro. Mi chiedo quanto l'abbia seguita e mi sembra solo in parte. Disciplina, legata all'essere discepolo, quindi legata all'imparare, ma anche al seguire, la cosa più difficile. Seguire le indicazioni del Maestro, i precetti del Buddha, la Via di chi ci ha preceduto e ci guida. Seguire non sempre mi è agevole, mi distraggo, decido di fare di testa mia, sono pigra. La strada è quella, ma non sempre la percorro con passo convinto e sicuro. Non sempre accolgo disciplina o il mio essere discepola.

Quest'anno di pratica mi è sembrato all'inizio in discesa e poi in salita. C’è stata una prima parte più leggera in cui tutto sembrava filare liscio, con pochi ostacoli, in cui la pratica, la presenza al Tempio, l'ascolto del Maestro venivano naturali. Certo l'impegno c'è sempre, ma a volte non si sente o ce lo dimentichiamo.

Poi a un certo punto c'è stato un rallentamento, forse avevo corso troppo senza accorgermene o forse di tanto in tanto si cambia la marcia. I miei piedi hanno incontrato liane, sassi, buche. Mi chiedo se prima non c'erano, se non li avevo notati o se ero riuscita abilmente a schivarli. Ho cominciato a andare più lentamente, ma continuando a camminare.

L'immagine che mi è venuta alla mente è quella di un gabbiano che vola rapido e gioioso e poi a un certo punto comincia a planare. Plana, plana e poi atterra, magari ruzzola pure e si sbuccia qua e là e poi, arruffato e ammaccato, continua il suo cammino a piedi, tip, tap, con le sue zampette, e di nuovo tip, tap, un passo ancora e un altro. Goffo e lento, in attesa di riprendere in volo o di trasformarsi in solida e agile capra.

Quello che mi è sembrato in quest'anno è che la mia pratica si sia rafforzata e che io ne abbia percepito sempre più l'importanza. Per questo ringrazio il Maestro Shinnyo per il suo sforzo e il suo impegno di portare lo Zen in Italia, qui a Firenze, i compagni di pratica con cui percorro il cammino e tutti coloro che con la loro vita rendono e hanno reso questa Via viva e presente.

Questo anno di pratica termina con una nuova veglia di Rohatsu e quello che mi rende felice è che sono ancora qui, pronta a celebrare con gioia l'illuminazione del Buddha e ad affrontare un nuovo anno di pratica.

Ben shin

Il M° Daniele Dubbini durante l’esecuzione delle sue composizioni

È passato un anno da quando ho partecipato al mio primo Rohatsu e da allora molte cose sono successe, sembra passata un’eternità, di sicuro però quel giorno mi ha dato più forza e mi ha aiutato (e continua a farlo) nella vita di tutti i giorni. Ma c’è una cosa che non riesco proprio ad imparare: ad avere costanza. Riesco ad essere paziente fino ad un certo punto ma noto sempre più chiaramente che non riesco a tollerare bene la ripetitività e così il mettermi ogni giorno a sedere per meditare diventa sempre più difficile. Posso farlo per un mese di fila ma credo che questo sia il massimo che sono riuscita ad ottenere finora, poi sento il bisogno di un lungo periodo di “riposo”, diciamo così. Avere un Tempio vicino è sicuramente uno sprone per continua a meditare più assiduamente: il fare Zazen insieme ad altre persone, le pulizie ed i lavori al Tempio, gli Zazenkai. Forse sarò ripetitiva ma è quando ci si allontana da qualcuno o qualcosa che se ne capisce l’importanza (o la sua inutilità), in questo caso ho realizzato quanto importanti siano la vicinanza di un Sangha e di un Maestro. E non mi riferisco ad un’astratta associazione di persone in un punto imprecisato dello spazio: parlo proprio di tutti voi seduti sugli zafu in questa notte di veglia. Vi ringrazio e ricordo con affetto e piacere. Vi ringrazio per ciò che ho potuto trovare al Tempio e vi ringrazio perché anche adesso che sono distante quando mi siedo per meditare vi sento vicini, so che ci siete. E non siete astratti, non siete chissà dove.

Vi voglio augurare una proficua nottata di veglia e pero che questo nuovo anno di Pratica che sta per iniziare sia sereno per tutti voi dato che l’anno appena trascorso ha regalato qualche problema un po’ a tutti noi.

Buon Rohatsu, un profondo inchino a tutti voi, a ciascuno di voi.

Gasshō,

Margherita

In questi giorni mi stavo chiedendo se e in che modo la pratica mi ha cambiato, se sono maturato, se ho mosso qualche passo nella via. Quello che posso dire è che continuo a sedere in Zazen appena sveglio la mattina e quando torno a casa la sera mi siedo ancora, con fatica certo ma anche con gioia. Io pratico da due anni e rispetto alle fatiche dei primi mesi ora sento il bisogno di sedermi in Zazen e la gioia nel farlo.

Gasshō

Gregorio P

Quando sono arrivata a Shinnyo-ji pensavo di essere una persona disciplinata. Già dopo poche settimane di Pratica fiorivano i dubbi su questa convinzione. Ne parlai al Maestro, mi disse: “Questo è bene”. Sorrise senza aggiungere altro.

La prima volta che ho sentito il mio nome di Dharma ho pianto.

Gasshō

Yō-shin

Ho svolto il tema di questo anno di pratica incentrato sui precetti, nell'approfondire lo studio dello Zazen in quanto radice e fondamento dei precetti stessi.

I pochi anni di pratica mi rendono ancora difficile riuscire ad abbandonare corpo e mente durante le sedute in giorni particolarmente intensi. Inizialmente pensavo fosse normale, la mente agitata ha bisogno di tempo per acquietarsi e molte volte non c'è molto tempo, o tempo sufficiente per lasciare andare i problemi della vita quotidiana che continuamente assediano la nostra attenzione.

Molte volte invece ho creduto di aver lasciato corpo e mente a seguito dello sciogliersi delle tensioni, della tranquillità con cui uscivo dalla meditazione, eppure accadeva che di nuovo la mente tornasse alla prima occasione ad appuntarsi sul problema, sulla difficoltà da affrontare, e riprendesse ad affondarci.

Un giorno tuttavia una visione nuova si presentò chiara nel mio Zazen, ovvero la difficoltà ad accettare la semplicità della realtà. Mi accorsi che la mia mente aveva bisogno di aggrapparsi a quel determinato problema perché legato ad un bisogno centrale della mia vita; aveva bisogno cioè, oltre a risolverlo, a non lasciarlo andare, a tenerlo sempre ben presente perché impaurita di accettarne la rinuncia. E poiché nulla può essere posseduto stabilmente, ero sempre legato ad un continuo eterno ritorno che non riuscivo a spezzare.

Eppure la realtà è molto semplice se non ci si attacca a ciò che non ci è dato, ed un problema appare così semplice solo dopo che lo si è risolto.

Gasshō

Yū-shin

Il Maestro ci ha insegnato che la mente crea false priorità che la vita sgretola, provocando dolore. Che praticare significa guardare quelle priorità e sorriderne. Guardare il dolore ed accoglierlo.

Non sempre mi riesce: spesso mi ritrovo impantanata nei solchi della mia mente.

Ma la pratica è quel porto sicuro, quel raggio di Verità che filtra attraverso le nuvole della mia mente e che mi permette di riconoscerle come tali.

Distacco che non significa anestesia… Anzi.

Grazie Maestro per l’energia, la costanza e l’amore con cui ogni giorno permette a Shinnyo-ji di crescere:

perché permette la crescita di ciascuno di noi.

Gasshō,

Ten shin san ha partecipato alla Veglia da casa in Ohio a circa 7460 km da Shinnyo-ji

È già passato un anno dal mio primo Rohatsu, lo ricordo come se fossi stato ieri - sono arrivata presto con Margherita per preparare il cibo e accogliere gli altri del Sangha. Era la sera della sua Presa di Rifugio.

Mi ricordo di avere avuto un po’ di ansia prima di iniziare la Veglia, pensando a tutte le ore di notte e il grande sforzo e di perdurare fino alla mattina. Però cel’ho fatta e ho partecipato a tutto il Rohatsu, accogliendo momento per momento e non pensando al tutto insieme e alla stanchezza del giorno seguente.

Accogliendo momento per momento va applicato in tutta la vita. Non avrei mai immaginato i grandi passi che ho fatto nella mia pratica, prendere i voti non era un obiettivo ma il passo naturale sulla Via del Buddha.

Come tutti, incontro le sfide dall’attaccamento, l’egoismo e l’ira, richiamo le lezioni e le emozioni che provo dalla pratica e torno a essere me stessa. Anche se non sono al Tempio con voi stasera, sarò seduta al contempo per tutto il Rohatsu, a circa 7460 kilometri di distanza, sento la vostra vicinanza, e spero che voi sentiate la mia.

Buona pratica.

Gasshō

Ten shin

Cerco di scrivere qualcosa su questo ultimo anno di pratica ma non riesco a non pensare all’intero percorso, iniziato tre anni fa; il primo anno è stato faticoso ma convinto e bello, la strada era più densa, ricca e attraente, la prima parte del secondo anno ha mantenuto questa forza, ho intravisto quello a cui questa Via può portare in termini di libertà, presenza e attenzione e sono arrivata alla decisione di prendere i Voti di Bodhisattva. Poco dopo sono arrivati nella mia vita impegni pressanti e difficoltà che hanno preso molto tempo e molto spazio dentro di me ed invece di appoggiarmi alla pratica l’ho messa da una parte, ho mantenuto un legame con lo Zen, grazie al Maestro e ad una compagna di pratica, ma è stato un rivolo in luogo di un fiume. Se adesso mi fermo a pensare mi vedo sballottata qua e là dagli eventi, come ubriaca, incapace di camminare dritta. Quest’anno quindi sono stata davvero poco presente e ad ottobre sono tornata al Tempio dopo quasi tre mesi di totale assenza, ci ho messo un po’ a rientrare, ho rimandato alcune volte, ma poi ritrovarmi qui è stato facile, mi ha quasi stupito sperimentare la totale familiarità, la facilità nel ritrovare i gesti, i movimenti, la musica dei Sutra... Ora sono qui, gasshō

Go shin

Caro Sangha, un altro anno è passato. Un anno molto difficile per me, dove ho frequentato poco il Tempio ed ho praticato poco. La mia mente è ancora molto in confusione, ma sapere che il Sangha mi sostiene e che il Maestro mi è vicino mi fa intravedere uno spiraglio di luce. Grazie Sangha. Grazie Shinnyo-ji.

Gasshō,

Leonardo.

Sono dieci anni circa che pratico Zen, sono ormai certo che questa è la mia Via al di là di ogni distinzione e opinione razionale, lo affermo con tutta la modestia di praticante imperfetto e sempre in un qualche modo principiante.

Potrei dire che questa è la religione, la filosofia, l’etica e l’estetica a cui cerco di approdare, in cui sono poco a poco cresciuto e adesso dopo molti anni mi ritrovo uguale e diverso insieme, mi pare di essere sempre stato così, di non essermi mai mosso, una sensazione come di non aver mai cambiato abito da sempre. Una sicurezza calma, una forza lontana che conosco e non conosco ma che provo sulla mia persona, so dove sono, si chiama stare in un Lignaggio.

La mia attitudine critica e alcune mie posizioni culturali e una certa idiosincrasia per i dogmi e le forme retoriche che esprimono spesso posizioni di potere mi portano a criticare religioni, forme e pratiche dogmatiche, è dunque questa mia natura che tende a vedere tutto questo in primo piano. Ecco perché talvolta prediligo spontaneamente il sentire la Via dello Zen attraverso un quid che sento subito come sincerità e onestà del percorso religioso e spirituale, tendo dunque a concentrarmi su questo passaggio diretto su questo sentire, che poi è quello che percepisco al Tempio con La Maestro e nel Sangha, è la vita pulita, prima, onesta che vorrei tanto portare sempre dentro di me e incontrare, condividere con gli altri. Dunque senza rifiutare niente di me stesso cerco di evolvere il mio sentire e il mio pensiero e di portarlo verso una certa armonia e serenità, per ogni espressione della Via. Non voglio fare separazioni , dico solo che ciò che mi dà forza e che mi coglie subito come un lampo sta in un qualcosa che non posso dire che non so dire che è solo come un grande silenzio originario, che è nella Forza della Via che esprime il Maestro Shinnyo e che si esprime anche in altri momenti e situazioni al Tempio e nella vita quotidiana che desidero ascoltare e che mi prodigo di farlo.

Forse sbagliando trascuro di coltivare e sentire ciò anche in altri momenti o situazioni che fanno parte della Cerimonia e dell’organizzazione di un Tempio.

Credo di aver avuto in questa breve vita un grande regalo, un’opportunità di incontrare La Maestro Shinnyo, senza la quale mi sarei perso nei mille rivoli delle scelte e distrazioni spirituali che esistono.

Non credo che praticherei lo Zen con un altro Maestro. Per me La Maestro Shinnyo esprime ed è creatrice di una nuova strada dello Zen europeo che riscoprendo attualizzando l’insegnamento dei Patriarchi, base concreta delle parole del Buddha, fonda uno Zen umanista, rivolto all’espressione della compassione e alla cura dell’altro, Zen forza di salvezza e di liberazione con profonda gioia verso la vita e gli uomini , con un profondo rispetto di ogni scelta di vita personale e senza nessuna retorica, dogma o esigenze di potere che inaridirebbero se non tradirebbero la Via originaria dello Zen.

Grazie dunque alla Maestro Shinnyo che per tutti questi anni mi ha istruito, guidato e sempre accolto e un po’ anche “sopportato”, grazie, un augurio sincero di ogni bene per questo nuovo anno di pratica.

Grazie anche a questo nuovo Sangha che spero continui sempre a esprimersi in questa armonia e con questa gentile accoglienza verso gli altri.

Un pensiero e un augurio anche al Rev. Azuma Roshi e di pace e prosperità per il Tempio a Kanazawa

Ancora grazie Maestro Shinnyo. Con fede. Felicemente qui.

Shin den

Luigi Oldani

Il Maestro Shinnyo Roshi con i praticanti presenti alla Veglia

Penso che siamo un gruppo di uomini fortunati.

Essere qui seduti in Zazen è davvero una cosa stra-ordinaria.

Avere Shinnyo-ji è una cosa stra-ordinaria.

Poter ricevere l’insegnamento in discendenza diretta da Shakyamuni fino a Shinnyo Roshi è qualcosa che dovrebbe toglierci il fiato.

Lo dice uno che è contro ogni regola, ogni istituzione e ogni catechizzazione.

Ho letto che Buddha avrebbe detto, non credete alle mie parole, ma provate quello che dico e poi credete.

Ogni volta che mi siedo in zazen, senza nessun effetto placebo, è innegabile che avvenga qualcosa nella mia coscienza e nel mio spirito.

Auguro al mio Maestro Shinnyo Roshi, a tutti voi, a tutti quelli che soffrono, alla mia famiglia e a me stesso un futuro sereno, con la pace nel cuore, e con la Via dello Zen che illumina i nostri passi nel buio della nostra vita di uomini così fragili.

Gasshō

Shin-kai

Praticare con disciplina è stato un compito non facile da eseguire durante un intero anno. Mi sono impegnata per farlo e il risultato è stata una maggiore presa di coscienza delle capacità che mi riguardano. Mi sono sentita protetta dal Maestro, dal Sangha e dalla Pratica e di questo ringrazio per tutti i momenti complessi attraversati nel 2012.

Praticare con consapevolezza aiuta a centrarsi, a percepirsi e a percepire quanto è intorno e dentro di noi così come è, senza necessità di un giudizio che distingua il valore sempre talvolta troppo concentrato sulle nostre problematiche. Può rendere più eseguibile anche un'attività, un lavoro che non corrisponde al nostro spirito e a renderne comunque interessante la finalità. Permette di raggiungere degli obiettivi e lungo il percorso di individuare quei particolari da ritoccare come viene fatto mentre si dipinge un quadro quando più del giudizio intervengono tutti i sensi, la logica e la ragione per il raggiungimento di un risultato non solo appagante per gli occhi ma anche per l'anima.

Valentina

Si chiude un nuovo anno di Pratica a Shinnyo-ji, avviato a suo tempo dal Maestro alla luce del tema ‘Disciplina’.

L’impermanenza e l’accelerazione generale degli eventi planetari in questo 2012 non hanno mancato di mescolarsi allo splendore che ci circonda ed altrettanto ci costituisce intimamente, lasciandoci spesso la sensazione di opprimere, macchiare, minacciare od addirittura spezzare qualcosa all’interno di ciascuno di Noi; in quel pezzettino del “Noi” diffuso ed indistinto che siamo soliti e percepire e chiamare “Io”.

In occasione delle condivisioni nel Sangha, abbiamo troppo spesso constatato di sperimentare lutto, affanno, fatica, malattia, dolore, o quantomeno perplessità e preoccupazione; nondimeno siamo riusciti a trasformarci ed interagire col nostro quotidiano proprio con l’aiuto di quanta disciplina ognuno di noi ha saputo sviluppare al Tempio, così come nella vita privata.

Per quanto mi concerne, a dispetto delle ricorrenti cadute nei tranelli delle tendenze naturali, posso osservare che gli sforzi fatti per disciplinarmi stanno producendo alcuni cambiamenti sottili.

La Disciplina è uno strumento di uso non spontaneo, oneroso, faticoso, che tende ad aver difficilmente presa su tutti i tratti costitutivi del mio essere.

La sento profondamente connessa alla Pazienza.

Per cercare di corteggiarla ho scelto di attribuirle diverse maschere per riuscire a praticarla nei territori delle mie abituali difficoltà.

La Disciplina del Sedersi e praticare Zazen, è stata assidua al Tempio, ma meno in casa, dove viene minata sistematicamente dai ritmi del lavoro, dalle impreviste richieste di aiuto sanitario da parte dei miei Pazienti, e dalla carenza perenne di sonno che mi infliggo, la quale a volte mi precipita dallo Zazen alla trance meditativa.

Ho cercato, di emendare queste irregolarità integrandole con lo zelo e la disponibilità consapevole nell'esercizio del mio lavoro di medico, conducendolo con un atteggiamento interiore meditativo e di costante dono delle mie migliori energie.

La Disciplina del Silenzio ho cercato di applicarla con attenzione dovunque, riuscendo però ad svilupparla più al Tempio che nell’ ambito della mia vita privata.

È stato molto interessante applicarla ed osservarmi imparzialmente, ogni volta che sentivo di ricevere rimproveri che potevano apparire ai miei occhi inadeguati, ingiusti, o non attribuibili ad azioni delle quali mi ritenessi il vero responsabile. Il Silenzio è divenuto un amico più assiduo e chiarificante.

La Disciplina dell Agire nonostante paura fatica, dubbi o giudizi soggettivi, ha dato i suoi frutti regolari tutte le volte in cui mi sono sentito incapace di proseguire o sostenere oltre certe situazioni o carichi fisici, morali, affettivi, o di responsabilità: ho cercato di fare anziché di subire.

La forza progressivamente chiarificante e liberatoria dell’Azione si è manifestata soprattutto dove mi trovavo confuso od insicuro.

L’Agire ha scoperto un complice nel Respirare, entrambi antidoti al veleno inibitore costituito dal troppo pensare. Azione è Movimento: libera anche se non e connesso specificamente al problema in atto: spesso mi è bastato camminare e faticare, fare Samu od una sana passeggiata per boschi, oppure arrampicare una bella parete in montagna, azione anch’essa decisamente meditativa.

Il Maestro Shinnyo Roshi con i praticanti durante il Kinhin sotto le stelle

L'assenza del Maestro durante il suo soggiorno estivo in Giappone, con i massicci lavori di riordino seguiti alla ristrutturazione della foresteria del Tempio, sono stati, nel torrido agosto fiorentino, un ottimo esercizio per ripulire la mente dalla fatica, dall' inerzia e dai pensieri. Altrettanto è stato per la cura del giardino e delle piante, sofferenti per la siccità la polvere e l’abbandono.

È stata una meditazione sottile ed energizzante che, iniziata quasi inconsapevolmente, ha attivato sottili e spontanee connessioni col Maestro, con Tempio e con la Pratica stessa, rendendomela più facile ed intima, e ripulendola da ansietà ed insicurezza.

La Disciplina della Forma, nella Pratica degli antichi Rituali al Tempio, “Odi et Amo” ostile a molti, è sempre stata tanto attraente quanto ansiogena per i tratti ossessivi del mio carattere.

Ho cercato di praticarla costantemente a dispetto dell'ansia e severità di giudizio che poteva scaturire ad ogni errore o difficoltà da me incontrato o prodotto nel suo fluire, finché, recentemente, essa sta diventando sempre più amica dei miei passi e del mio radicamento.

Come viene spesso sottolineato dal Maestro, l esercizio Formale del Rituale è il dono di uno strumento di continua verifica sulla propria condizione interiore. Mi rivela quanto presente io sia a me stesso ed al contesto in cui mi trovo, al di là di come mi paia di sentirmi: infallibilmente denuncia le paure, la fragilità, le reticenze e l'ansia anticipatoria che mi rapisce fuori dalla percezione del momento e di me stesso.

La Forma è Meditazione e, come quest’ultima viaggia a braccetto con la Fiducia, con l’Abbandono, l’Accettazione e l'Astensione giudizio. Mi rende meno mentale, più corporeo, e sberleffa la tendenza a cristallizzarmi in ciò che ho ritenuto raggiunto e consolidato, e la mia scarsa elasticità e prontezza a fronte degli imprevisti e del “nuovo” quando talora irrompe.

Una cattiva Forma espressa, così come una cattiva meditazione condotta, le sento preziose quanto e forse più di una presenza al Tempio perfetta ma rigida. Recentemente tento di accogliere gli errori nella pratica del Rituale, per osservare ed accettare in modo più consapevole, cosa e come io sia in quel particolare momento, e come io tenda a reiterare certi miei errori.

Sotto la maggior amichevolezza tra me e la Forma, sta dilagando, sottilmente, un maggior livello di attenzione alle necessità e nella cura dei Praticanti, degli oggetti e delle routines di custodia del Tempio, del Maestro e della mia Pratica stessa.

In sintesi un legame più sottile, solido e spontaneo, ed al contempo anche meno ansioso e gravoso.

Per ultima vorrei nominare la Disciplina del Vivere e dell’Amare nella vita privata.

Recentemente ho cercato al meglio di praticarla consapevolmente sia dove la sento più facile intuitiva ed ineludibile, come nella relazione con mio Figlio con le sue complessità karmiche, sia dove per me è più complesso e facoltativo praticarla: intendo dire nella relazione di coppia tra uomo e donna, con la mia compagna.

Sento di volerne parlare in quanto, talora, nel dialogo con il Maestro, ho convenuto con Lei su quanto sia fondamentale, per potersi sedere coerentemente in Zazen e cercare di servire una Via spirituale, cercare di vivere la Vita intensamente nel sottile intessersi di tutte le sue sfumature costitutive.

Per la mia esperienza, condurre anche con la mia Partner di vita una Pratica scelta consapevolmente, ha permesso che io mi potessi curare di tutti i piani della mia esistenza attuale in modo interlacciato con la pratica al Tempio, così che questa si radicasse in un terreno coltivato in ogni sua parte e con tutti gli strumenti ricevuti in dono dall’Universo. Vivo questo con gratitudine, sia per ciò che mi giunge facile ed intuitivo, come anche per ciò che a volte arriva a costituire un difficile rompicapo od una fonte di dolore, attrito o momentaneo conflitto.

Un percorso fatto di luci, ombre e proiezioni reciproche: uno specchio ed un’occasione, fonte di forza e nitidezza ma anche di scioglimento.

Sento questo come un complemento e come una rifrazione ulteriore dei piccoli passi insicuri che accenno a compiere lungo la Via di riunificazione sotto la sorveglianza del mio Maestro; una via nella quale la realizzazione dello spirito passa attraverso il corpo ed anche tramite la consapevolezza di questo scaturisce l'andarne oltre.

Grazie alla Via, al Maestro, al Sangha ed alla Vita nella sua Unità.

Dai shin

Haiku

Selezione di Haiku per la Notte di Rohatsu

Matsuo Bashō 1644-1683

Metterò l’erba dell’oblio
nel riso bollito?
Fine dell’anno.

wasuregusa
nameshi ni tsuman
toshi no kure

わすれ草
菜飯につまん
年の暮

Matsuo Bashō 1644-1683

“Viaggiatore” voglio essere chiamato,
ora che cade
il primo scroscio della stagione.

tabibito to
waga na yobaren
hatsushigure

旅人と
我が名呼ばれん
初時雨

Matsuo Bashō 1644-1683

Mi sono ammalato in viaggio.
I miei sogni vagano
per i campi spogli.

tabi ni yande
yume wa kareno wo
kakemeguru

旅に病んで
夢は枯れ野を
駆け巡る

Yosa Buson 1716-1783

Nella sera che è rapida a svanire
risplendono le stelle.
Campi spogli.

kuremadaki
hoshi no kagayaku
kareno kana

暮れまだき
星の輝く
枯れ野かな

Senryū 1757-1796

La distribuzione dei ricordi.
Nonostante i singhiozzi
non è fatta a caso.

nakinaki mo
uka to wa kurenu
katamiwake

泣き泣きも
うかとはくれぬ
形見分け

Naitō Jōsō 1662-1704

Dove una lieve pioggia
cola nel mare aperto
– è buio.

kuromi keri
oki no shigure no
yuku tokoro.

くろみけり
おきのしぐれの
ゆくところ

Kobayashi Issa 1763-1827

È proprio questa
la mia ultima dimora,
cinque piedi di neve?

kore ga mā
tsui no sumika ka
yuki goshaku

これがまあ
ついのすみかか
ゆきごしゃく

Meisetsu 1847-1926

Primo dell’anno:
nella stirpe imperiale,
il monte Fuji.

ganjitsu ya
ikkei no tenshi
fuji no yama

がんじつや
いっけいのてんし
ふじのやま

T. Kyoshi 1874-1959

Il sole si è posato
sui monti lontani.
Campi spogli.

tōyama ni
hi no ataritaru
kareno kana

とう山に
日のあたりたる
枯れ野かな

Iida Dakotsu 1885-1962

Neanche il suono dei passi
del monaco nomade.
La terra è gelata.

unsui no
ashi oto mo naku
tsuchi hatenu

雲水の
あしおともなく
土涷てぬ

Kobayashi Issa 1763-1827

Tutto bagnato di pioggia
soffre per gli esseri umani,
il Buddha.

hito no tame
shigurete owasu
hotoke kana

人のため
時雨ておはす
佛哉

T. Kyoshi 1874-1959

Se mi accarezzassi
il viso con le mani,
sentiresti il freddo del naso!

te de kao wo
nazureba hana no
tsumetasa yo

手で顔を
撫ずれば鼻の
泠たさよ

Natsume Sōseki 1867-1916

Monti d’autunno.
Com’è strano
vederli fino in cima!

tate ni mite
koto mezurashi ya
aki no yama

竪に見て
事珍しや
秋の山

O. Seisensui 1884-1976

Anche se spegnessi la lampada,
avrei tra le palpebre
lo splendore della luna.

tomoshi wo keshitemo
tsuki ga akarui
mabuta no naka

灯をけしても
月があかるい
まぶたのなか

Katō Shūson 1905-1993

Vette azzurre d’inverno,
nelle pupille di un coniglio
che si è svegliato.

fuyu ne aoku
memurisametaru
usagi no dō

冬嶺青く
ねむ眠りさめたる
兎の瞳

Murakami Kijō 1865-1938

I veri alberi
resistono al freddo spezzandosi.
Monaco magro.

shinki watte
samusa ni tau ya
yasebōshi

真木割って
寒さに堪ふや
痩法師

A. Ryūnosuke 1892-1927

Vento freddo d’inverno.
Il colore del mare
resta nelle sardine essiccate.

kogarashi ya
mezashi ni nokoru
umi no iro

木がらしや
目刺にのこる
海のいろ

Katō Shūson 1905-1993

Vetta di nuvole.
Nelle otto direzioni
non c’è più terra.

kumo no mine
happō muji
to wa narinu

雲の峰
八方無士
とはなりぬ

Matsuo Bashō 1644-1683

Mi sorprenderà la pioggia,
ora che non ho neppure il cappello di bambù?
Ma che importa…

kasa mo naki
ware wo shigururu ka
nanto nanto

かさもなき
われをしぐるるか
なんとなんと

Senryū 1757-1796

Fukurokuju.
Quando ci s’inchina
c’è da fare un passo indietro.

Fukurokuju
ojigi no toki wa
atojisari

福禄寿
お辞儀の時は
あとじさり

Masaoka Shiki 1867-1902

Quando le guance gelano,
il bimbo torna a casa
e la cena è pronta.

hoho kōte
ko no kaerikuru
yūge kana

頬凍て
子の帰り来る
夕餉哉

Kobayashi Issa 1763-1827

Lampi.
Ad ogni bagliore
il mondo si purifica.

inazuma ya
hitokire zutsu ni
yo ga naoru

稲妻や
一切れずつに
世が直る

K. Hekigodō 1873-1937

Colgo una mela.
Ho detto tutto,
ma devo ripeterlo.

ringo wo tsumami
iitsushitemo
kurikaesaneba naranu

林檎をつまみ
云ひつくしても
くりかえさねばならぬ

Murakami Kijō 1865-1938

Il vento forte
non riesce a respingere
i passeri dei campi.

ōkaze ni
fukimawasarenu
ina suzume

大風に
吹き廻されぬ
稲雀

Lettura

Buddha Shakyamuni

Estratto da “Lo Zen nell’arte dell’Illuminazione” di Keizan

Buddha Shakyamuni abbandonò il suo palazzo a diciannove anni e si rase la testa. Per sei anni seguì le pratiche ascetiche. In seguito sedette su un sedile indistruttibile così immobile che gli vennero le ragnatele tra le sopracciglia e un nido di uccello sopra la testa e tra la sua stuoia crescevano le canne.

Sedette così per sei anni.

Nel suo trentesimo anno, l’ottavo giorno del dodicesimo mese, fu improvvisamente Illuminato all’apparire della stella del mattino. Disse: “Io e tutti gli esseri della terra otteniamo insieme l’Illuminazione nello stesso momento”.

In seguito passò quarantanove anni ad insegnare per aiutare gli altri, senza mai stare in solitudine. Con un solo abito e una sola ciotola, non mancava di nulla. Insegnò a più di trecentosessanta assemblee, infine consegnò il Tesoro dell’occhio della Verità a Kasyapa e questa Trasmissione continua fino ad oggi. Questa è la radice della Trasmissione e della Pratica del Vero Insegnamento in India, Cina, e Giappone.

Il comportamento che Buddha Shakyamuni tenne durante la vita è un modello per i discepoli che gli succedettero. Da quando fu nel mondo coloro che hanno cercato la Via del suo Insegnamento hanno imitato la forma e il comportamento del Buddha e in ogni loro azione hanno sempre ritenuto preminente il compito dell’auto-comprensione. Essendo stato Trasmesso da Buddha a Buddha, da adepto ad adepto, il vero Insegnamento non è mai stato reciso.

Benchè il Buddha non indicasse e non spiegasse sempre la stessa cosa in più di trecentosessanta incontri durante i quarantanove anni le varie storie, parabole, metafore e spiegazioni non andarono oltre il principio illustrato nella storia della sua Illuminazione.

Ciò significa che io non è Buddha Shakyamuni, anche se Buddha Shakyamuni proviene da questo io.

Non solo esso dà nascita a Buddha Shakyamuni, ma tutti gli esseri della terra ne derivano. Così come sollevando una rete tutte le maglie vengono sollevate, quando Buddha Shakyamuni fu Illuminato furono Illuminati tutti gli esseri della terra e anche tutti i Buddha del passato, del presente e del futuro.

Essendo così, qual’é il principio dell’Illuminazione? Vi domando: il Buddha è Illuminato assieme a voi? Voi siete Illuminati assieme a Buddha? Se dite di essere diventati Illuminati assieme al Buddha o che il Buddha è diventato Illuminato assieme a voi, non è l’Illuminazione del Buddha. Perciò non chiamatela il principio dell’Illuminazione.

Inoltre, io e assieme non sono uno né due. La vostra pelle, carne, ossa e midollo sono questo assieme, e l’ospite della casa è questo io. Esso non ha pelle, carne, ossa, o midollo; non ha elementi fisici grossolani né elementi mentali. Quindi non considerate gli esseri della terra distinti da voi.

Le stagioni vengono e vanno; montagne, fiumi e regioni cambiano nei vari momenti: sappiate che si tratta del Buddha che solleva il sopracciglio e batte le palpebre. Si tratta dell’unico corpo che si manifesta in miriadi di forme. Perciò, studiandola da ogni angolazione e penetrandola in tutti i modi chiarite l’Illuminazione del Buddha e comprendete la vostra Illuminazione.

Un ramo si protende dal vecchio albicocco.

Allo stesso tempo nascono le spine.

LA POESIA

Una poesia di Rabindranath Tagore, noto anche con il nome di Gurudev, nato a Calcutta il 6 maggio 1861 e morto a Santi Niketan, Bolpur, il 7 agosto 1941.

Non giudicare

Tratto dalla raccolta “Canti e poesie”

Non giudicare.
Dove tu vivi è soltanto un piccolo angolo di questa terra.
Per quanto giungano lontani i tuoi occhi,
essi racchiudono poco;
al poco che odi
aggiungi la tua voce.
Con cura tu conservi da parte
bene e male, nero e bianco.
Invano tu tracci una linea per segnare il limite.
Che importa se alcuni uomini sono buoni ed altri non lo sono?
Sono tutti viaggiatori nella medesima strada.
Non giudicare.
Aihmè il tempo vola via,
e ogni parola è vana.

TESTIMONIANZE

Portare lo Zen a casa

Prima di partire per casa mia in America, ero un po’ preoccupata che avrei lasciato la mia pratica Zen in Italia. E’ stata la prima volta che mi distanzio dal Tempio da quando ho iniziato a praticare con più continuità e serietà. Avevo paura che la mia pratica fosse solo “made in Italy” e che l’avrei lasciata a Firenze. Alla fine, questi 15 giorni a casa mi hanno confermato che la mia pratica non è un abito che mi metto addosso, ma invece, fa parte di me stessa. Ho sentito le mie “trasformazioni” grazie allo Zen mentre parlavo con la mia famiglia, in particolare con mia mamma: mi ha aiutato a riconoscere il suo cuore aperto, nonostante le differenze tra noi.

Ammetto che in certe mattine è stato difficile sedermi in zazen, non avevo il solito posto dove metto lo zafu che il Maestro mi ha dato in prestito, mi arrangiavo con un cuscino da letto piagato in due.. in più, il profumino della deliziosa colazione americana mi tentava di terminare la meditazione con qualche minuto in anticipo.

Ma credo che queste piccole difficoltà si leniranno con più pratica lontana dal Tempio. Sono contenta di avere fatto questo prova/conferma della mia pratica. Per sfortuna, per motivi della mia cittadinanza e le leggi sull’immigrazione in questo paese, almeno in questo periodo, non ho la possibilità di vivere e lavorare in regola e mi conviene tornare a casa in America. La mia pratica, sostegno del Maestro e del Sangha, e servizio al Tempio continueranno nonostante la mia distanza fisica e accoglierò qualsiasi opportunità di tornare a Shinnyo-ji o visitare Daijo-ji a Kanazawa. Sarete tutti con me, per il bene di tutti gli esseri. Gasshō

Ten-shin

Non hai idea

Non hai idea di quanto sia stato difficile

trovare un dono da portarti.

Nulla sembrava la cosa giusta.

Che senso ha portare oro ad una miniera d'oro,

oppure acqua all'oceano.

Ogni cosa che trovavo,

era come portare spezie in Oriente.

Non ti posso donare il mio cuore e la mia anima,

perché sono già Tue.

Così, ti ho portato uno specchio.

Guardati e ricordami.

Gialal ad-Din Rumi

Lo specchio, nella semplicità dell'archetipo che contiene, ad un tempo concretezza di vita e simbolo di chiarezza, consiste nella duplice accezione dell'aspetto-specchio qui compresa; ovvero una è lo specchio come mudra dello specchio del Buddha: mostrare la realtà limpida, così com'è, realtà e finzione parificate superate e trascese, perfetta identità tra realtà oggettiva e realtà soggettiva, ovvero aderenza perfetta e totale tra la realtà come l'io la vede e realtà come essa è veramente, cioè realtà universale. Non solo, ma specchio come verità-coscienza su cui lavorare continuamente affinché la stanchezza l'inerzia ed il peso del mondo (la polvere) cnon vi si depositino, in altri termini strumento ed occasione per esercitare i propri sforzi nella dimensione se stessi-mondo.

Gasshō

Gregorio G.

Il Maestro Shinnyo Roshi con i Praticanti durante la Sesshin del 9-11 novembre

Aprirsi

Nella pratica, come nella vita, ci sono momenti in cui è difficile avanzare, ci sono dei gradoni alti e le nostre gambe sono diventate cosi pesanti... La mente si perde in vicoli ciechi e intorno c'è nebbia e oscurità. Come siamo finiti in questo luogo? Eppure prima sembrava tutto diverso e leggero. Rimaniamo interdetti con il fango fino alle ginocchia o magari fino alle anche.

La paura ci fa chiudere in noi stessi e la mente si contrae e si rifugia nella stanza del dolore. Rimugina e continua a sbattere alle pareti. Da una all'altra, su giù, avanti e indietro, senza requie. Non c'è pace, né via d'uscita.

Eppure basta un attimo, quella scheggia di luce che penetra, quel battito d'ali che apre il cuore e la finestra si spalanca all'improvviso: la luce, il sole ci inonda e ci sentiamo vivi e fiduciosi. Basta mollare, lasciar cadere e aprire gli occhi: c'è tutto un mondo intorno (come cantavano i Matia Bazar).

Il Maestro ce lo ripete sempre: “Non chiudetevi in voi stessi, nel vostro bozzolo di dolore, aprite il cuore!”. A volte sembra così difficile, quasi impossibile. Eppure l'altra notte è successo proprio così: mi rigiravo in una serie di pensieri negativi e di scontentezze e poi ad un certo punto ho mollato per un attimo, si è creata un piccola apertura e lo sguardo ha cominciato ad allargarsi. Ho visto che ero proprio in un bozzoletto, tutta striminzita dentro. Ho guardato fuori, c'era davvero tanto spazio: una vastità, tanta luce e tanta bellezza.

Ben-shin

All'alba, durante il Rohatsu, tra il sonno e la veglia,

alzo gli occhi sulla porta di fronte a cui sono seduta.

Vedo uno specchio senza la mia figura. Riflette solo luce su un fondo bianco:

come il pavimento della cucina in cui sono cresciuta, in un giorno di sole.

Come lo spazio vuoto e sacro nello Zendo attorno a cui cammino durante il kinhin.

Senza averlo chiesto, e senza volerlo, quest'anno di frequentazione del Tempio ha accompagnato i numerosi cambiamenti che sono avvenuti nella mia vita. In alcuni casi gli eventi sono stati brevi ma fulminei in altri, come tra giugno e luglio scorso, si sono succeduti con un ritmo sostenuto fino a farmi abbassare le braccia con la rassegnazione di chi non può sottrarsi ad una prova o ad una sfida e deve andare avanti. Ci sono stati lutti per persone che se ne sono andate, un dolore profondo davanti ad un suicidio improvviso, un incidente d'auto da cui sono uscita illesa ma durante il quale, mentre i vetri dell'autovettura andavano in pezzi, la portiera entrava nel sedile all'altezza dell'anca e io venivo sbalzata nell'abitacolo, ho avuto un motto di rabbia: non ora e non così!

La necessità di riallinearmi, ossia di stare nelle presente, è forte e pressante.

Sono venuta al Tempio per rimettere mano in una esperienza, di pratica e di vita, molto preziosa, e altrettanto dolorosa del mio passato recente. In quel periodo ho avuto l'impressione di aver “quadrato il cerchio”. Successivamente tutto si è spaginato.

Mi ci è voluta una pausa.

E la necessità di lasciare andare.

Ringrazio il Maestro per aver accettato la mia richiesta.

Lucia

Nel frastuono
di una stanza cieca
ho imparato a sedere
in silenzio.

Ora, molto tempo dopo,
ho incontrato la comunità
del Tempio ed il Maestro.
Sedere con voi è una gioia
ed un onore.

Gasshō

Marco V

LO ZEN DI BODHIDHARMA
Capitolo IV

– Se qualcuno è determinato a raggiungere l’Illuminazione, qual è il metodo più essenziale che possa praticare?

Il metodo più essenziale, che include tutti gli altri, è l’osservare la mente.

– Ma come può un solo metodo includere tutti gli altri?

La mente è la radice dalla quale tutte le cose si sviluppano. Se riesci a comprendere la mente, tutto il resto è incluso. È come la radice di un albero. Tutti i frutti e i fiori dell’albero, rami e foglie dipendono dalla sua radice. Se nutri la sua radice, un albero si sviluppa. Se recidi la sua radice, muore. Quelli che comprendono la mente raggiungono l’Illuminazione con uno sforzo minimo. Quelli che non comprendono la mente praticano invano. Ogni cosa buona o cattiva proviene dalla tua propria mente. Trovare qualcosa al di là della mente è impossibile.

– Ma come può l’osservazione della mente essere detta comprensione?

Quando un grande Bodhisattva ricerca profondamente nella saggezza suprema (76), realizza che i quattro elementi e le cinque ombre sono privi di un sé personale. E realizza che l’attività della sua mente ha due aspetti: puro e impuro (77).

Per la loro stessa natura, questi due stati mentali sono sempre presenti. Si alternano quali causa o effetto a seconda delle condizioni, la mente pura provando gioia per le buone azioni, la mente impura pensando al male. Trascendono la sofferenza e sperimentano la beatitudine del Nirvana. Tutti gli altri, intrappolati dalla mente impura e aggrovigliati nel loro karma, sono mortali. Vagano alla deriva nei tre reami e soffrono innumerevoli afflizioni, e tutto perché la loro mente impura oscura il loro vero sé.

Il Sutra dei Dieci Stati recita: “Nel corpo dei mortali è presente l’indistruttibile Natura di Buddha. Come il sole, la sua luce riempie lo spazio infinito. Ma una volta velata dalle oscure nubi delle cinque ombre, è come una luce dentro una giara, invisibile alla vista.” E il Sutra del Nirvana (78) recita: “Tutti i mortali hanno Natura di Buddha. Ma è velata dall’oscurità a cui non possono sfuggire. La nostra Natura di Buddha è consapevolezza: essere consapevoli e rendere consapevoli gli altri. Realizzare la consapevolezza è liberazione.” Ogni cosa buona ha la consapevolezza come sua radice. E da questa radice di consapevolezza cresce l’albero di tutte le virtù e il frutto del Nirvana. Osservare così la mente è comprensione.

– Dici che la nostra vera natura di Buddha e tutte le virtù hanno la consapevolezza come loro radice. Ma qual è la radice dell’ignoranza?

La mente ignorante, con le sue infinite afflizioni, passioni, e malvagità, è radicata nei tre veleni: avidità, collera e illusione. Questi tre stati avvelenati della mente includono innumerevoli malvagità, come alberi che hanno una sola radice, ma innumerevoli rami e foglie. In realtà ogni veleno produce talmente tanti milioni di malvagità che l’esempio dell’albero è a stento un paragone adeguato.

I tre veleni sono presenti nei nostri sei organi di senso (79) come sei tipi di coscienze (80), o ladri. Sono chiamati ladri perché entrando e escono dalle porte dei sensi, bramano il possesso senza limiti, si impegnano nel male, e mascherano la loro vera identità. E poiché i mortali sono indotti in errore nel corpo e nella mente da questi veleni o ladri, si perdono in vita e morte, vagano attraverso i sei stati dell’esistenza (81), e soffrono innumerevoli afflizioni. Queste afflizioni sono come fiumi che lungo mille miglia si ingrossano a causa dell’afflusso costante di piccole fonti. Ma se qualcuno interrompe la loro sorgente, i fiumi si seccano. E se qualcuno che cerca la liberazione può trasformare i tre veleni nelle tre serie di Precetti e i sei ladri nelle sei Paramita, egli si ibera dell’afflizione una volta per tutte.

Note
(76) Saggezza suprema. È una parafrasi del verso di apertura del Sutra del Cuore, dove il Bodhisattva è Avalokitesvara e dove la perfetta saggezza, o Prajna Paramita, è non saggezza, perché la saggezza è “andata, andata al di là, completamente andata al di là” delle categorie di spazio e tempo, essere e non essere.
(77) Puro e impuro. Per un esteso discorso su questi si veda ‘Il risveglio della fede nel Mahayana’ di Ashvaghosa, dove puro e impuro sono chiamati illuminazione e non-illuminazione.
(78) Sutra dei Dieci Stati … Sutra del Nirvana. Quando le traduzioni di questi due Sutra comparvero per la prima volta agli inizi del quinto secolo, ebbero un profondo effetto sullo sviluppo del Buddhismo in Cina. Tra i loro insegnamenti vi sono l’universalità della Natura di Buddha e l’eterna, gioiosa, personale, e pura Natura del Nirvana. Da allora, la dottrina della vacuità insegnata dal Sutra della Prajna Paramita ha dominato il Buddhismo Cinese. Il Sutra dei Dieci Stati, che dettaglia gli stati attraverso cui un Bodhisattva passa nel suo percorso verso la Buddhità, è una versione di un capitolo con lo stesso titolo nell’Avatamsaka Sutra.
(79) Sei organi di senso. Occhi, orecchie, naso, lingua, pelle, e mente.
(80) Sei tipi di coscienza. I tipi di coscienza associate con vista, udito, olfatto, gusto, tatto, e pensiero. Il Lankavatara divide il pensiero in comprensione, discriminazione e memoria (del Tathagata) per un totale di otto forme di coscienza.
(81) Sei stati di esistenza. I tipi fondamentali dell’esistenza attraverso cui gli esseri si muovono, pensiero dopo pensiero o vita dopo vita, finché non ottengono l’illuminazione e sfuggono alla ruota della sofferenza. La sofferenza in questa ruota è relativa. Gli dei del paradiso conducono per lo più vite beate, mentre chi soffre all’inferno va da pena in pena. Demoni e umani sperimentano più sofferenza che gli dei ma meno degli spiriti affamati e delle bestie.

Traduzione dall’Inglese a cura di Yō-shin

Il Prof. Aldo Tollini a Shinnyo-ji

24 settembre 2012

Dopo l’uscita del libro “Lo Zen”, il Prof. Aldo Tollini dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, a Firenze per questioni di lavoro, è stato ospite di Shinnyo-ji e si è unito al Sangha nello Zazen del lunedì sera e del martedì mattina. Dopo la Pratica del lunedì sera, introdotto dal nostro Maestro Shinnyo Roshi, ha parlato delle motivazioni che lo hanno sostenuto nella realizzazione della sua opera, commentando poi il testo. È seguita una cena conviviale nella Foresteria del Tempio, preparata ed offerta dai praticanti.

Statue di Buddha dello scultore Enkū (1632- 1695)

Articolo del Prof. Yukihiro Nomura, docente di Storia dell’Arte all’Università di Gifu, pubblicato sul quotidiano nazionale “Asahi Shinbun” il 24 marzo 2012.

“Qual è il significato artistico delle statue di Enkū?”

Enkū, monaco buddhista nella Scuola Hōsōshu e Tendaishu, scolpì migliaia di statue del Buddha in tutto il Giappone, nel periodo Edo. Da quando circa 50 anni fa il professor Tsuchiya dell’Università di Gifu ha riscoperto il valore artistico delle statue di Buddha di Enkū, un gruppo di ricercatori hanno iniziato un’attività intensa di studio sulla sua produzione artistica. Non solo gli storici locali, ma tanti studiosi di altri settori come Storia delle Religioni, Antropologia, Arte e vari artisti cercano oggi di approfondire la riscoperta della sua opera.

Anche la Prefettura di Gifu ha istituito il "Premio Enkū" per mantenere vivo il suo ricordo e diffondere la sua conoscenza e nel Museo comunale di Nagoya recentemente è stata allestita una mostra delle sue opere, che ha avuto un largo successo. Così la sua popolarità non diminuisce.

Statua di Enkū:
“Buddha di corteccia di legno”
© foto Hideo Goto ( "L'arte selvatica, Enkū, catalogo della mostra", Asahi Shinbun 1980)
円空「木端仏」(撮影・後藤英夫、『野生の芸術 円空展』朝日新聞社)

Finora la ricerca su Enkū è stata portata avanti maggiormente sulla sua relazione con il Buddhismo e sulla sua pratica di monaco eremita, ma adesso vorrei presentarlo qui dal punto di vista storico dell’Arte Internazionale e di come possiamo valutare le sue opere di scultura. È stato detto spesso che le statue di Enkū assomigliano molto alle sculture moderne contemporanee europee. Possiamo dire che il ritrovamento del valore delle sue opere dipende dall’insorgere in Giappone dell’interesse per le opere europee contemporanee.

Statua di Picasso:
“Piccole statue fini e lunghe” 1931
(H.Read, "A Concise History of Modern Sculpture", London 1985)
(H.リード『近代彫刻史』言叢社)

Facciamo adesso il paragone tra le sue opere e quelle di artisti dell’avanguardia di oggi. Per esempio se mettiamo le opere di Picasso a confronto di quelle di Enkū notiamo che entrambe, pur avendo una forma infantile “naive”, hanno un segno caratteristico di semplicità molto forte, che non si era mai vista nell’espressione realistica in altre opere.

È sorprendente constatare che le opere di Enkū siano state realizzate più di 200 anni prima di quelle dell’Avanguardia e di Picasso. E non soltanto questo, le sue opere presentano somiglianza anche con quelle di altri scultori come l’italiano Medardo Rosso (1858-1928), il rumeno Constantin Brancusi (1876-1957) e lo svizzero Alberto Giacometti (1901-1966), pionieri della scultura moderna. Sicuramente questi artisti europei non erano a conoscenza delle opere di Enkū. Allora perché le sculture moderne europee assomigliano a quelle di Enkū?

Sotto il profilo storico la scultura giapponese delle statue di Buddha sorge nel Periodo Asuka (538-710) e si evolve con espressioni di forma sempre più ricche fino al Periodo Kamakura (1185-1333), epoca dei Samurai, per poi andare incontro ad un periodo di decadenza. Enkū, vivendo proprio in quel periodo di assenza di una tradizione, e non avendo seguito una formazione artistica, poteva esprimersi in modo totalmente personale e caratteristico.

Invece in Europa la ricerca dell’espressione realistica che era iniziata nel Periodo Rinascimentale finisce nel XIX secolo, con l’arte di François-Auguste-René Rodin 1840 – 1917) scultore e pittore francese. Successivamente l’arte europea si volta verso l’arte astratta, folcloristica, dei bambini e degli handicappati, e di artisti che non hanno seguito una formazione accademica. In effetti l’evoluzione della Storia dell’Arte in Giappone e in Europa sono molto simili.

La rivalutazione dell’arte di Enkū, riscoperta solo da 50 anni, secondo me è iniziata molto in ritardo, perché inserendo Enkū nella Storia dell’Arte Internazionale dobbiamo sottolineare che questo scultore ha realizzato un’espressione innovativa di post-realismo molto prima degli artisti europei. Frans Krajcberg (1921), lo scultore polacco che ha vinto l’ultima edizione del Premio Enkū detto: “Amo le statue di Enkū, ma purtroppo le sue opere non sono ancora molto conosciute nel mondo”.

Dunque c’è ancora tanto bisogno di diffondere all’estero la presentazione e gli studi dell’opera di Enkū.

Ringraziamo Fabio Dai shin Lisa Ten shin Beatrice Ben shin per le foto donate Eva Yō shin per la redazione del Notiziario.

Vi aspettiamo al prossimo numero di EkiZen.

Gasshō

Calendario degli incontri di Pratica Zen presso il Tempio Sōtō Zen Shinnyo-ji di Firenze:

Zazen – tre incontri alla settimana ogni lunedì sera dalle 20.00 alle 22.00, ogni martedì mattina dalle 6.30 alle 7.30, ogni venerdì sera dalle 20.00 alle 21.30.
Zazenkai – una domenica al mese dalle 9.00 alle 18.00.
Sesshin – un fine settimana al mese da venerdì alle ore 20.00 a domenica alle ore 14.00.

Il programma dei ritiri di Pratica è visionabile sul nostro sito.

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