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EkiZen - Notiziario del Sangha di Shinnyoji

Estate 2014 - n. 19 anno V

Buddha Shakyamuni sull’altare di Shinnyoji

Sōtōshu

Il nostro Maestro Rev. Shinnyo Roshi si è recata in Francia, presso il Tempio Zen “La Gendronnière”, per partecipare all’Assemblea Generale Sokanbu Europa e all’anteprima delle celebrazioni per il 650° Anniversario di Gasan Jōseki Zenji, II° Abate di Sojiji.

Cerimonia Preliminare Commemorativa 650° Anniversario della morte di Gasan Jōseki Zenji, Secondo Abate del Tempio Sōjiji

17 maggio 2014, Tempio La Gendronniere, Francia

Cerimonia preliminare

Sono profondamente commosso e riconoscente che la Cerimonia Preliminare Commemorativa del 650° Anniversario della morte di Gasan Jōseki Zenji, Secondo Abate del Gran Tempio principale Sōjiji sia oggi qui solennemente celebrata con successo, con i vostri cuori riconoscenti per la Sua benedizione.
Gli Insegnamenti del Buddha, dall'India, passando per la Cina, fino al Giappone, attraverso Kōsō Dōgen Zenji, con l'intermediazione di Kōun Zenji e Tettsu Zenji, sono stati accuratamente e meticolosamente trasmessi a Taisō Keizan Zenji, che ha aperto il Gran Tempio principale Sōjiji.
Il Secondo Abate di Sōjiji, Gasan Zenji, ricevette il vero Dharma da Taisō Keizan Zenji e si impegnò come Abate di Sōjiji per 42 anni, stabilendo una solida base per il Tempio, grazie ai suoi sforzi per consolidarlo e per la sua conduzione.
Vorrei cominciare a parlare delle cerimonie per i due Venerabili del Gran Tempio principale
Sōjiji.

Grande Cerimonia Commemorativa

La 650a Cerimonia Commemorativa del Secondo Abate, Gasan Zenji, e la 700a Cerimonia Commemorativa di Kōsō Keizan Zenji, sono delle cerimonie celebrate in commemorazione delle realizzazioni dei nostri Patriarchi defunti, da numerosissimi anni dopo la loro morte.
Queste cerimonie si svolgono abitualmente ogni 50 anni, dopo le cerimonie commemorative iniziali, del primo cinquantenario. Nel Buddhismo Zen Sōtō si parla delle cerimonie commemorative dei Fondatori e dei Secondi Abati dei due Grandi Templi principali, Eiheiji e Sōjiji come delle “Grandi Cerimonie Commemorative”.

Le due Grandi Cerimonie Commemorative: imparare dai Due Venerabili

Nel Gran Tempio principale di Sōjiji, noi chiamiamo rispettosamente Taisō Keizan Zenji e il Secondo Abate Gasan Zenji "i Due Venerabili" considerandoli come un “solo corpo da onorare”.
Noi celebreremo la Grande Cerimonia Commemorativa del 650° Anniversario del Secondo Abate Gasan Zenji nel 2015 e la Grande Cerimonia Commemorativa di Taisō Keizan Zenji nel 2024.
In un solo progetto, che si sviluppa in dieci anni, noi officeremo “La Grande Cerimonia per commemorare i Due Venerabili”, organizzando numerosi eventi centrati su Sōjō – (la Trasmissione) dei loro Insegnamenti.
Da quando hanno posato le fondamenta di Sōjiji, i Due Venerabili hanno sempre incontrato la gente e la società con sincerità, dedicandosi instancabilmente all’ulteriore sviluppo degli Insegnamenti del Buddhismo Zen Sōtō.
Ascolteremo profondamente il loro passo, facendo attenzione anche al passo del Sangha presente e futuro.

Nascita di Gasan Zenji

Commento adesso i passi di Gasan Zenji, a partire dalla sua nascita.
I genitori di Gasan Zenji, erano delle persone molto pie. Poiché da lungo tempo non avevano figli, sua madre rivolse una preghiera particolare al Bodhisattva Manjushri “che gli concedesse un figlio.”
Una notte sua madre vide il Bodhisattva Manjushri inghiottire una spada e rimase incinta.
Possiamo immaginare come i genitori furono raggianti, poiché attendevano con impazienza la nascita di un figlio. I mesi passarono e un grande e bel bambino, come un gioiello, nacque. Il bambino crebbe fino a diventare Gasan Zenji.
La storia della nascita di Gasan Zenji assomiglia molto a quella di Keizan Zenji, il fondatore di Sōjiji. Anche la madre di Keizan Zenji, che per lungo tempo non aveva avuto un figlio, rimase incinta dopo aver pregato il Bodhisattva Avalokiteshvara nel Tempio dedicato a Kannon nel suo villaggio.
Non conosciamo il nome di Gasan Zenji in gioventù, ma fu allevato amorevolmente dai suoi genitori pii. Gli piaceva giocare nelle belle montagne e nei limpidi ruscelli della sua terra natale e crebbe fino a diventare un vigoroso ed intelligente giovanotto. Il luogo di nascita di Gasan Zenji, è Uryu, l’attuale città di Tsubata, vicino al confine delle Prefetture di Ishikawa e Toyama. La gioventù di Gasan Zenji si svolse alla fine del periodo Kamakura in Giappone.
All’età di 11 anni, Gasan Zenji fu accompagnato dalla madre in un Tempio della Scuola Shingon o della Scuola Tendai, per divenire monaco novizio, poi all’età di 16 anni salì sul Monte Hiei per cominciare la sua formazione monastica formale.

L’incontro con Keizan Zenji

A proposito del suo incontro con Keizan Zenji, si racconta che dopo 6 anni di sforzi assidui di Pratica e di studio sul Monte Hiei, Gasan Zenji sentì parlare di un monaco Zen, notoriamente chiamato Keizan Zenji, che viveva a Kyoto. Fu interessato a conoscere che genere di monaco fosse Keizan Zenji al punto che decise di andarlo a incontrare. Gli pose la seguente domanda: “L’insegnamento Tendai che sto imparando, non è lo stesso insegnamento Zen di cui voi parlate?”
Senza rispondere, Keizan Zenji semplicemente sorrise. Senza comprendere il senso del sorriso di Keizan Zenji, Gasan Zenji ritornò al Monte Hiei e si dedicò con ancor con più fervore di prima ai suoi studi e alla sua Pratica. Nondimeno continuò a riflettere sul senso del sorriso di Keizan Zenji e ad esaminare la domanda sulla vera natura della Via del Buddha.
Così trascorse ancora due anni sul Monte Hiei, ma rimase insoddisfatto, incapace di rispondere alle domande che si poneva.
Infine decise di lasciare il Monte Hiei per andare al Tempio di Daijōji a Kaga, nell’attuale città di Kanazawa, nella Prefettura di Ishikawa.

La sua Pratica, Due Lune

Una volta arrivato a Daijōji, Gasan Zenji fu accolto calorosamente da Keizan Zenji.
Keizan Zenji gli disse: “Credo che diventerai una persona importante per lo sviluppo futuro del Buddhismo Zen Sōtō. Dunque, per favore, diventa un monaco della scuola Sōtō, te ne prego”.
Gasan Zenji, rispondendo a queste parole, passerà dalla Via Tendai a quella della Scuola Sōtō.
Così Gasan Zenji entrò in una Via di Pratica intensa e approfondì la sua Pratica della Via del Buddha.
L’aneddoto che segue si riferisce a quel periodo:
Keizan Zenji gli disse: “Sai che ci sono due lune?”
Gasan Zenji disse: “No, non lo so”
Keizan Zenji disse: “Se non sai che ci sono due lune, non puoi divenire il mio successore nello Zen”.
Riconoscendo l’immaturità della sua Pratica, praticò più intensamente di prima.
Due anni dopo, mentre Gasan Zenji in quel tempo ventiseienne, era seduto risolutamente in Zazen, come sua abitudine, Keizan Zenji si avvicinò a lui in silenzio e fece schioccare le sue dita vicino al suo orecchio.
In quel momento Gasan Zenji sì risvegliò.
Fu come risvegliarsi da un lungo sogno.
Non c’è il racconto di come prese coscienza delle due lune, ma ciò significava che una luna illumina l’intero mondo e che l’altra è dentro il nostro spirito, come il Buddha.
Keizan Zenji riconobbe il Risveglio di Gasan Zenji e fu sempre più convinto che sarebbe diventato il suo successore.
Anche dopo il suo Risveglio, Gasan Zenji continuò la sua Pratica fervente vicino a Keizan Zenji e, all’età di 31 anni, si incamminò per ampliare le sue riflessioni e le sue esperienze, viaggiando in molte province per addestrarsi.
Il pellegrinaggio di Gasan Zenji attraverso vari Paesi lo portò ad incontrare numerose persone.
Dopo due anni di viaggio ritornò a Daijōji.
In quel momento, Keizan Zenji conferì Daijōji a Meihō Sōtetsu Zenji e aprì Jōjuji, nella provincia di Kaga.
Aprì anche il Tempio Yokoji grazie alla donazione di un terreno a Sakai, nella provincia di Nōto, vicino all’attuale quartiere Sakai della città di Hakui.
In quel tempo Gasan Zenji si dedicò e aiutò Keizan Zenji nell’edificazione di Yokoji.

Apertura di Sōjiji

Dopo aver aperto Yokoji, Keizan Zenji lavorò attivamente per diffondere gli Insegnamenti della Scuola Zen Sōtō, concentrando i suoi sforzi nella provincia di Nōto.
Ben presto ottenne il Tempio Shogakuji della Scuola Shingon a Nōto, lo convertì in un Tempio della Scuola Zen Sōtō e lo ribattezzerà Sōjiji.
Tre anni dopo aver aperto Sōjiji, Keizan Zenji dette la responsabilità di Abate a Gasan Zenji e ritornò a Yokoji, dove morì l’anno seguente, all’età di 62 anni.

Fondazione di Sōjiji

Gasan Zenji ereditò Sōjiji all’età di quarantanove anni.
Benché l’Imperatore Godaigo avesse già accordato a Sōjiji la designazione imperiale di “Luogo di Pratica per la promozione della Scuola Zen Sōtō”, il Tempio non era ancora ben dotato a livello di costruzioni e di risorse finanziarie e ci si aspettava che Gasan Zenji utilizzasse le sue grandi capacità per diffondere gli Insegnamenti della Scuola Zen Sōtō in tutto il Paese. Sotto Gasan Zenji i differenti discepoli, provenienti da tutto il Paese e che saranno conosciuti come i Cinque Abati dei Venticinque Dignitari, si riunirono per Praticare a Sōjiji.
I Cinque Abati erano i discepoli Taigen Soshin, Tsugen Jakurei, Mutan Sokan, Daitetsu Sorei e Jippo Ryoshu, che fondarono rispettivamente Fuzo-in, Myoko-an, Tosen-an, Denpo-an e Nyoi-an.
L’insieme di tutti questi Templi fu chiamato i Goin (Cinque Templi) generati da Sōjiji e ciascun discepolo guidò Sōjiji a rotazione.
Gasan Zenji diffuse largamente gli Insegnamenti di Keizan Zenji, fornendo ai suoi discepoli il “Keizan Shingi” (Regole di purezza di Keizan) per diffondere gli Insegnamenti della Scuola Zen Sōtō in tutto il Paese.
Pur ricoprendo la carica d’Abate di Sōjiji, Gasan Zenji divenne anche Abate di Yokoji.
L’aneddoto di “Oltrepassare la vetta di Gasan” è datata in questo periodo.
Per officiare il servizio del mattino di Sōjiji e di Yokoji, Gasan Zenji celebrava il servizio a Yokoji a mezzanotte, poi percorreva una strada di montagna per 52 chilometri, per officiare a Sōjiji.
A Sōjiji i monaci recitavano lentamente il Daihishin Dharani aspettando che Gasan Zenji arrivasse. A quel punto riprendevano la loro recitazione alla velocità abituale.
Questo particolare metodo di recitazione, che è chiamato shindoku (letteralmente “la vera maniera di leggere”) è in uso ancora ai nostri giorni durante ogni servizio del mattino a Sōjiji.

Educazione e realizzazione dei discepoli

Come abbiamo detto, tra i discepoli di Gasan Zenji molti si distinsero particolarmente e vennero chiamati i Venticinque Dignitari.
Gasan Zenji stabilì che cinque di questi discepoli – i “Cinque Abati”, ciascun Abate di uno dei “Cinque Templi di Sōjiji” – ricoprissero a turno l’ufficio di Abate di Sōjiji.
Consultandosi sulle questioni importanti, i Cinque Abati operavano all’interno di una struttura conosciuta come il Sistema Ciclico dei Preti Residenti nella quale i discepoli, correlati, gestivano Sōjiji.
Dopo la morte di Gasan Zenji, questo sistema fu formalmente adottato da Taigen Soshin Zenji e continuò per 504 anni per terminare nel 1870.
Il Sistema Ciclico dei Preti Residenti giocò un ruolo importante nello sviluppo di Sōjiji e nella formazione della Città della Porta Anteriore, con il suo fermento ed i suoi commerci.

Il suo ingresso nel Nirvana

Con tutte queste differenti maniere Gasan Zenji contribuì attivamente al consolidamento delle fondamenta di Sōjiji. Seguendo gradualmente il corso naturale delle condizioni fisiche, morì in presenza dei suoi discepoli il 20 ottobre del quinto anno del periodo Teiji (1336) all’età di 91 anni.
Le sue ultime parole, sotto forma di poesia, furono: “Ho ricevuto la mia vita per novantuno anni e parto per l’altro mondo al calare della notte”.
Ha lasciato, tra le altre, opere come: Nuvole di montagna, Luna d’oceano, Le parole d’Ambrosia che annunciano il Dharma.

Sōjō

Consideriamo infine Sōjō, che significa “Trasmissione degli Insegnamenti di Buddha da Maestro a discepolo, una generazione dopo l’altra”.
Il Secondo Abate Gasan Zenji, ricevette esattamente gli Insegnamenti del Buddha da Taiso Keizan Zenji.
Fondò Sōjiji permettendo che il prezioso Insegnamento fosse trasmesso mutualmente a generazioni di Patriarchi, iniziando a partire dai Venticinque Dignitari.
Noi siamo discendenti nel Dharma, nel prolungamento vivente di questo Lignaggio, e dobbiamo mutuamente trasmettere questi preziosi Insegnamenti nel futuro.
I “grandi passi” non sono solamente quelli di Gasan Zenji e delle generazioni di Patriarchi, ma anche quelli del Sangha futuro, al quale dobbiamo trasmettere gli Insegnamenti.
Prendendo cura e istruendo attivamente e meticolosamente i Cinque Abati di Sōjiji, educando con finezza i numerosi discepoli nominati “Venticinque Dignitari”, il fondamento della Scuola Zen Sōtō fu stabilito ed il suo sviluppo fu possibile in tutto il Paese.
Poichè la Grande Cerimonia Commemorativa si avvicina, vogliamo promuovere largamente Sōjō.
I preziosi Insegnamenti di Shakyamuni Buddha sono stati mutualmente trasmessi attraverso generazioni di Patriarchi, i Due Patriarchi (Dōgen Zenji e Keizan Zenji) e Gasan Zenji, noi li riceviamo, vivifici, attraverso la vena di sangue del Dharma. Noi dobbiamo mutualmente trasmettere questi preziosi Insegnamenti nel futuro.
Facendo ciò, dobbiamo profondamente riflettere sul modo con cui abbiamo trasmesso gli Insegnamenti fino ad ora, riconoscendo le relazioni causali che ci hanno sostenuti in questa intrapresa e nelle circostanze difficili, dobbiamo esaminare come noi possiamo trasmetterli con tutto il nostro corpo e il nostro cuore nel futuro, anche se dobbiamo far fronte a delle paure crescenti di confusione sociale e d’insicurezza spirituale.
In quest’occasione della Cerimonia Preliminare Commemorativa, vorrei introdurre la Grande Cerimonia Commemorativa dell’anno prossimo e l’opportunità che essa ci fornisce di testimoniare la nostra riconoscenza per le virtù benefiche che ci sono state donate attraverso Gasan Zenji, per apprezzare profondamente la benedizione senza limiti della compassione legittimamente ereditata fino ad oggi senza interruzione, e per riflettere seriamente sulla nostra responsabilità nel trasmettere gli Insegnamenti nel futuro.
Sono ancora una volta colmo di gratitudine, dal profondo del mio cuore, per questa rispettosa celebrazione del Servizio Commemorativo per il 650° Anniversario di Gasan Zenji.

La Poesia

L’autore della poesia è Kahlil Gibran nato a Bisharri, una cittadina nel Libano settentrionale, il 6 gennaio 1883, luogo circondato dai famosi "Cedri del Libano". Si chiamava Gibran Kahlil Gibran e quando emigrò negli Stati Uniti a undici anni il nome gli fu abbreviato da un'insegnante inglese. Nei suoi scritti in inglese la sua firma sarà sempre Kahlil Gibran. Muore a New York il 10 Aprile 1931, secondo la sua volontà è sepolto in un antico monastero nel suo paese d'origine.

“Farò della mia anima uno scrigno per la tua anima”

tratta dal romanzo “Ali spezzate” The Broken Wings scritto in arabo nel 1912, l'unica opera in cui Gibran sperimentò la forma-romanzo. In visita a Beirut, impegnato a indagare il significato della natura e a ricercare rivelazioni nei libri e nelle scritture, l'amore lo coglie di sorpresa.

Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima,
del mio cuore una dimora
per la tua bellezza,
del mio petto un sepolcro
per le tue pene.

Ti amerò come le praterie amano la primavera,
e vivrò in te la vita di un fiore
sotto i raggi del sole.

Canterò il tuo nome come la valle
canta l’eco delle campane;
ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascolta
la storia delle onde.

Che dire?
L’Uno?
Il donarsi senza riserve, mushotoku ?
L’amore incondizionato ?
Il “semplicemente dare” ?
L’empatia con il Tutto, con l’intero Universo ?
La Vera Natura di Buddha manifesta in ogni fenomeno ?
Il significato profondo del Terzo Precetto “Futoninkai” “Onora il corpo: non abusare dell’Amore e del sesso” ?

Un profondo Gasshō.

Commento ad un passo dell’autobiografia di Avicenna

Questi mesi mi hanno visto impegnato nello studio del pensiero filosofico fiorito nell’area di influenza islamica durante il periodo medievale. Studiando le diverse opere dei maggiori pensatori dell’epoca un breve scritto mi ha istintivamente richiamato alla nostra Pratica. All’interno si parla in prima persona di una passione profonda, un amore disinteressato e senza fine per la propria Pratica che, nonostante sia vissuta secondo “abiti” e forme diverse, condivide con la nostra Via la medesima anima: il cammino dello spirito. E’ per questo comune sentire che ho pensato di condividerlo con il Sangha.

“Mi dedicai interamente allo studio della Filosofia. Durante questo periodo non dormii una singola notte completamente o, durante il giorno, non mi occupavo di nessun’altra cosa. Ogni volta che ero perplesso circa un problema, avevo il desiderio di ritirarmi nella Moschea in meditazione, pregando umilmente il Creatore di Tutte le Cose affinché mi dischiudesse la sua oscurità e mi rendesse facile la sua difficoltà. A notte ritornavo a casa, disponevo la lampada difronte a me, e mi occupavo con la lettura e la scrittura. Ogni qual volta mi sentivo assonnato o indebolito, mi risolvevo a bere una coppa di vino per recuperare la forza e tornare alle mie letture. Ogni volta che mi addormentavo, vedevo quegli stessi problemi nei miei sogni, e molti di essi mi divennero chiari proprio durante il sonno. Così continuai fino a che tutte le Scienze Filosofiche divennero in me profondamente radicate e le capii per quanto fosse umanamente possibile. Tutto ciò che conobbi durante quel periodo è ciò che conosco anche ora; non ho aggiunto nient’altro da quei giorni.”

Questo breve estratto tradotto dall’inglese dell’Autobiografia del grande Filosofo persiano Ibn Sīnā (980 – 1037), noto in Occidente con il nome di Avicenna, mi è stato caro fin da quando lo ho udito la prima volta. Forse oggi è difficile cogliere il senso di ciò che per uno studioso dell’epoca doveva significare lo studio della Filosofia. A quei tempi studiare la “Scienza degli Antichi” significava contemplare la legge del Cosmo, la profonda regola che animava la realtà oltre la dimensione fisica fino alla dimensione spirituale, ed infine anche oltre quest’ultima: lo studio della Filosofia permetteva infatti di giungere a contemplare la Verità Assoluta, il Primo Principio, l’Uno Supremo che nella propria solitudine rimaneva, per la tradizione tardoantica, oltre l’essere ed il pensiero. Gli sforzi fisici e la disciplina che vengono raccontati e ricordati in questo passo risultano a mio avviso più impressionanti se sappiamo che in questo periodo Avicenna non aveva neppure diciotto anni, e molto mi hanno ricordato della nostra “Pratica senza fine”. Ciononostante non è solo lo sforzo e la disciplina qui descritti che mi hanno fatto risuonare questo passo, ma anche la profonda devozione e mancanza di egoismo, qui adombrati ma in altri luoghi esplicitamente presenti. Il Filosofo riconosce infatti che se ha potuto dischiudere le alte verità della realtà è stato solo per grazia dell’Altissimo e assolutamente non per proprio merito. La Vera Conoscenza, come l’Illuminazione, non è qualcosa che si può decidere di ottenere quando lo si vuole grazie ad un solo atto di egoistico interesse, essa è invece una visione, un salto nel sublime che giunge all’improvviso ed è possibile solamente ricevere ed accogliere. Ed è proprio l’eco della Suprema Visione che riecheggia nell’ultima riga del passo, descritta secondo una caratteristica inconfondibile e di esclusiva pertinenza di questa sola esperienza umana: l’immediata e completa intellezione. Avicenna dopo questo episodio infatti continuerà a studiare e meditare per tutto il resto della sua vita, eppure sarà sempre cosciente che l’unica e fondamentale esperienza conoscitiva che tutto contiene e tutto implica era già stata fatta e che nient’altro a questa poteva essere aggiunto, gli anni che seguirono furono quindi solo una sistematizzazione di questa fondamentale esperienza che raggiunse e visse negli anni dell’adolescenza. Da queste poche riflessioni appare subito evidente quanto la tradizione Occidentale sia debitrice verso i mezzi di ragione che soli la aiutano a proseguire nell’ascesa spirituale, mentre è noto che quella Orientale mantiene al suo interno una diversa e più oscura quanto diretta relazione con l’esperienza. Personalmente trovo questa peculiare differenza estremamente affascinante e stimolante soprattutto se letta attraverso gli occhi di un Praticante occidentale che vuole vivere un Buddhismo che non sia solo trapiantato in Occidente ma realmente Occidentale.

Gasshō

Yūshin

TESTIMONIANZE DI PRATICA

La mia Pratica

Parlare, scrivere di Pratica dello Zen, oggi per me è difficile.
Zen è incontrare se stessi, senza le sovrastrutture che ci proteggono ma spesso ci ingabbiano.
Sto vivendo questo: l'intolleranza verso queste catene e la paura di perderle.

Estate

Oggi - domenica 6 giugno - è una bellissima mattina di primavera. L’estate si avvicina e si sente.
Il profumo dei tigli in fiore riempie l’aria ed è bello pensare alle passeggiate serali al fresco.
Mia moglie sta preparando una buona panzanella e miei meravigliosi figli si stanno divertendo con i loro giochi elettronici. Adesso mi berrò un bel bicchiere di acqua fresca.
Gasshō

Shinkai

Arti Marziali

Caro Maestro,
Pratico il Kyudo ormai da un anno. Ieri sera, per la prima volta, il Maestro mi ha permesso scoccare una freccia. E' stata un'esperienza emozionante piena di attenzione, cura e vulnerabilità. Avevo paura di dove andava la freccia, di colpirmi in faccia con il filo dell'arco (che mi aveva successo prima e fa molto male) e paura dello stato di essere emozionata' potevo dimenticare la forma. Il mio Maestro stava accanto a me, paziente, mi ricordavo lo hara, di respirare, la lentezza, ho aperto l'arco, teso con la freccia leggermente posata sull'indice e l'ho lasciata andare… lo schiocco del filo seguito quasi subito dal "toc" quando la freccia è arrivata sul bersaglio.
Lo Zen non è mai menzionato alla mia scuola di Kyudo, ma la Pratica e filosofia si intrecciano senza dubbio. Quando il Maestro di Kyudo mi dice che il segreto nel tiro con l'arco è "aprire il centro" penso a quando il nostro Maestro ci dice che il fondamento della nostra Pratica è aprire il cuore. Ricordo l'apertura ovunque - quando apro la porta per uno sconosciuto a un negozio, quando apro il computer all'inizio della giornata al lavoro, quando apro la bocca per parlare. "L'aprire" in ogni circostanza è l'opportunità di accogliere e riflettere la nostra Pratica.
Maestro, Sangha, Grazie per questo bellissimo insegnamento ed esempio di vivere con il cuore aperto.

Tenshin

Una breve riflessione sul significato dell’Ordinazione

Sono passati soltanto 3 mesi e mezzo dall’Ordinazione ma sembra che sia trascorso molto, molto più tempo. Ho sentito dire da altri che l’esperienza dell’Ordinazione ha portato un profondo cambiamento nella loro vita; qualcosa che ha scombussolato le carte a tal punto da portarli a parlare di una vera e propria “crisi esistenziale” la quale ha portato un periodo, più o meno lungo, di sbandamento e di rigetto.
Io non ho provato nulla di tutto ciò. Una volta che si è affievolita la travolgente emozione della notte di Rohatsu, mi sono trovato a pensare alla mia “condizione” di ordinato, come se fosse qualcosa di naturale, di preesistente.
Eppure non guardo a tutto questo con sufficienza o con superficialità – ho passato molte ore a riflettere sui Precetti, sul loro significato, su come potranno influenzare la mia vita e su come farli entrare nella mia quotidianità, affinchè siano sempre lì a protezione della mia mente e del mio cuore.
Perché sento il bisogno di protezione? I Precetti nella loro apparente semplicità, sembrano toccare concetti scontati che non portano a chissà quale “salto di qualità” nell’essere di una persona. Parlandone con la famiglia e con alcuni amici, mi sono sentito dire che qualsiasi persona di buon cuore e mediamente sensibile verso il mondo che ci circonda, non potrebbe non arrivare a formulare simili concetti – quindi che bisogno c’è di trasformare quello che appare come del buon senso in una regola di vita?
A dire il vero non mi sento in qualche modo “speciale”, come se avessi raggiunto chissà quale traguardo o ottenuto l’accesso a una particolare verità. Nemmeno mi sento un “prescelto” o un privilegiato. Piuttosto mi sento come se qualcuno o qualcosa mi stesse affiancando nel mio cammino – una sorta di guida che mi aiuta a mantenere la Via. Ogni giorno, tra mille difficoltà cerco di onorarli e rispettarli misurandomi con loro, usandoli come uno specchio per la mia mente. La loro brutale franchezza e la facilità con la quale espongono i trucchi del mio Io rappresentano proprio il sostegno di cui ho bisogno per andare avanti. Mi tengono con i piedi per terra nella consapevolezza di quanto sia difficile il cammino.
Osservando la mia mente e il suo modo di porsi di fronte alle circostanze del vivere, ho perso il conto ormai di quante volte sono riuscito a disattendere il senso dei Precetti. In una specie di surreale Gioco dell’Oca, mi ritrovo spesso a rotolare indietro fino al punto di partenza. Per questo non ho mai pensato di aver attraversato un periodo di crisi o di particolare scoramento; ogni istante è di per sé una crisi, un calcio al piedistallo sul quale mi pongo con tenacia ogni giorno.
Prendere Rifugio è un costante esercizio di consapevolezza e di rinnovo della volontà di vedere la realtà in modo diverso. Attraverso i Tre Tesori ognuno di noi prende una posizione ben definita, ci si espone e si palesa il nostro essere guerrieri spirituali. I Precetti sono la spada e l'armatura, sono il bastone sul quale ci appoggiamo per andare avanti. Ma proprio come una spada e un’armatura hanno bisogno di continue premure e di manutenzione, così i Precetti devono essere rinnovati con continuità affinchè siano sempre efficaci e ci aiutino a proteggere la nostra mente dal nemico che è in noi.

Gasshō

Ei-shin

L’Ordinazione

Al mare, "sui massi", con un forte vento ed il rumore ritmico dell' infrangersi impetuoso su di essi, il sole che scompariva nel cielo nuvoloso, poi la luce ed il calore, proprio lì...e non era solo il sole che faceva capolino... un bel Zazen.
Cause, condizioni, effetti; decidere profondamente di voler cambiare, è tutto il tuo essere che prende una direzione, "che indirizza" attraverso l'azione ponderata con l' Occhio del Buddha, intendendo "vedere con la tua Natura di Buddha", di trasformare la propria vita per condurre gli altri a fare altrettanto.
La "trasformazione" o meglio, l'evoluzione della propria consapevolezza, parte da noi, dal coraggio di volerci provare. Come possiamo essere d'aiuto agli altri, se non siamo capaci di ciò, neppure per noi stessi? La vita non è tutta una roulette. Fallo. Non abbandonare le cose a se stesse.
Fu così che ho chiesto l'Ordinazione.

Gasshō.

Michele

Ascoltando un Sutra

Caro Maestro,
Proprio adesso mentre ascoltavo il Sutra del Cuore, penso sempre a voi, al Sangha e ho la consapevolezza che dentro di me c’è, sempre, viva, la luce del Buddha.
Spesso si nasconde abilmente, quasi fugge, ma poi ritorna sempre a casa.
Il mondo, la società, i problemi riescono completamente a trascinarmi nel nulla, nell'apatia, nella sfiducia.
Ma nascosta dentro di me c’è una forza strana che ogni tanto riappare, si fa viva.
La vorrei rafforzare ma spesso non ci riesco.
Mai ho perso però il cammino Zen anche se spesso interrotto.
E' dentro di me e nessuno me lo porterà via....

Un immenso Gasshō,

Leonardo.

Aurora

Un giorno di luglio di qualche anno fa Aurora ci ha lasciati.
Voglio ricordarla con immenso affetto.
Per chi non l’ha conosciuta posso dire che era una persona meravigliosa.
Conservo del suo volto e del suo sorriso un ricordo incancellabile.

Gasshō

Shinkai

Uno sguardo al passato

Maestro,
Credo sia esperienza comune per un Praticante di oggi imbattersi in una certa insicurezza, quella insicurezza che vela il tentativo di riuscire a gestire la priorità della Pratica armonizzandola con le altre priorità della propria vita. In questo periodo la vita del Sangha mi ha fatto tornare alla mia storia, in quel momento dove cercavo di riunire la priorità della Pratica agli altri bisogni della mia vita. In quel periodo la Pratica rimaneva qualcosa di essenzialmente diverso da me, qualcosa che dovevo gestire come un oggetto che mi stava difronte, con cui dovevo relazionarmi. Quando infine si ruppero i lacci del mio più grande desiderio egoistico qualcosa finalmente cambiò. Ora non metto la Pratica al primo posto su una scala di priorità ma, sentendola diversamente presente, è questa che agisce quando mi dedico a ciò che devo fare. Questa esperienza mi ha dato una nuova serenità che purtroppo le vicende della mia vita continuano a velare come fuoco sotto la cenere, eppure sento che lei c'è, che il fuoco della Pratica ormai si è acceso.

Le letture delle vite dei Patriarchi parlano di persone che hanno potuto dedicare sforzi oggi inimmaginabili per la prosperità e la Trasmissione del Dharma. Questa passione travolgente, questa devozione assoluta che porta i grandi Maestri ad essere una cosa sola con la Via è difficile da attuare in una realtà di vita ordinaria dove il Praticante deve sempre tenersi in equilibrio, come un giocoliere, tra la via spirituale ed i problemi che la realtà ordinaria ci pone davanti. Tuttavia questo sforzo è stato ciò che la Sua Pratica, Maestro, ci ha testimoniato, questo è stato il Suo più grande Insegnamento. Se Zazen è Illuminazione ed Illuminazione è Zazen, come insegna il nostro Patriarca, il più grande Insegnamento che può essere impartito qui ed ora, ovvero nella nostra quotidianità di italiani del XXI secolo, è l’esempio di una vita pervasa dalla fiamma della Pratica, una vita che non è una vita per la Pratica ma una vita che è Pratica, assunto questo lo studio e la forma verranno da sé. Questo ritengo essere il più grande insegnamento che ad oggi ho potuto cogliere dagli anni che mi hanno visto suo discepolo, anni trascorsi tra gli alti e bassi di una ordinaria vita quotidiana. Non ho mai dimenticato ciò che ha sempre sostenuto la mia offerta di essere sostegno al Suo incarico di servire il Buddha, le parole che scrissi nella mia richiesta dei Voti Monastici, e per quanto probabilmente non condurrò una vita all’altezza dei nostri predecessori so che cercherò sempre di fare il mio meglio nella quotidianità di una vita comune.

Sono infinitamente grato alla Via, ai Patriarchi, a Lei ed anche al mio Karma per essere potuto giungere fino a qui, ma soprattutto riconosco che è grazie alla formula che Lei ha trovato, formula di unione tra le due dimensioni della vita, quella religiosa e quella ordinaria, che è stato possibile tutto questo. Lei ha detto che ormai il Tempio è fondato e noi siamo una realtà, io credo che ormai Lei abbia anche trovato la forma per il nuovo Buddhismo che il suo Maestro le aveva affidato: studio e Pratica comunitaria, vita ordinaria ed esperienza religiosa, studio e cura della forma giapponese in una realtà che è strutturalmente diversa dalla patria di origine.

Con infinita gratitudine,
Kuhai

Gasshō

Iten Yūshin

La realtà del Tempio

Ringrazio Roshi per le opportunità di riflessione e di invito a una ‘visione’ interiore che spesso ci offre con i suoi Teisho.

Credo sia importante ed essenziale cercare di vivere l’insegnamento Zen come qualcosa di non separato ma Vita, in un continuo naturale assestamento quasi non più sentito perché facente parte della ‘propria persona’.

Essere nella Via in maniera modesta, senza arroganza, in modo delicatamente profondo.

Onda su onda che ritorna in un moto continuo, perenne, e ogni volta rinnovato da tutto ciò che incontra e che la trasforma e che la fa rimanere la stessa e comunque nuova e comunque…dal tempo dei tempi…

Non riesco e non voglio riempire i miei discorsi con parole di Dharma e con gioie sublimi per la Pratica, resto in silenzio perché non so niente, abbasso la testa e lo sguardo e come posso e finchè posso cerco di Vivere l’Insegnamento e cerco di avvicinarmi agli altri, con rispetto per Chi è stato e per Chi mi indica e mi insegna… questa è la religiosità che mi viene da esprimere.

Come difficilissimo è semmai seminare e insegnare, Praticare uno Zen che si situa tra il Rispetto di una tradizione antica e pura e la società attuale in continua terribile e affasciante trasformazione e per di più occidentale, cultura che non rinnego e che anzi alimenta e arricchisce il percorso Zen con peculiarità interessanti.

Penso occorra dunque una maggiore collaborazione tra noi tutti per riuscire a portare avanti e sostenere l’attività del Tempio Shinnyoji, per sostenere il Maestro Shinnyo Roshi già molto impegnata nella conduzione del Tempio, nelle attività che riguardano la Struttura dello Zen Europeo, nei Teisho sempre più elaborati e formativi che ovviamente presuppongono un approfondito studio e intense ricerche, e oltretutto anche nell’organizzazione di eventi aperti anche al pubblico esterno; sono appuntamenti importanti con presenze di studiosi di livello internazionale che vanno dall’incontro con il prof. Tollini dell'Università Ca' Foscari di Venezia, il Professor Hiroo Nakajima dell'Università degli Studi di Firenze, Dipartimento di Lingue, il Prof. Paolo Pagli docente di Fondamenti della Matematica e studioso di letteratura giapponese, al laboratorio di cucitura del Okesa nella Tradizione della Scuola Nyohō-e con il Maestro Emanuela Dōsan Losi, Presidente dell'Associazione ABZE, alle lezioni con i Maestri calligrafi Paola Billi e Nicola Piccioli. Sono questi appuntamenti un reale percorso di studi per chi sta sviluppando un cammino nella Via e per chi ha questi interessi.

Occorre dunque sempre di più una collaborazione fattiva - che non richiede nessuna organizzazione particolare ma azione - tra tutti coloro che frequentano Shinnyoji per garantire una continuità sia all’apertura del Tempio e sia agli appuntamenti essenziali, menzionati sopra, che fanno della nostra Realtà una dei rari luoghi dove lo Zen nasce e si manifesta con Mente e Cuore veramente puri, scevro da ogni discriminazione e da ogni affettazione dogmatica.
ll Tempio è anche nostro.
Poche parole.

Shinden

Così lontano, così vicino.

Sono ormai otto mesi, dal mio trasferimento all'estero, che non frequento più regolarmente il Tempio.
La mia vita da allora è molto cambiata ma sedere in Zazen resta un punto fermo della mia quotidianità.
Sicuramente mi mancano le sedute settimanali al tempio, la vicinanza fisica col Maestro e il sedere con il Sangha. Stare fisicamente nel Tempio, sentire il Maestro che parla, i compagni di Pratica, la forma erano qualcosa di rigenerante che ora mi manca.
Spesso credo che la mia Pratica abbia perso di intensità ma d'altra parte quando mi siedo in Zazen e alla fine recito la dedica mi sento vicino a Shinnyo-ji e al Maestro.
In questa testimonianza voglio esprimere la mia grande gratitudine verso il Maestro e tutti gli ordinati e ordinandi che sento stanno impiegando molta energia e facendo un grande, intenso sforzo comune per far vivere e crescere Shinnyo-ji.
Grazie

Gasshō

Gregorio P.

Una breve riflessione sulla poesia e sullo Zen

Shinnyo Roshi, la nostra Maestro, introduce spesso i suoi Insegnamenti con un testo poetico, spessa cita alcuni poeti anche in una conversazione quotidiana; questo lo apprezzo molto perché è una sorta di invito continuo a leggere testi, a confrontarsi con la poesia, Essa prova ad “abituarci” a questo linguaggio, inoltre amo molto l’espressione poetica, adoro il sapiente gioco e lavorio artistico intorno alla parola che si fa poesia.

Come Praticante Zen credo che la poesia sia una forma artistica ‘congeniale’ al ‘sentiero’ Zen, il dire poetico va oltre al consueto e raziocinante linguaggio, va oltre alla parola definitoria e assolutistica, va oltre quindi alla imposizione del senso univoco razionalistico.La poesia è un metalinguaggio, che attraverso un costante lavorio sulla parola, sul senso rifondato in altre accezioni e sfumature e anche attraverso il suono evocativo e ritmico, va oltre quella realtà che in un linguaggio ‘comune’ è costretta a comunicare. La parola poetica diventa così espressione che emerge dal silenzio e si fa intuizione, ”lampo di comprensione”, descrizione e comunicazione ma indefinita, contraddittoria e non dualistica, dalle mille sfaccettature…insomma qualcosa di indicibile.
La poesia con la sua carica di evidente destabilizzazione del linguaggio raziocinante e con esso delle sicurezze che una lingua statica può offrire, può essere anche ‘veicolo’ di una positiva e costruttiva provocazione costante verso forme dogmatiche e settarie anche dello Zen stesso, può essere linfa vitale per la comprensione della Vita.
Credo che leggere poesia, gran parte di essa, sia in un certo senso abituarsi a cogliere quel quid che è e rimane indicibile e che è essenza di parte della ricerca dello Zen.
Un invito dunque a leggere e rileggere versi, anche senza capirli, capire cosa poi?!
Leggerli e lasciare entrare la parola in noi, semplicemente nella profondità del silenzio primo.

Shinden

L’essenza del Dharma

Il fatto è che suppongo il Dharma non si possa imparare, è la condizione di partenza, originaria. E' quella scintilla, che dà il “la” a tutto quel complesso biologico partorente le nostre cellule, aggregati, sistemi e poi corpo completo. Costruisce il fatto stesso del nostro essere qui, proprio in questo momento.
Quindi non si può nè conoscere nè apprendere, perchè non esterno a noi, quindi non afferrabile. Non si raggiunge. Soltanto perchè intessuto in noi, nella nostra vera natura, si può al massimo RICORDARE...
Per questo motivo può sorgere alla nostra memoria arcaica, primordiale, da qualsiasi cosa, da ogni impulso, apparentemente senza valore.
Esercizio costante, supplizio nel ritrovarsi, soltanto per un minuscolo fatto: tornare alla Vera Realtà Originaria prima che si muovesse... Caduta, poi tempo e spazio, quindi dualità e schiavitù dell'apparire. Illuminazione, come un semplicissimo passo, verso il futuro, verso l'origine; che ci sta dietro, di fronte, in alto, ovunque.
Corpo di purezza adamantina, di verità inalienabile, autentica: corrotto dal pensarsi soggetto, ritrovato infine nell'interezza senza attribuzioni...

Gregorio G.

Prendere Rifugio

Non so cosa mi ha portato al Tempio nel settembre scorso. Più strade si sono intrecciate per condurmi in modo inequivocabile in via Vittorio Emanuele. La prima volta che arrivai al campanello del Tempio non lo suonai, ma tornai indietro, dicendomi che non era la cosa giusta per me, chiedendomi come mai ero arrivata fino a li. Non trovai alcuna risposta ai miei dubbi, ma contemporaneamente non potei fare a meno di riprovarci. Quando riuscii a suonare quel campanello ed entrai al Tempio, le mie perplessità e paure si dissolsero in un attimo. E così ho iniziato a frequentare il Tempio per lo Zazen del venerdì sera. Adesso, solo se mi fermo a pensarci riesco a ricordarmi che sono passati solo pochi mesi, in questo tempo ho avuto una conferma dietro l’altra che questa è per me la strada da percorrere. Dove arriverò non lo posso sapere e non mi interessa saperlo. A breve prenderò Rifugio nei Tre Tesori, ma sento profondamente in me di aver già trovato un tesoro, ed è mio desiderio approfondire e gustare con gioia la ricchezza che mi è stata offerta. Non provo neppure a cercare le parole per esprimere il mio ringraziamento al Maestro e al Sangha, non ci riuscirei. Però chiedo a tutti loro di sostenermi e accompagnarmi, come hanno fatto fin dal primo giorno.
Gasshō

Chiara

Pensando al giorno dell'anniversario della sede permanente del Tempio, non posso che ringraziare sinceramente il Maestro e tutto il Sangha per la possibilità che c'è stata di presentare alla mia ragazza un’importante Realtà spirituale come quella di Shinnyoji. Sento che la presenza di questo centro non debba mai essere data per scontata, la sua Tradizione è secolare ma la sua esistenza è frutto del Presente, di continuo impegno quindi, di continue azioni.

Umilmente, Gasshō

Michele Gerbasi

ATTIVITA’

Sesshin 26-27 aprile

Sesshin 30-31 maggio

Conferenza del Prof. Aldo Tollini

La consueta Sesshin di Pratica tenuta venerdì 30 e sabato 31 maggio dal nostro Maestro Rev. Shinnyo Roshi, ha visto la presenza attiva e partecipata del prof. Aldo Tollini dell’Università Ca’ Foscari di Venezia che si è unito al Sangha di Firenze per prendere parte alla Pratica. Durante la sua permanenza, il prof. Tollini ha proseguito l’attività, iniziata ormai un anno fa, che lo impegna quale relatore di una conferenza a carattere accademico sull’opera del Grande Maestro Dōgen, questa volta dal titolo: “Il pensiero di Dōgen al di là di affermazione e negazione”. La conferenza, seguita con partecipazione e vivo interesse dai Praticanti del Tempio e da ospiti giunti per l’occorrenza, ha lasciato spazio ad una piacevole parentesi conviviale che ha proseguito il dibattito suscitato dall’intervento del prof. Tollini. Questo momento di significativo e indispensabile approfondimento ha chiuso le attività del Tempio per il mese di maggio.

A fine conferenza, il Prof. Tollini presenta il suo Volume “La cultura del Tè in Giappone”

Inseriamo, col permesso dell’Autore, il brano introduttivo di:
“Lo Zefiro - Notiziario Interreligioso” Anno IV - Numero 21 a cura di Marco Lazzeri.

Care amiche e amici,
lo scorso fine settimana siamo stati a fare servizio allo stand della Comunità di Meditazione Interreligiosa Fiorentina presso la Festa del Benessere a Villa Montalvo.
Avevamo allestito un semplice tavolino con esposti sopra i vari annunci e presentazioni delle tradizioni che fanno parte della Comunità. Fare un servizio come questo anche solo di presenza e di divulgazione per la Comunità è stata una esperienza piacevole, in una cornice tra l’altro molto bella come quella del parco della Villa. Molti amici sono venuti a trovarci per un saluto e hanno potuto fare anche un giro tra i banchini e i vari operatori presenti.
Fare servizio per gli altri è una opportunità per la quale ringrazio tanto, un dono che mi porta molto più di quanto io sia capace di offrire. Penso che il servizio, in senso lato, sia l’unica cosa per la quale abbia davvero senso impegnarmi.
Ovviamente tutto questo senza richiedere niente e non avendo alcuna aspettativa, nemmeno la più ovvia, altrimenti potrebbe diventare un’esperienza di dolore, ma in questo caso me lo sarei cercato io e non sarebbe causa di altri. Bisogna essere puri per essere forti, dico questo consapevole del fatto che spesso non ci riesco, purtroppo. Grazie a tutti.
Marco Lazzeri

Ringraziamento

Caro Sangha,

il Reverendo Shoki Kamada dell'Ufficio Buddhismo Soto Zen Europeo
ha inviato la seguente mail.

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Reverendo Shinnyo Roshi del Tempio Shinnoji

Ringrazio profondamente Lei e il Sangha di Shinnyoji per aver celebrato la Cerimonia di Hōyō la mattina dell' 11 marzo. Vorrei porgere i miei più sinceri saluti a tutti coloro che hanno partecipato.

Shoki Kamada in Gasshō

真如寺 真如様

このたびは法要をお勤めいただき誠に有難うございました。
御随喜いただいたみなさまにもよろしくお伝え頂けますと幸いです。

宜しくおねがいします。

曹洞宗ヨーロッパ国際布教総監部

釜田尚紀 合掌
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RITIRI DI PRATICA

Zazenkai: 12 aprile - 10 maggio - 14 giugno
Sesshin: 26-27 aprile- 30-31 maggio
Anniversario Sede permanente Shinnyoji: 25 aprile, giornata di apertura del Tempio
Durante ogni Ritiro il nostro Maestro Shinnyo Roshi tiene un Teisho sui Precetti, in preparazione alle nuove Ordinazioni.

Fotografie di Fabio Daishin
Redazione a cura di Ivano EiShin

Calendario degli incontri di Pratica:

Zazen – ogni lunedì sera dalle 20.00 alle 22.00
Zazen – ogni martedì mattina dalle 6.30 alle 7.30
Zazen – ogni giovedì mattina dalle 18.30 alle 19.30
Zazen – ogni venerdì sera dalle 20.00 alle 21.30.

Zazenkai – una domenica al mese dalle 9.00 alle 18.00.

Sesshin – un fine settimana al mese da venerdì alle 20.00 a domenica alle 14.00.

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